MAFIA E ANTIMAFIA
La mafia è un fenomeno
complesso, alla base di fenomeni storici di antiche origini, che si identifica
in un sistema di potere criminale diffuso sul territorio italiano e oltre i
confini nazionali, che si diffonde allo scopo di contrastare totalmente il
potere statale. A
partire dai primi anni del 1900, con l’ampliamento della base elettorale, si
comincia a parlare di prime infiltrazioni della mafia nel sistema
elettorale, poichè un certo numero di
personaggi, collusi con la mafia o mafiosi essi stessi, vengono eletti deputati
o senatori. Oggi
la mafia si riflette in una capillare organizzazione che si ramifica nella società,
mediante la corruzione e il capitalismo criminale diffuso nelle imprese.
Il fulcro di un processo così articolato
risiede nella concezione di mafia come struttura governata da due componenti
necessarie: l’omertà passiva e la complicità attiva; si tratta di un sistema
basato su un potere di accumulazione,
trainato da profitti e da investimenti illegali, che determinano espansione
continua e rafforzamento di potere in tutto il territorio nazionale, con
l’ausilio di reati strumentali, quali il riciclaggio, l’impiego e il reimpiego
di denaro illecito, che ne facilitano la diffusione oltre i confini dello
Stato. La
mafia opera e si diffonde in modo silente, comprende lo scambio di favori tra
le istituzioni, l’uso di espedienti istituzionali apparentemente legittimi,
operando direttamente o con fenomeni a sé stanti, allo scopo di ottenere
indebiti vantaggi.
Più in generale, il
fenomeno mafioso si afferma con maggiore forza quando una società è in rapida
trasformazione ed entrano in crisi i tradizionali equilibri sociali, in quanto
in assenza di una classe dirigente, in grado di fronteggiare la conflittualità tra
gruppi popolari e alti ceti sociali, opera il sistema dei traffici illeciti e
dello scambio di favori, da parte degli stessi soggetti istituzionali, che
rendono invisibile la differenza tra il corrotto e il corruttore. Si
può parlare, oggi, di una nuova forma di criminalità organizzata, non soltanto attiva
in molteplici campi illegali, ma che tende ad esercitare funzioni di sovranità tramite
le istituzioni, imponendo forti pressioni per coloro che denunciano o che sono
considerati devianti dal sistema. Più
in particolare, nella società odierna, alcuni cercano la protezione mafiosa e altri,
invece, si innestano nel processo mafioso attraverso la commissione di propri reati
che entrano comunque nel flusso del sistema della criminalità organizzata e ne
agevolano la diffusione, ne sono esempi la corruzione necessaria per l’aggiudicazione
di appalti, l’abuso d’ufficio commesso dal pubblico ufficiale per favorire
l’accesso a privati di pubbliche informazioni, l’evasione fiscale, il
riciclaggio e altri, compresi i reati di allarme sociale. Alla fine dei
conti, resta il problema di un divario sociale sempre più emergente, in cui non
sembra possibile dar spazio ad altre ampie prospettive di legalità, in quanto
due sono i fattori importanti: la mancanza di una logica di interesse orientata alla crescita del
Paese e soprattutto un sistema repressivo forte, in grado di denunciare ogni
forma di corruzione, anche sotto le forti pressioni morali, sociali ed
economiche delle lobbie di potere. E’
proprio attraverso il ricorso alle fonti storiche e dalle radici di un processo
così amplio che, in questa sede, si analizza un fenomeno particolare, quello di
Cosa Nostra in Sicilia, per giungere ad un quadro generale delle mafie in
Italia e soprattutto dei reati di cui si nutre questo sistema nell’ottica
attuale della società del XXI secolo.
La mafia in Sicilia nel XVII e XVIII secolo: l’inquisizione
al tempo della dominazione spagnola, l’ordine dei frati predicatori e i Borboni
Dal
punto di vista storico le origini della mafia sono molto antiche. Di già,
all’epoca del Milleseicento e Millesettecento, questo fenomeno inizia a formarsi
sotto forma di organizzazione che affianca alle classi popolari
nella loro lotta alla miseria e all’ingiustizia imposta dalle classi egemoni,
inizialmente imperniata su un forte senso di orgoglio, onore e cavalleria, fino
a diventare gradualmente sempre più potente e a prenderne le distanze. Verso la
fine del periodo della dominazione spagnola (XVIII secolo), con i “Beati
Paoli”, si diffonde una “misteriosa setta di giustizieri” (Correnti, 2001: 334,
332) che si fonda sulla difesa degli interessi del popolo contro la repressione
dei baroni e dell’Inquisizione. Le origini delle inquisizioni
nascono nel 1215 quando, sulla scia del concilio lateranense, Federico II
promulga i provvedimenti per frenare i movimenti ereticali. Diverse sono le
testimonianze in merito alle origini dell’officio inquisitoriale nell’isola e
al suo sviluppo. Secondo l’inquisitore spagnolo Luis de Paramo l’avvio
dell’Inquisizione pontificia nell’isola risale al 1309, mentre nel 1468 nasce
il tribunale di fede in Castiglia poi esteso a tutti i regni e domini di
Isabella e Ferdinando, fra cui la Sicilia. La storia istituzionale
dell’Inquisizione siciliana può essere divida in una fase fridericiana
(1224-1250), una fase medievale (1250-1500), una spagn0la (1500-1734) che passa
attraverso la dominazione dei Savoia (1713-1720) e di Carlo d’Austria
(1720-1734) e, in ultimo, quella del tribunale auton0mo (1734-1782).
L’inquisizione in Sicilia al tempo di Federico
II (1215-1250)
La normativa fridericiana in
tema di eresia è contenuta nella Constitutio
in Basilica Beati Petrii, l’insieme di leggi emanato il 22 novembre 1220
presso la basilica di San Pietro a Roma, in occasione dell’incoronazione
imperiale di Federico da parte di Onorio III. La Constitutio contiene le disposizioni
destinate a essere estese in tutto l’impero: la prima è quella secondo cui
l’eresia va equiparata al crimen laesae
maiestatis, l’istituto di diritto romano che punisce quanti oltraggiano
l’ordine costituito e i suoi rappresentanti. L’equiparazione tra eresia e lesa
maestà non è nuova per le monarchie d’Europa, poiché già prevista nella
legislazione di Alfonso II d’Aragona nel 1192 e in quella di Pietro III nel
1197. Nel caso aragonese, però, si tratta di una lesa maestà civile punita con
l’infamia, con l’esclusione dai pubblici uffici, dall’avvocatura e dalla
milizia, e con una serie di limitazioni della capacità giuridica (incapacità di
concludere un contratto o di esercitare un negozio). Nel 1199, invece, con la
bolla Vergentis, Innocenzo III
definisce l’eresia come crimen leaesae maiestatis
aeternae in quanto lesiva di una maestà superiore a quella temporale difesa
delle leggi civili e, pertanto, da punire più severamente. Federico II fa
propria la concezione innocenziana di eresia e, nel marzo 1224, di fronte al
dilagare dei patareni in Lombardia, non esita a promulgare la prima
Costituzione che punisce gli eretici con la pena della morte sul rogo (flammis pereat) e per i casi minori di
eresia, Federico prevede l’amputazione della lingua (eum linguae plectro deprivent). La misura adottata nei confronti
degli eretici lombardi viene recepita nel 1235 dalle Constitutiones Regni Siciliae, dove si dispone che gli eretici
debbano essere rilasciati vivi al giudizio delle fiamme e di fronte al popolo (ut vivi cospectu populi comburantur, flammarum
commissi juicio). Dall’equiparazione tra eresia e lesa maestà derica il
provvedimento secondo cui gli eretici vengono puniti con l’infamia e con la
confisca dei beni. La normativa fridericiana in tema di eresia prevede anche la
punizione dei complici degli eretici e delle autorità secolari inadempienti o
negligenti nel difendere l’ortodossia. Per quanto riguarda l’istruzione della
causa di fede bisogna mettere in evidenza una differenza tra il Regnum Siciliae e le parti continentali
dell’impero di Federico II.
In Sicilia l’avvio del processo di fede avviene ex officio inquisitionis da parte di ufficiali regi, lasciando ai
giudici ecclesiastici la competenza di formulare un giudizio legato
esclusivamente all’errore di fede. Una volta avviata l’inquisitio, gli ufficiali
chiedono l’intervento dei giudici ecclesiastici i quali, accertata l’eventuale
colpevolezza, lasciano nuovamente il campo all’autorità secolare. Se, dunque,
nel resto dei regni e domini europei, l’inquisitio
è di competenza dei vescovi o dei nuovi ordini religiosi, nel Regnum spetta a ufficiali regi. Nel 1233
il sistema viene in parte modificato e la ricerca degli eretici viene affidata
congiuntamente a un ufficiale regio e un prelato, ma l’istruzione della causa
rimane di competenza di un delegato del sovrano assistito da due vescovi e il
processo viene poi sottoposto alla Curia regia. Così, in Sicilia, il crimen haeresis è competenza del re e
della sua corte di giustizia, mentre in Europa, le cose stanno
diversamente. Negli
stessi anni, infatti, Gregorio IX affida agli Ordini dei frati predicatori il
compito di combattere l’eresia, incaricando i priori delle principali province
d’Europa come Inquisitores hereticae
pravitatis. Per assumere il monopolio dell’inquisizione in Sicilia,
l’Ordine dei domenicani dovrà aspettare la morte di Federico II nel 1250. Non a
caso, il primo inquisitore di Sicilia è nominato nel 1252 ed è Bartolomeo
Varello, domenicano di Lentini. Nei secoli successivi, l’Inquisizione è
esercitata dagli Ordini religiosi, così come nelle altre parti d’Europa, seppur
con qualche differenza.
L’inquisizione medievale (XIII-XV secolo)
Dopo
la fase fridericiana, a partire dal XII secolo l’Inquisizione di Sicilia è
esercitata dall’Ordine dei frati predicatori. Diverse fonti riportano l’elenco
degli inquisitori che si alternarono nell’esercizio del Santo Officio
nell’isola. Dal 1252 al 1500, anno in cui viene ufficialmente introdotta la
nuova inquisizione spagnola, si contano in Sicilia cinquantadue inquisitori tra
vicari, sostituti e subdelegati. Sono tutti siciliani tranne il calabrese
Domenico di Ferrario, inquisitore di Sicilia nel 1335 e appartengono all’Ordine
di san Domenico, salvo i francescani Guglielmo di Marcello (1304) e Giovanni
Giacomo di Spelle (1347). Mentre alcuni hanno il titolo di inquisitori generali
del regno, altri hanno giurisdizione solo su alcune città o su uno dei tre
valli in cui è divisa l’isola. Domenico dello Pardo e Leonardo di Napoli sono
invece Inquisitores citra et ultra
pharum, cioè sull’isola e sulla parte continentale del regno. Altri invece
sono inviati dalla Santa sede per risolvere specifiche questioni: nel 1309
Clemente V invia Guglielmo di Marcello per perseguire i Templari di Sicilia,
mentre nel 1369 Urbano V invia Simone del Pozzo per controllarvi il numero di
sinagoghe. Nei percorsi individuali dei
singoli inquisitori emerge con chiarezza lo stretto legame tra l’incarico
inquisitoriale e la normina a vescovo (esempio Bartolomeo Varello inquisitore
nel 1252 e vescovo di Patti nel 1282). A partire dai primi anni del XV secolo,
gli inquisitori sono nominati da re. I re aragonesi, infatti, fanno largo
riferimento alla Legazia Apostolica di Sicilia che permette loro di esercitare
una serie di prerogative circa sacra. Uno dei documenti più interessanti
sull’attività e funzionamento dell’Inquisizione in Sicilia è il c.d.
“privilegio di Federico”, un atto emesso da Federico II nel 1224 e recuperato
dall’inquisitore Enrico Lugardi nel 1450. L’autenticità del documento è
sospetta, ma autentico o meno il privilegio viene confermato da re Alfonso nel
1451 e fissa alcuni punti f0ndamentali dello svolgimento dell’attività
inquisitoriale in Sicilia: la tipologia di reati da perseguire non si limita ai
casi di eresia tout court, ma si estende a tutte le forme di comportamento che
offendono la morale cristiana, come ad esempio la condotta sessuale; il gettito
derivante dalla vendita dei beni confiscati viene tripartito tra la corte
regia, la sede apostolica e gli inquisitori stessi; la pena da applicare ai
condannati per eresia è il rogo al cospetto della comunità; un finanziamento
annuale all’attività inquisitoriale da parte delle comunità ebraiche
dell’isola. Secondo questi principi pare venga esercitato l’ufficio
dell’inquisizione nell’isola, almeno fino all’arrivo al trono di Ferdinando di
Aragona e la fondazione del tribunale distrettuale dell’Inquisizione spagnola.
Il distretto inquisitoriale spagnolo di Sicilia
(1500-1738)
Il 24 marzo 1486, Innocenzo
VIII, con un unico atto valido per la Castiglia e l’Aragona, nomina Tomas de
Torquemada inquisitore generale in tutti i domini di Ferdinando e Isabella,
compresa la Sicilia. Nel 1487, a sua volta, Torquemada nomina Antonio de la
Pena, frate dell’Ordine dei predicatori, come inquisitore di Sicilia. In
quest’anno, infatti, si colloca tradizionalmente l’introduzione
dell’Inquisizione spagn0la nell’isola. Tuttavia, La Pena si ferma a Palermo
poco meno di un anno e lascia l’esercizio dell’officio a Giacomo Manso, frate
domenicano della vecchia inquisizione. Un secondo tentativo viene fatto nel
1497, quando Ferdinando d’Aragona affida all’aragonese Sancho Marin, allora
inquisitore in Sardegna, il compito di fondare l’inquisizione in Sicilia
secondo le nuove norme spagnole. Ma Sancho
Marin decede poco dopo l’arrivo a Palermo senza avere il tempo di dare
avvio al suo incarico. Intanto, i frati della vecchia inquisizione continuano a
vantare un titolo legittimo. Del resto, in Sicilia non aveva avuto effetto la
bolla del 6 febbraio 1486 con la quale Innocenzo VIII aboliva l’antica inquisizione
aragonese per lasciare il posto ai nuovo inquisitori di Ferdinando. L’8
novembre 1500, i neo inquisitori Rinaldo Montoro e Giovanni Sgalambro decretano
l’abolizione della vecchia inquisizione siciliana e l’avvio ufficiale del nuovo
tribunale distrettuale di Sicilia. Solo a partire dal 1500, dunque, può dirsi
inaugurato il tribunale distrettuale dell’Inquisizione spagnola di Sicilia.
La sede
La
sede del nuovo tribunale viene fissata a Palermo, la capitale del regno, ma ben
presto viene allestita una succursale a Messina, la seconda città dell’isola
per importanza economica e politica. Nel 1500, Ferdinando d’Aragona ordina
espressamente al vicerè Giovanni La Nuca di provvedere affinchè i due nuovi
inquisitori Montoro e Sgalambro godano di una sede idonea all’importanza del
loro incarico e abbastanza grande da ospitare gli uffici e le carceri. E’
importante, infatti, secondo il re, che gli ufficiali del tribunale lavorino
tutti in un unico edificio. La casa di Juan Chilestro (vecchio incisore regio)
fu la prima sede del Tribunale in Sicilia. Ma dalle carte contabili
dell’Archivio di Stato di Palermo risulta che nei primi anni di attività del
tribunale distrettuale, gli inquisitori si istallano al Castillo de san Pedro del palacio real, una delle antiche
fortificazioni della cinta muraria della città di Palermo strettamente
involucrata nel complesso monumentale del Palazzo reale, mentre il personale
burocratico alloggia presso la casa di tale Juan Batista De Rosa, la cui
struttura è più adatta a contenere gli uffici e le carceri. Per garantire il
corretto funzionamento del tribunale nel 1512 Ferdinando ordina al nuovo
vicerè, il duca di Monteleone, di far spostare l’intero personale del tribunale
nel Castillo de san Pedro del palacio
real. Nel 1553, l’Inquisizione trasloca al Castillo a mare, la fortezza situata all’ingresso della Cala, il
porto di Palermo. Dopo poco tempo l’inquisitore Bartolomeo Sebastian comincia a
lamentarsi con il re della scomodità della nuova sede: le carceri non sono a
norma e sono insufficienti. Di fronte al rifiuto del vicerè, l’Inquisizione
cerca un’altra sede e, nel 1556, si istalla presso il palazzo Marchese, situato
nel centro di Palermo. Dopo pochi anni però, il palazzo viene affidato ai
Gesuiti e gli inquisitori sono costretti a tornare al Castello a mare. Nel 1589
un incendio danneggia parte della fortezza, costringendo gli inquisitori a
trasferirsi nel palazzo Aiutamicristo, nell’antico quartiere arabo della Kalsa
e poi il ritorno al Castello a mare abbandonato nel 1593. A partire dal 1601,
gli inquisitori e il loro seguito si trasferiscono a palazzo Chiaramonte detto Hoster, Steri, uno dei palazzi più
antichi e prestigiosi della città, e vi restano fino al 1782, anno
dell’abolizione del tribunale.
La struttura
La
struttura del tribunale segue il modello delle Instrucciones emesse dall’Inquisitore generale e valido per tutti i
distretti spagnoli. Al vertice dell’organigramma inquisitoriale si collocano
l’inquisitore, l’alguacil e receptor.
Le tre figure sono a capo dei tre settori fondamentali del tribunale
distrettuale: l’inquisitore è a capo dell’attività giudiziaria; l’alguacil è a capo della polizia del
Santo Ufficio e ha il compito di catturare gli eretici, perseguirli e
consegnarli al carcelero, il custode
delle carceri; il receptor è a capo
dell’attività amministrativa e finanziaria si occupa dei beni sequestrati e
dell’erogazione dei salari all’intero personale e, inoltre, può svolgere le
funzioni di juez de los bienes
confiscados nelle cause civili che riguardano i beni dei detenuti. Nella
gerarchia inquisitoriale seguono il promotor
fiscalis che si occupa del capo d’accusa e dell’avvio del processo e un
secondo fiscale, o abogado, incaricato
della difesa del reo (che non può presenziare agli interrogatori e non può
condurre un colloquio privato con il detenuto). Vi sono poi: il notaio de los sequestros e il notaio del secreto. Le due figure
lavorano in due settori diversi della struttura inquisitoriale. Il notaio del
segreto lavora in stretta collaborazione con gli inquisitori, assiste alle
udienze, verbalizza le deposizioni dei testimoni, presenzia alla
somministrazione della tortura e alla confessione del reo. Inoltre, conserva le
chiavi della stanza che contiene la documentazione del tribunale. Il notaio de los secuestros (o anche secretario o scrivano), invece, lavora
in stretta collaborazione con il receptor
e con l’alguacil, poiché si
occupa della registrazione dei beni sequestrati al momento della cattura e
della loro quantificazione economica. Nei documenti si parla di oficiales solo in riferimento al
personale salariato del tribunale. I familiares
e quanti altri eseguono commissioni e lavori per conto del Santo Ufficio
non sono considerati ufficiali (informatori, soldati, guardie, criados, medici,
barbieri, bande armate commissari ecc.).
I familiares
I
familiares non sono ufficiali
dell’Inquisizione, ma collaboratori esterni, confidenti, informatori,
affiliati. Ne fanno parte uomini, donne, laici, ecclesiastici, priori, badesse,
medici, speziali, rappresentanti di arti e mestieri. I loro compiti sono
molteplici: svolgono servizi di informazione, di polizia segreta, di vigilanza
e controllo del territorio. In cambio, il tribunale offre loro protezione
giuridica e una serie di benefici e privilegi: indulgenze, un foro speciale, favori
per le nomine pubbliche e politiche. Tramite la familiatura l’Inquisizione penetra negli ambienti nobiliari e
popolari, assicurandosi così un corpo di affiliati non retribuiti a servizio
del tribunale. In Sicilia, la famiglia dell’Inquisizione aumenta rapidamente a
partire dalla seconda metà del Cinquecento: nel 1561, si contano 288 ufficiali
e 251 familiari distribuiti in 126 stazioni di servizio o commissariati. Nel
1577, il numero dei familiari ammonta a 1572 in 173 centri abitati, ovvero il
96% del territorio. Negli stessi anni, i familiares
si organizzano in confraternite come la compagnia della Vergine
dell’Assunzione, la Compagnia di San Pietro e quella di Santa Maria della
Consolazione o della Pace. La familiatura
è un gruppo organizzato che raccoglie tra le sue fila gli esponenti
dell’alta nobiltà siciliana.
La procedura
Le
norme procedurali in uso presso il tribunale di Sicilia sono quelle stabilite
nei manuali inquisitoriali e nelle Instrucciones
e valide per tutti i distretti territoriali dell’Inquisizione spagnola.
L’attività giudiziaria si inaugura con il sermone di fede pronunciato di fronte
al popolo e ai rappresentanti delle istituzioni e contenente l’elenco dei
comportamenti ritenuti eretici da segnalare obbligatoriamente al tribunale.
Segue la pubblicazione dell’editto di
grazia con il quale gli inquisitori accordano la riconciliazione a tutti
coloro i quali si presentano spontaneamente entro quindici giorni per
confessare le proprie colpe. Al di fuori del tempo di grazia, si finisce nel
mirino degli inquisitori in due modi: o per delazione (con denunzia segreta
all’inquisitore da parte di delatore) o
perché corre fama e voce pubblica che giunge alle orecchie dell’inquisitore.
Giunta la segnalazione, comincia la fase informativa del processo, volta a
raccogliere informazioni sui sospettati di eresia. Il promotore fiscale chiede
mediante atto scritto di emettere un mandato d’arresto. In Sicilia, come negli
altri tribunali distrettuali della Corona, l’intera procedura inquisitoriale si
basa sul segreto. L’imputato viene catturato e rinchiuso nelle carceri senza
sapere da chi e perché è stato accusato. La cattura è compito dell’alguacil, ma è necessaria la presenza
del receptor e del notaio per il
sequestro dei beni che serviranno alle spese di mantenimento in carcere. L’alguacil conduce l’imputato presso le
carceri segrete, dove viene rinchiuso in assoluto isolamento fino al primo
interrogatorio. Esso avviene in un’apposita stanza, la camera del segreto, alla
presenza dell’inquisitore e del notaio del segreto addetto alla trascrizione
delle domande e delle risposte. Gli inquisitori interrogano il preso (detenuto)
con una scaletta di domande predisposta nei manuali e nelle Instrucciones volta a ottenere la confessio che costituisce la prova plena del delitto. Se l’imputato
non confessa, gli viene somministrata la tortura, le cui modalità di
applicazione sono contenute nella bolla Ad
extirpanda di papa Innocenzo IV del 1252 e in vari manuali di epoca
medievale e moderna. Nel caso di eresia, la tortura è applicabile a tutti, ad
eccezione di donne incinte, vecchi e bambini per i quali sono previste pene
corporali più lievi. L’Inquisizione spagnola adotta diversi tipi di tortura
compresi i carboni ardenti o lo stiramento. Ma in Sicilia si pratica usualmente
quella dei “tratti di corda”: l’inquisito viene legato con le mani dietro la
schiena e sollevato più volta in aria con un sistema di carrucole e poi fatto
cadere di colpo, senza fargli toccare il pavimento. Secondo i manuali, la
tortura può essere somministrata al massimo tre volte a seduta, per non più di
trenta minuti. Il processo inquisitoriale si chiude con tre tipi di sentenza:
l’assoluzione, la riconciliazione in grembo alla chiesa e il rilascio al
braccio secolare per l’esecuzione della pena capitale. Se il delitto è di
natura lieve, il tribunale si riunisce in seduta ristretta, con gli inquisitori
e un rappresentante del vescovo, ma per i capi d’accusa più gravi, quali
l’apostasia (o ripudio totale del credo), è necessario riunire un collegio
giudicante allargato in cui sono presenti gli inquisitori, il vescovo, i consultores (giuristi specializzati
nelle materie trattare nel processo in atto) e i qualificatori (teologi esperti
nella valutazione teologica del delitto in questione). A partire dalla fine del
‘500, quando vengono stese le Concordie che
stabiliscono le norme per dirimere i conflitti giurisdizionali tra
l’inquisizione e la giustizia laica, all’organo giudicante si affiancano anche
altre figure come il giudice della Gran Corte, l’avvocato fiscale del Real
patrimonio o il giudice dei beni confiscati. Se l’intera procedura è basata
sulla regola del segreto, le sentenze sono spesso pubbliche, poiché servono da lectio alla comunità. La lettura della
sentenza avviene durante l’autodafè,
la cerimonia conclusiva della procedura inquisitoriale a cui partecipa il
popolo, i nobili e i rappresentanti delle istituzioni siciliane.
L’amministrazione finanziaria
Il
bilancio dell’Inquisizione si articola in una voce in entrata (introitus o pecunie recepte) e in due
voci di uscita: gastos ordinarios e
gastos extraordinarios. Le prime sono costituite dai salari del personale
ufficiale dell’Inquisizione, mentre le seconde possono essere di vario genere e
natura: riparazioni e lavori di manutenzione (reparos de cosas y obras), alimentazione dei detenuti (los mantenimientos de presos), spese di
mantenimento di beni confiscati quali terreni e palazzi (latore de heredades confiscadas) o spese per la corrispondenza
d’ufficio (pagar correos de lettras por
cosas de oficio). Tutte le spese sono riportate con i rispettivi mandati di
pagamento all’interno dei registri dei conti del ricevitore e presentate alla
Magna Curia dei Maestri razionali, il supremo organo di controllo e di
giurisdizione in materia finanziaria, con compiti consultivi e di
registrazione. Il controllo dei maestri razionali sui conti del Santo Uffizio
non è solo di tipo contabile, ma anche di legittimità poiché alla revisione
strettamente contabile deve seguire l’accertamento sulla conformità delle spese
effettuate alle istruzioni impartite dal re, il quale invia al Maestro
razionale le indicazioni sull’ammissibilità delle spese. La Magna regia Curia
dei Maestri razionali diventa la struttura centralizzata di controllo contabile
di tutti i conti degli ufficiali che maneggiano il denaro pubblico del regno,
compresi gli ufficiali dell’Inquisizione.
I conflitti giurisdizionali
L’introduzione
del tribunale spagnolo provoca fin dalla sua istituzione le resistenze del
Parlamento di Sicilia il quale, in quanto garante dei privilegi del Regno, si
oppone all’esercizio dell’attività giudiziaria di ministri e ufficiali
spagnoli. Secondo le leggi del regno, infatti, i siciliani non possono essere
giudicati da giudici stranieri. Tuttavia, nonostante l’azione congiunta di
giuristi, autorità e popolo, l’Inquisizione riesce a radicarsi a fondo nel
tessuto sociale e giuridico siciliano grazie alla strutturazione della familiatura che inizia ad attrarre tra
le sue fila gli esponenti della nobiltà parlamentare. Nella seconda metà del Cinquecento, di fronte
alla necessità di combattere il banditismo nell’isola, la politica viceregia
prevede l’applicazione del procedimento ex
abrupto, ovvero la carcerazione e l’uso della tortura anche in
mancanza di prove. Date le strette connessioni tra baronaggio e banditismo,
molti nobili finiscono nel mirino della giustizia vicereale e subiscono la
procedura ex abrupto (Pomara,
2011). Ma per aggirare il problema, la nobiltà siciliana trova presto un
escamotage: entrare nelle fila della familiatura inquisitoriale per godere del
foro privilegiato (V. Sciuti Russi, 2007: 289). Ciò gli permette di usufruire
della protezione giuridica del tribunale spagnolo, sfuggendo alla giustizia
ordinaria. All’Inquisizione fa comodo avere affiliati nei ranghi della nobiltà
siciliana perché questo le permette di insinuarsi nel braccio più potente del
Parlamento, quello baronale. Cosa non gradita ai viceré che vedono nel blocco
baroni-inquisizione il maggior ostacolo alla politica viceregia.
Da un punto di vista istituzionale, il conflitto tra Inquisizione e viceré è
inevitabile: il viceré in Sicilia è l’alter ego del re di Spagna, a capo
dell’intera amministrazione regia e della disciplina ecclesiastica (dato che
esercita il legato apostolico per conto del re di Spagna). Gli inquisitori,
dunque, avrebbero dovuto essere alle sue dipendenze, sia come funzionari regi,
sia come giudici di fede (Renda, 1997: 23). Tuttavia, il loro potere è autonomo
e la loro gestione è interamente esterna al governo dell’isola.
De Vega (viceré di Sicilia dal 1547 al 1557) denuncia con forza l’eccessivo
numero di familiares nell’isola
e la quantità di crimini rimasti impuntiti, arriva persino a ordinare l’arresto
dell’inquisitore Bartolomé Sebastián per reati commessi contro il fisco, ma
l’episodio suscita talmente tanto scandalo che il sovrano è costretto ad
allontanare il viceré dall’isola.
Le tensioni si riaccendono nel 1577, quando giungono in Sicilia il nuovo
inquisitore Diego de Haedo e il nuovo viceré Marco Antonio Colonna. I due danno
vita a uno conflitto di proporzioni talmente rilevanti da richiedere la stesura
di una prima Concordia (1580) che disciplini i rapporti fra le due istituzioni.
Il testo, stilato da una commissione incaricata dal sovrano, ribadisce il
rispetto dovuto dalle autorità al tribunale e il diritto degli inquisitori di
occuparsi delle cause in cui sono coinvolti i familiari del Santo Uffizio. Ma
nel 1597 è necessaria una seconda Concordia per
frenare l’ingresso dei nobili titolati con seggio in Parlamento nella
familiatura, riproposta poi, con poche modifiche, nel 1636. L’intromissione
dell’Inquisizione nella vita politica e sociale del regno di Sicilia e il
conflitto giurisdizionale che ne deriva, rivela la prevalente funzione politica
del tribunale il quale, radicandosi nel tessuto sociale, incorporando nella sua
struttura i nobili e partecipando attivamente alla dialettica politica istituzionale
si converte in uno strumento di controllo politico della monarchia.
Gli inquisiti
Gli
inquisiti del tribunale dell’Inquisizione di Sicilia ammontano a 7.161 persone.
Un numero abbastanza alto se si considera che il tribunale persegue reati di
fede e non crimini comuni. La tipologia degli inquisiti del tribunale siciliano
è composta da 2.110 inquisiti per giudaismo, 1.040 per apostasia e
maomettanismo, 921 per magia e stregoneria, 598 per proposizioni ereticali, 580
per bestemmia, 499 per protestantesimo, 485 per bigamia, 356 per oltraggio al
Sant’Uffizio, 206 per atti sacrileghi, 188 per sollecitatio ad turpia, 107 per eresia, 13 per
sodomia e altri 63 inquisiti per delitti non identificati.
I giudaizzanti
Il
contingente maggiore è costituito dai giudaizzanti: 2.110 persone inquisite di
cui 2.080 nei soli anni 1501-1530. Un dato che smentisce William Monter il
quale, al contrario, aveva sostenuto che, durante la prima decade del XVI
secolo, l’Inquisizione in Sicilia funzionasse con «molta prudenza», occupandosi
quasi esclusivamente di renegados
cristianos, cioè cristiani che abbandonano la fede cattolica per
l’Islam. Ma in quegli anni, gli inquisiti per apostasia e conversione all’Islam
ammontano solo a 37, mentre l’attenzione del tribunale è interamente rivolta ai
giudaizzanti, o conversos.
A differenza del caso spagnolo dove la politica antiebraica aveva provocato un
aumento esponenziale delle conversioni già nei primi anni del XV secolo,
nell’isola non viene attuata una politica sistematica contro le comunità
ebraiche, per cui non si presenta alcun fenomeno di conversioni di massa e gli
ebrei siciliani iniziano a convertirsi soltanto dopo la pubblicazione
dell’editto di espulsione del 1492.
I rinnegati
William
Monter sostiene a torto che nei primi anni di attività il tribunale spagnolo in
Sicilia persegue quasi esclusivamente cristianos
renegados. Però, è pur vero che i rinnegati costituiscono la
seconda categoria di persone più perseguite dall’Inquisizione: 1.040 in totale,
di cui 982 tra il 1550 e il 1700. In quegli anni, l’Inquisizione siciliana
costituisce senza dubbio l’avamposto della lotta contro gli infedeli e persegue
con particolare attenzione gli apostati, “i cristiani di Allah”. Ecco perché le
fonti inquisitoriali siciliane abbondano di rinnegati provenienti da varie
parti d’Europa. In Sicilia i rinnegati subiscono le pene più dure. Tuttavia,
l’atteggiamento dell’Inquisizione siciliana nei confronti dei rinnegati è da
leggere in relazione al cambiamento della situazione politica della seconda
metà del Cinquecento. Inizialmente, la procedura inquisitoriale in materia di
apostasia prevedeva la sentenza di riconciliazione, ovvero la riammissione in
seno alla Chiesa con le limitazioni che essa comporta (il riconciliato,
infatti, non può esercitare una professione, né un’attività commerciale, non
può concludere un contratto, non può adire in giudizio, né chiedere la
restituzione di un prestito). Una morte civile particolarmente temuta che
scoraggia quanti, convertitisi all’Islam per sfuggire alla schiavitù e
fortunosamente tornati in terra cristiana, vorrebbero presentarsi al Santo
Ufficio per confessare le proprie colpe. L’Inquisizione si mostra
misericordiosa solo nei casi in cui l’abiura è dovuta a un reale ed imminente
pericolo di vita in forza del precetto prima
caritas in suis. Pertanto, molti rinnegati, durante
l’interrogatorio, sostengono di essere stati costretti alla conversione con
minacce o percosse. La politica nei confronti dei rinnegati cambia in vista
della battaglia di Lepanto (1571). Mentre si organizzano le flotte della Lega
santa, il Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione di Madrid invia una
circolare a tutti i tribunali distrettuali in cui si prevede
l’assoluzione ad
cautelam con abiura de
levi per i rinnegati che si presentano spontaneamente di
fronte il Sant’Uffizio. Un trattamento decisamente più clemente che incentiva
l’autodenuncia e favorisce il ritorno in patria di tutti quelli che per paura
dell’Inquisizione erano rimasti a lavorare a servizio delle navi barbaresche,
costituendo forza lavoro. Una politica, dunque, che mira a privare le forze
nemiche del contributo sostanziale offerto dai rinnegati.
Gli inquisiti per magia e stregoneria
La
terza categoria di persone che il tribunale di Sicilia persegue con particolare
cura è costituita dai 921 processati di magia e stregoneria. Maria Sofia
Messana, nel suo libro Inquisitori,
negromanti e streghe nella Sicilia moderna 1500-1782 conduce un’analisi
dei processi inquisitoriali per magia e stregoneria del tribunale di Sicilia,
descrivendo le pratiche che il tribunale reprimeva. Si tratta di pratiche
diffuse in tutte Europa, ma in Sicilia in particolare. Fra gli inquisiti per
magia e stregoneria si trovano negromanti, chiromanti, esperti di magie ad amorem, ad odium, ad mortem, esperti nella
ricerca di tesori nascosti, nella lettura del futuro o nel togliere il
malocchio. Fra essi si distingue una componente maschile, dedita alla magia
colta, come la negromanzia (l’arte di interrogare i demoni), la chiromanzia
(l’arte di leggere la mano) o la divinazione (l’arte di interrogare forze
sovrannaturali per ottenere informazioni inaccessibili all’uomo, come il
futuro). Le donne invece, sono per lo più guaritrici che conoscono le proprietà
medicinali delle piante, la loro manipolazione e i loro effetti sulla salute
delle persone. La loro professionalità si basa su un bagaglio di conoscenze
trasmesse per lo più oralmente di generazione in generazione. La parte più
cospicua di questa tipologia di inquisiti è costituita dai “operatori
terapeutici”, ovvero guaritori e guaritrici con conoscenze antiche legate al
mondo della medicina e della magia naturale che usano elementi della liturgia
come l’ostia o l’acqua battesimale. Queste pratiche, non rientrando fra quelle
ufficiali della medicina nè della Chiesa, sono inevitabilmente catalogate come
eretiche.
Esemplari i casi di tre medici siciliani: Tarantino Di Costanzo, Geronimo
Reytano e Joan Vincente Landolina che ricorrono a pratiche magiche per la cura
dei loro pazienti. Fra i tanti operatori magici e terapeutici che finiscono
nelle mani del Santo Ufficio siciliano, un posto speciale occupano le
cosiddette donna di fora,
un po’ streghe, un po’ guaritrici e un po’ fate che appartengono
all’immaginario collettivo della più antica cultura folklorica dell’isola. Ma
esistono anche degli uomini
di fora, guaritori o fattucchieri che compongono amuleti e pozioni
magiche. I più famosi testi di demonologia concordano nell’attribuire alle
donne il lato più perverso e eretico delle arti magiche per via della loro
accentuata sensibilità ed emotività che le rende le maggiori conduttrici delle
forze occulte come previsto in uno dei manuali più noti e più usati dagli
inquisitori, il Malleus
Maleficarum. Tuttavia, dai dati statistici rilevati dalle fonti
inquisitoriali, risulta che le percentuali di uomini e donne che si dedicano
alla magia si equivalgono, o perlomeno si collocano su valori vicini. Tra i 921
inquisiti per stregoneria si contano 427 uomini e 494 donne.
Da Vittorio
Amedeo II di Savoia a Carlo VI d’Austria (1713-1734)
Nel
1713 con la pace di Utrecht, la Sicilia cessa di essere dominio spagnolo e
viene assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, ma il cambiamento politico non
influenza l’attività del tribunale che, per via di un accordo diplomatico tra
Vittorio Amedeo e Filippo V di Spagna, continua a operare sotto le direttive
del Consiglio della Suprema di Madrid.
Nel 1720 i Savoia cedono la Sicilia a Carlo VI, imperatore d’Austria, il quale,
al contrario, decide di rompere il legame del tribunale siciliano con Madrid, affidandone
la direzione a un Inquisitore generale a Vienna. Nel corso dei quindici anni di
dominazione austriaca vengono inquisite 67 persone di cui 6 molinisti, 12
bigami, 21 basfemi e 28 sortileghi. Proprio durante la dominazione austriaca
viene celebrato il solenne autodafé (“atto di fede” che consiste nella
proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore). Si faceva un corteo, per lo più in
giorno festivo; e vi partecipavano i giudici e i funzionarî (familiari)
dell'inquisizione, gli ordini religiosi del luogo e i rei, rivestiti del sambenito. Giunto il corteo
alla piazza, ove precedentemente era stato eretto un palco, si leggevano le
sentenze, avevano luogo le abiure e le riconciliazioni pubbliche, si
consegnavano alla giustizia secolare i relajados o
condannati a morte. La pena poi s'infliggeva alla presenza del notaio. Può
essere avvenuto in qualche caso che l'esecuzione abbia avuto luogo sulla piazza
medesima dell'autodafé, subito dopo letta la sentenza, ma in generale,
consegnato il reo al potere civile, i giudici dell'inquisizione si ritiravano
col loro seguito. L'autodafé era quindi un atto distinto dall'esecuzione della
sentenza. Si diceva autodafé generale quello
in cui i processati e condannati erano numerosi e per diversi motivi. Vi erano o
potevano esservi allora quelli che dovevano essere bruciati vivi come
impenitenti; quelli destinati al rogo dopo aver subito la tortura e condannati
a morte come eretici, sebbene pentiti; le statue dei condannati a esser arsi in
contumacia; i riconciliati e i sospetti d'eresia che abiuravano. Autodafé particolare aveva
luogo quando vi erano solo pochi rei, e non si celebrava con l'apparato e la
solennità di quello generale, ma v'interveniva soltanto il Sant'Uffizio e il
giudice ordinario, per il caso che vi fosse qualche relajado. Infine,
autodafé semplice era
quello a cui prendeva parte un solo reo, ed era tenuto, secondo le circostanze,
in chiesa o sulla piazza pubblica.
Proprio il nuovo sovrano, infatti, per dare una dimostrazione ai siciliani
della continuità del suo regno con il precedente governo spagnolo, finanzia la
sfarzosa celebrazione dell’autodafé del 1724.
La cerimonia si svolge secondo gli antichi fasti spagnoli. Ne rimane memoria
nelle cronache e resoconti ufficiali, quale ad esempio L’Atto Pubblico di fede
solennemente celebrato nella città di Palermo il 6 aprile 1724, dove si trova
un dettagliato resoconto della cerimonia commissionato dall’Inquisizione
stessa. L’ultimo autodafé è quello del 1731 in cui viene condannato per
proposizioni ereticali l’avvocato Antonino Canzoneri.
Il tribunale
autonomo (1734-1782)
Nel
1734 la Sicilia si ritrova unita al regno di Napoli sotto la guida di Carlo
Borbone, figlio del re di Spagna e capostipite della nuova dinastia Borbone.
L’Inquisizione di Sicilia cessa pertanto di essere austriaca, ma non ritorna ad
essere spagnola. Gli inquisitori in carica, Antonino Franchina e Juan Francisco
Iniguez Abarca, continuano a operare senza dipendere da Madrid, né da Vienna.
Nel 1738, con il breve Cum
nobis potissima et summa cura papa Clemente XII ne sancisce
ufficialmente l’autonomia, dando il via alla sua ultima fase. Nei primi anni di
autonomia dell’Inquisizione siciliana, il processo di maggior risonanza è
quello contro il monaco benedettino Mariano Crescimanno, accusato di quietismo
(complesso di dottrine a
sfondo mistico diffuse nel 17° sec., incentrate sull’affermazione della
necessità della preghiera di quiete, di un
atteggiamento cioè di totale e puro abbandono contemplativo in cui deve porsi
il fedele di fronte a Dio, per adorarlo, amarlo e servirlo, senza alcuna
produzione di atti) condannato
alla reclusione perpetua nelle carceri penitenziali.
Con l’autonomia inizia il declino dell’Inquisizione siciliana. Carlo Borbone
svuota pian piano il tribunale dei suoi privilegi. Nel 1746, le cause inerenti
il foro privilegiato dell’Inquisizione vengono subordinate all’esame di una
giunta presieduta dal viceré, mettendo così fine ai molteplici conflitti
giurisdizionali che, nonostante la stesura delle tre Concordie cinquecentesche,
continuavano a paralizzare la giustizia ordinaria. Nel 1749, con la riforma
dell’amministrazione della giustizia del ministro Bernardo Tanucci, il foro
privilegiato dell’Inquisizione viene limitato alle cause dei suoi ufficiali,
viene drasticamente ridotto il numero del personale e viene inibita la facoltà
degli inquisitori di comminare censure o scomuniche agli ufficiali regi. I
provvedimenti e le riforme del ministro Tanucci vengono duramente contrastate
dall’inquisitore Francesco Maria Testa, il quale ne chiede al re la
cancellazione, ma il processo di svuotamento funzionale del tribunale è già in
atto e conosce un’accelerazione con l’ascesa al trono di Ferdinando Borbone e
della moglie Maria Carolina (figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa). Alla
morte di Antonino Franchina nel 1779 e alla promozione di Niccolò Cianfaglione
come arcivescovo di Messina nel 1780, i due posti di inquisitori provinciali
rimangono vacanti. Già in questi anni, si comincia a discutere l’ipotesi di una
possibile soppressione del tribunale. Il lento declino dell’Inquisizione di
Sicilia ha fine nel 1782. Il 16 marzo 1782, Ferdinando Borbone emette il
decreto abolitivo dell’Inquisizione siciliana, mentre il 27 marzo il viceré
Caracciolo provvede alla chiusura delle carceri, la distruzione di stemmi e
insegne, l’eliminazione delle gabbie di ferro utilizzate per esporre le teste
dei ribelli sulla facciata dello Steri. Un anno dopo, nel 1783, l’antico
archivio inquisitoriale viene dato alle fiamme con una solenne cerimonia
pubblica per celebrare l’abolizione dell’Inquisizione siciliana. L’intera
documentazione processuale viene invece bruciata, sottraendo così agli storici
una fonte insostituibile per lo studio dell’attività dell’Inquisizione in
Sicilia. Dal rogo si salvano solo le carte contabili, attualmente conservate
presso l’Archivio di Stato di Palermo (sede della Gancia). L’Archivio Storico
Nazionale di Madrid conserva la documentazione esistente del tribunale
siciliano nella sezione Inquisición
Sicilia, dove si conserva la corrispondenza, le relaciones de causas e
molti dei processi del tribunale siciliano.
La mafia nel regno borbonico (1816-1861)
Vincenzo Linares, giornalista
e scrittore, nel 1840 descrive così i “Beati Paoli”: Molti convennero insieme all’ombra
del mistero, e un altro potere fondarono per fare argine all’aperta violenza
dei baroni, e a quella segreta dell’Inquisizione. Una forza occulta e
misteriosa cercava di opporsi alla forza palese. Si adunavano ad esercitare le
loro funzioni dispotiche e segrete sotto il nome di Beati Paoli. Gente del
volgo, artigiani, marinai, borghesi, forensi formavano questo corpo terribile,
che a sé attribuiva di giudicare delle azioni degli uomini, di riesaminare le
sentenze giudiziarie, di riparare i torti arrecati dal potere e da’ tribunali
costituiti. Tra la mafia e i Beati Paoli sussistono interessanti parallelismi e
come scrive Antonio Uccello in Carcere e mafia nei canti popolari siciliani:
“Non è chi non veda nella costruzione di queste congreghe il sorgere della
mafia”. Nel secolo successivo si
parla della cosiddetta “Sicilia Cattolica” del XIX secolo che approda nel 1860
con la prima rete mafiosa capeggiata da Antonino Giammona e la diffusione del
fenomeno del brigantaggio e delle prime confraternite dei padri francescani che
offrono ai banditi un’ampia tutela e protezione.
I latifondi e le prime infiltrazioni mafiose
E’ la difesa dai soprusi feudali tutti richiamati nel
malgoverno borbonico a dar fiato alle “fratellanze” che fanno poi da base per
il micidiale innesto della mafia in chiave antigovernativa e antiborbonica. I mutamenti
economici e sociali avvenuti nel XIX secolo favorirono l’ingresso della mafia
in Sicilia. Una nuova classe di proprietari terrieri subentrò agli ordini
ecclesiastici espropriati e si divise anche le terre precedentemente di
proprietà dello Stato. Questi nuovi proprietari si unirono volentieri alla
vecchia aristocrazia feudale e ne imitarono gli atteggiamenti e le abitudini
mentre insegnavano ai vecchi aristocratici alcuni nuovi metodi e pratiche
politiche e amministrative. Nel meccanismo di
infiltrazione mafiosa i grandi latifondisti, che non risiedono stabilente nelle
campagne, affidano ai “campieri” e ai “gavellotti” (che controllano i campi e
che riscuotono le gavelle per conto del padrone) il compito di vigilare le
proprietà e la mafia prende campo. E’ stata da allora una sorta di forza di difesa tanto dei
nuovi proprietari quanto dei vecchi: le sue reclute appartenenti a certi gruppi
di persone che fungono da intermediari tra i proprietari terrieri e i contadini
(massari, sovrastanti, campieri ) e sfruttarli entrambi. Mescolata con le
classi alte siciliane, la « mafia » riuscì a penetrare nell'organizzazione
amministrativa e politica della Sicilia, ed occasionalmente ad esercitare
influenza sul governo locale e nazionale.
L’unità d’Italia: la mafia agraria
Il malcontento generale della
classe popolare a seguito del governo borbonico e della nascita di nuovi grandi
proprietari terrieri di classe aristocratica favorì una rivolta che prese campo
nel 1860. Ai Mille di Giuseppe Garibaldi la mafia offrì volontari e picciotti,
armi e finanziamenti. Più di ventimila picciotti seguirono Garibaldi. Nel 1860 Garibaldi con le sue camicie rosse invase la
Sicilia per annetterla al regno d’Italia, sconfiggendo l’esercito borbonico. La
spedizione ebbe un rapido successo poiché lo sbarco innescò una rivolta interna
che non lasciò scampo ai Borboni. La causa del disagio che spinse i siciliani
ad appoggiare i garibaldini fu la legge del 4 agosto 1812, con cui il
Parlamento siciliano aveva formalmente abolito il sistema feudale, che, però,
continuò ancora per oltre un secolo ad essere la struttura socio-economica
portante della Sicilia. I baroni che prima gestivano immensi feudi in quanto
vassalli del re, continuarono lo stesso a spadroneggiarvi in quanto
proprietari. Questo modello basato sul latifondo aveva favorito la miseria
della popolazione e la debolezza delle classi sociali diverse da quella
possidente, unitamente alla diffusione del particolarismo (tendenza a curarsi
solo dei propri interessi, spesso a danno degli interessi altrui), del
familismo (concezione che assolutizza i legami familiari arrivando
all'estraniamento dalle responsabilità sociali), del clientelismo (sistema di
relazioni tra persone che, accomunate da motivi di interesse, si scambiano
favori, spesso a danno di altri). Il popolo siciliano sperava in un cambiamento
sociale con l’annessione al regno d’Italia. Il risorgimento, tuttavia, deluse
le aspettative. I primi governi italiani (quelli della Destra storica, aventi
ministri solo settentrionali) vollero la sottomissione senza condizioni al
nuovo Stato, imponendo il servizio di leva obbligatoria (che privò le famiglie
contadine di braccia giovani) e insaprendo le tasse (tra cui quella odiosa sul
macinato). Nei primi dieci anni le politiche governative fecero nascere la
questione meridionale: investimenti pubblici vennero concessi quasi
eslusivamente a industrie del nord; la redistrubuzione delle terre fu iniqua;
fu ritirato il denaro metallico e sostituito con cartamoneta, il che il che
consentì l’avvio di una spirale inflazionistica; fu emarginato e poi smembrato
il Banco delle Due Sicilie. Il risultato fu il peggioramento socio-economico
dell’intero meridione. Anche sul fronte politico l’integrazione fu
problematica: si voleva inserire siciliani fra i ministri del re, ma gli uomini
politici locali praticavano l’omicidio e il sequestro contro i loro avversari.
In Sicilia c’erano, inoltre, i rivoluzionari repubblicani che avevano legami
con bande semi-criminali, gli aristocratici e il clero ancora fedeli ai borboni
o indipendentisti. L’insieme di tutti questi fattori fece si che i primi
quindici anni dell’unità furono contrassegnati da numerose rivolte in Sicilia.
La prima nel 1862 per mano dello stesso Garibaldi che, preoccupato della
situazione del nuovo regno, scelse la Sicilia come piattaforma per una nuova
invasione della penisola. L’obiettivo era Roma, governata dal Papa, ma un
esercito italiano lo fermò sull’aspromonte. Il governo italiano allora instaurò
la legge marziale in tutta l’isola, diventando un precedente importante per gli
anni a venire. Non volendo o non potendo trovare l’appoggio per pacificare la
Sicilia con mezzi politici, si fece ricorso alla soluzione militare (assedi di
città, arresti di massa, incarcerazioni senza processo). La situazione non
migliorò, tanto che nel 1866 ci fu un’altra rivolta a Palermo, simile a quella
del 1860 contro i Borboni. I tumulti e le repressioni si attenuarono nel 1876,
quando politici siciliani entrarono nella compagine del governo. In questo
periodo (1860-76) nasce la mafia, che inizialmente è agraria, imperniata nella
figura del gabelloto mafioso, reggendosi su un sistema parassitario, grazie al
ruolo di intermediazione tra comunità locale e Stato centrale, tra manodopera
contadina e proprietari terrieri. Ottenuti in gabella gli ex feudi dei baroni,
poco interessati a operarvi trasformazioni produttive, i primi mafiosi li
dividevano in piccoli lotti, subaffittandoli ai contadini poveri e ricavando
consistenti guadagni. I gabelloti divennero potenti e in assenza dello Stato
gestirono da soli il monopolio della violenza (i piccoli criminali sparirono,
c’era spazio solo per i mafiosi), creando proprie forze armate, i cosiddetti
campieri. Il primo caso di mafia riguardò la vicenda del chirurgo Galati che
ereditando il fondo Riella (un limoneto) dovette fare i conti con il guardiano
della tenuta, Carollo. Quest’uomo era un mafioso e praticava la prima forma di
racket della mafia siciliana: rubava limoni affinchè le rendite si
abbassassero, così facendo avrebbe potuto comprare a basso costo il terreno.
Perciò faceva pressione sull’ex proprietario, il quale per paura gli dava il
25-30% della rendita. Galati decise di licenziare il guardiano, che per
vendetta uccise il suo sostituto, ma il proprietario non cedette alle intimidazioni
anche quando gli arrivarono lettere minatorie contro la sua famiglia. La
polizia non era troppo zelante e sembrava non voler catturare Carollo e i suoi
scagnozzi. La mafia all’epoca agiva sotto la copertura di un’organizzazione
religiosa comandata da Antonino Giammona (boss dell’Uditore, piccolo villaggio
dove era situato il fondo Riella). Quest’uomo di umili origini fece fortuna
durante le rivolte del ’48 e del ’60. La mafia dell’Uditore basava la sua
economia sul racket della protezione dei limoneti. Poteva costringere i
proprietari ad assumere i suoi uomini come guardiani e la sua rete di contatti
con carrettieri, grossisti e portuali era in grado di minacciare la produzione
di un’azienda agricola o di assicurarne l’arrivo sul mercato. Utilizzando la
violenza si poteva fare cartello. Una volta assunto il controllo di un fondo, i
mafiosi potevano rubare puntando ad un’economia parassitaria o ad acquistarlo
ad un prezzo basso. Alla fine Galati fuggì a Napoli incapace di ottenere
giustizia a causa dell’omertà degli abitanti e della collusione di parte delle
istituzioni. La mafia acquisì i caratteri tipici dell’associazione segreta
perché in quell’epoca era diffusa la massoneria e la carboneria e in secondo
luogo, per il semplice fatto che conveniva usare una sinistra cerimonia di
iniziazione e una tavola di leggi la cui prima regola era il castigo ai
traditori, contribuiva a creare unità interna e senso di appartenenza.
Parallelamente in Sicilia si sviluppò il fenomeno del brigantaggio che però si
distingueva dalla mafia: i primi volevano un cambiamento sociale e di
conseguenza attentavano alla proprietà privata e alla sicurezza dei baroni, i
mafiosi invece gli offrivano “protezione”. Brigantaggio e mafia erano fenomeni
antagonisti che però potevano entrare in rapporti simbiotici: i briganti
concorrevano a creare tra le vittime una forte domanda di protezione sul
territorio e i mafiosi approfittavano di questa circostanza per offrire la loro
”sicurezza”, prestandola a condizioni a prima vista accettabili. La violenza
del mafioso per quanto costosa non era assolutamente da paragonare a quella del
brigante. Il brigantaggio, fenomeno delle classi subalterne, è stato tollerato
e strumentalizzato dalle classi dominanti, fino a quando tornava utile per poi
essere represso duramente (ciò avvenne quando la borghesia mafiosa andò al
potere nel 1876). La mafia invece, espressione delle classi dirigenti, che
continua ad esistere ancora oggi, ha saputo costruire e mantenere un rapporto
organico e di connivenza col potere politico. La mafia in principio adottò una
strategia di boicottaggio nei confronti dello Stato. Ben presto però i mafiosi
capirono che la politica cercava di usarli come strumento di governo locale:
prima la Destra che nei momenti più difficili, durante le rivolte, li usò per
ripristinare l’ordine. Poi nel 1876, quando il governo Minghetti perse la
fiducia dei politici siciliani a causa della proposta di una commissione
parlamentare su mafia e banditismo (venne considerata un oltraggio dalla classe
dirigente dell’isola), la Sinistra, invece molto forte in Sicilia, formò il suo
primo governo che si rassegnò a collaborare con politici mafiosi. La mafia
cominciò quindi ad affondare le mani nel mercato romano dei favori elettorali.
Da una strategia di boicottaggio, quindi, si passò ad una di sfruttamento dello
Stato. Entrambi gli schieramenti politici usarono la mafia come strumento di
governo locale, solo in maniera differente. Il modello introdotto dalla
Sinistra è quello che rimane valido ancora oggi. L’analisi più lucida sulla
nascita della mafia ce la dà Leopoldo Franchetti, intellettuale toscano:
<<la mafia nacque con la caduta del feudalesimo e l’arrivo del
capitalismo che necessitava di uno Stato che garantisse ai vari imprenditori
sicurezza attraverso il monopolio della violenza. Il regno d’Italia fallì e
così i baroni e i loro scagnozzi cominciarono a prendere il controllo
dell’economia (racket estorsione/protezione) e della politica (corruzione).
I rapporti tra Chiesa e mafia
La
relazione Chiesa-Mafia affonda le proprie radici storiche già all’epoca
dell’Unità d’Italia, quando la Chiesa guardava con ostilità alle organizzazioni
criminali, mafia inclusa, poiché considerate come il prodotto di una ostilità
statale e istituzionale nei confronti della Chiesa. Occorre fare un altro passo
indietro, e sottolineare come i rapporti tra la Chiesa di quegli anni e quello
Stato- unitario fossero già incrinati a causa della minaccia istituzionale nei
confronti degli interessi ecclesiastici. L’Unità d’Italia fu un evento storico
pesante per l’Istituzione Cattolica, poiché diede avvio a un periodo di
desacralizzazione e di secolarizzazione della società. L’akmè di questa acredine
è lampante nel cosiddetto “Non Expedit”, con cui nel
1868 la Santa Sede vietò ai cattolici non solo la militanza politica
all’interno delle organizzazioni partitiche, ma pose persino il “divieto” di
votare alle tornate elettorali, con importanti ripercussioni successive.
Il “Non Expedit” venne
abrogato solamente al termine della Grande Guerra, sia per tendere una mano
allo Stato e dimostrare un sentimento di patriottismo, sia per lanciare il
nuovo Partito Popolare Italiano, espressione politica dei cattolici.
Politica
e mafia a fine ‘800
Verso la fine
dell’800 scoppiò un caso nazionale in Sicilia: le miniere di zolfo producevano
la morte di centinaia di lavoratori l’anno a causa delle esalazioni velenose.
In particolar modo preoccupavano le condizioni dei giovani che, lavorando in
miniera, conducevano una vita miserabile: pagati pochissimo e deformati
dall’eccessivo lavoro, erano pure vittime di abusi sessuali. Nel 1883 a Favara
(città in provincia di Agrigento, famosa per le sue zolfare) furono arrestate
200 persone con l’accusa di far parte della “fratellanza” un’organizzazione
segreta. Due anni più tardi ci fu il processo e molti imputati vennero
condannati. La fratellanza aveva un rituale di iniziazione e una struttura
interna molto simile a quella che Tommaso Buscetta descrisse per Cosa Nostra.
Le regole tra la cosca di Favara e quella palermitana erano simili già nel
1883. Com’era possibile tutto ciò (le città si trovano ad una distanza di 100
Km l’una dall’altra)? Probabilmente alcuni membri della Fratellanza, essendo
stati in carcere a Palermo nel 1879, potrebbero aver solidarizzato con qualche
mafioso locale. Ad ogni modo questa organizzazione controllava il mercato dello
zolfo in parte della Sicilia occidentale. Utilizzando la violenza in modo
organizzato e sfruttando i lavoratori questi criminali puntavano ad eliminare
la concorrenza, talvolta facendo cartello con imprenditori, dirigenti,
picconieri e guardie. Ricevette inoltre copertura da proprietari terrieri, ex
sindaci che probabilmente erano collusi con la fratellanza. Purtroppo la
pericolosità di questa prima mafia passò in secondo piano a favore dei riti che
la caratterizzavano. Queste usanze definite primitive e arretrate venivano
considerate dagli investigatori dell’epoca come elemento di debolezza e di poca
pericolosità dell’organizzazione. Invece i riti e le regole della fratellanza
creando un senso di appartenenza, garantivano una grande fedeltà tra gli
affiliati. Il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, che aveva curato il caso
della fratellanza di favara, nel 1900 redige un rapporto di 485 pagine
presentato al procuratore generale del capoluogo siciliano nel quadro della
preparazione di un processo. Le informazioni contenute nel documento sono
talmente ben particolareggiate da poter essere considerate il primo quadro
completo della mafia siciliana. Si viene a conoscenza della collocazione delle
otto cosche che dominano i sobborghi e i paesi satelliti situati a nord e a
ovest di Palermo. Sono presenti inoltre i nomi dei capi e sottocapi di ciascuna
cosca, i profili di 218 uomini d’onore e la descrizione accurata del rito di
iniziazione e del codice di comportamento della mafia. Sono illustrati i metodi
imprenditoriali, la maniera in cui si infiltra e controlla le aziende ortofrutticole,
falsifica banconote, commette rapine, terrorizza e assassina testimoni. Spiega
che la mafia ha centralizzato i fondi per il sostegno delle famiglie dei
detenuti e il pagamento degli avvocati. Racconta come i capi delle cosche
mafiose lavorano insieme per la gestione degli affari dell’associazione e il
controllo del territorio. Questo diagramma è abbastanza impressionante, perché
corrisponde in misura larghissima a ciò che molti decenni più tardi Tommaso
Buscetta rivelò a Giovanni Falcone. Ermanno Sangiorgi riuscì ad ottenere tutte
queste informazioni perché nel periodo in cui era in servizio a Palermo si
scatenava una faida tra famiglie mafiose e seguendo l’indagine della misteriosa
sparizione di quattro persone, cominciò ad imbattersi e a capire la realtà
criminale palermitana. Ma il momento più importante che gli permise di
terminare il suo rapporto fu la cattura di Francesco Siino, il capo regionale
della mafia (questa è la definizione che ne dà Sangiorgi) ormai sconfitto dal
suo rivale Antonino Giammona (lo stesso Giammona che aveva intimidito il dr
Galati e che nel frattempo ha fatto carriera). Il questore con un’abile mossa
riuscì ad ottenere la collaborazione, prima dalla moglie di Siino e poi dal
marito stesso. L’obiettivo di Sangiorgi non era tanto quello di infliggere
condanne pesanti agli imputati, ma quello di farli condannare per reato di
associazione criminale, in modo da dimostrare con una sentenza che la mafia
esisteva ed era una potente organizzazione criminale. Purtroppo Le condizioni
politiche mutevoli dell’Italia di fine ‘800 complicarono le cose: Il generale
Pelloux pirmo ministro italiano e grande stimatore di Sangiorgi si dimise in
quegli anni dal suo incarico, facendo venir meno la copertura politica
(Sangiorgi gli aveva spedito il suo rapporto). In secondo luogo, il procuratore
capo di Palermo era probabilmente colluso con la mafia. In terzo luogo,
Giammona e i suoi scagnozzi minacciarono molti testimoni, tanto che pure Siino
ritrattò tutto ciò che aveva detto al questore. Il processo si concluse con
poche condanne, non permettendo di dimostrare le convinzioni di Sangiorgi.
Nello stesso periodo la mafia fece il suo primo cadavere eccellente: il
marchese Emanuele Notarbartolo. Il primo febbraio 1893 due mafiosi commisero
l’omicidio su un treno diretto per Palermo. La vittima, persona integerrima, si
inimicò Raffaele Palizzolo, uomo politico siciliano colluso con la mafia. Il
conflitto tra i due si accese sia quando Notarbartolo divenne sindaco di
Palermo sia quando fu eletto direttore generale del Banco di Sicilia (Palizzolo
era membro del consiglio direttivo), poiché il marchese si oppose al sistema di
potere costruito da Palizzolo. La faccenda diventò personale a tal punto che
don Raffaele decise di dare sfogo alla sua vendetta e ordinò che il suo
arcinemico venisse ucciso. L’opinione pubblica rimase attonita a questo
episodio di cronaca nera e si cominciò a parlare dell’accaduto e di criminalità
in Sicilia. La mafia comprese la pericolosità di questa attenzione mediatica e
mise in campo tutte le sue amicizie per far cadere il processo in un nulla di
fatto. Ci vollero quasi sette anni prima dell’inizio delle udienze e sul banco
degli imputati finirono due addetti del treno su cui viaggiava il marchese, che
avevano un ruolo marginale nella vicenda. Il figlio di Notarbartolo, Leopoldo,
si costituì parte civile al processo e, tra lo stupore del pubblico, accusò
pubblicamente Raffaele Palizzolo di essere il mandante dell’omicidio del padre.
Inoltre riuscì ad avere l’appoggio politico del presidente del consiglio
(Pelloux, amico della famiglia Notarbartolo), che spinse affinchè si spostasse
il processo da Palermo a Milano per evitare intimidazioni nei confronti dei
testimoni, e fece in modo che la camera votasse a favore dell’autorizzazione a
procedere nei confronti di Palizzolo. Un prezioso aiuto per fare luce sul caso
la diede il questore Sangiorgi partecipando alle indagini. La situazione per
don Raffaele si complicò poiché emersero questioni inerenti alla cattiva
gestione del Banco di Sicilia, attirando ancora di più l’attenzione
dell’opinione pubblica. Molti politici lo abbandonarono dato che ormai era
troppo compromesso. Dopo undici mesi di udienza la Corte d’Assise di Bologna
(nel frattempo il processo era stato spostato nel capoluogo emiliano) condannò
Palizzolo e uno dei killer a trent’anni di carcere. Per protesta si crearono in
Sicilia movimenti a favore della sicilianità, poiché questa sentenza era frutto
di un complotto ordito dai settentrionali per delegittimare l’intero popolo dell’isola.
Fu un momento importantissimo, era stato inferto un duro colpo alla mafia e al
potere politico colluso con essa. Purtroppo fu una vittoria di Pirro: la
cassazione annullò il processo per un vizio formale (un testimone non aveva
giurato in una sua deposizione). Ad ormai dieci anni dalla morte del marchese
l’opinione pubblica si era stancata del caso e il mutato clima politico fecero
cadere la vicenda nel dimenticatoio. Il nuovo processo svoltosi a Firenze nel
1904 produsse l’assoluzione degli imputati. Questi episodi di fine ‘800 e
inizio ‘900 dimostrano che si possedevano molti elementi per sostenere che la
mafia è un’organizzazione criminale (rapporto Sangiorgi), ma ancora una volta
lo Stato, salvo pochi valorosi uomini, si rifiutò di combattere le cosche
siciliane.
Mafia e socialismo
Negli
ultimi anni dell’800 le condizioni di vita dei contadini erano diventate
insopportabili, a causa del sistema di intermediazione (molto lucrativo, vedi
sopra) della coltivazione della terra gestito dai gabellotti per conto dei
proprietari terrieri. I piccoli coltivatori siciliani, allora si unirono in
organizzazioni chiamate fasci, il cui leader indiscusso era il corleonese
Bernardino Verro. Il movimento, di chiara impostazione socialista, chiedeva
nuovi contratti che stipulassero una ripartizione paritaria del prodotto tra i
proprietari e i contadini di piccoli fondi. La mafia, visto il clima di
incertezza politica, offrì a Verro la possibilità di essere iniziato. Il leader
dei fasci accettò in parte per ingenuità (pochi sapevano cos’era la mafia
veramente, i più la ritenevano una semplice associazione segreta) in parte
perché accettò la loro protezione, essendo soggetto a molte minacce di morte.
Le cose però precipitarono quasi subito: i mafiosi, avendo capito che lo Stato
avrebbe represso i fasci, decisero di appoggiare i proprietari terrieri,
declinando le richieste dei movimenti contadini. Verro si pentì amaramente di
aver stretto vincoli con le famiglie corleonesi. Nel 1894 il fascio fu represso
definitivamente con la legge marziale: l’esercito giunse in Sicilia e sedò le
rivolte. Bernardino Verro venne condannato a dodici anni per aver cercato di
fare la rivoluzione in Sicilia (sconterà solo un paio di anni in seguito ad
un’amnistia). Le cose però per i contadini migliorarono: venne varata una legge
che permetteva alle cooperative di accendere prestiti presso il Banco di
Sicilia per conto dei contadini; il denaro doveva essere utilizzato per
affittare la terra direttamente dai proprietari. Verro nel 1907 assunse la
guida di una cooperativa fondata espressamente allo scopo di questa legge e
aveva l’obiettivo di espellere dall’economia rurale gli intermediari (molti di
questi mafiosi). La battaglia fu dura, poiché la mafia trovò un alleato nella
Chiesa, spinta dall’odio verso il socialismo. Venne creato un fondo cattolico,
la Cassa Agricola San Leoluca, gestita da personaggi alquanto sinistri, per
fare concorrenza alla cooperativa di Verro, che aveva già acquisito nove
tenute. Nel 1913 il leader socialista fu accusato di truffa, in realtà il suo
tesoriere venne corrotto da alcuni mafiosi per commettere il reato. Verro però
non si scompose e riuscì a diventare sindaco di Corleone con una maggioranza
schiacciante. La mafia, non riuscendo a fermarlo e temendo che al processo per
truffa rivelasse informazioni sulla cosca corleonese di cui aveva fatto parte,
decise di ucciderlo. Nel 1915 venne colpito da cinque pallottole,
successivamente il suo volto venne sfigurato per servire da monito a chiunque
si fosse opposto. La notizia passò in secondo piano anche perchè nessuno
rispose dell’omicidio del sindaco Corleonese.
La
fuga dall’Italia verso gli USA
Era il 1877 e già due anni
prima la mafia era comparsa anche negli ultimi atti di una commissione
parlamentare dell’Italia Unita, segnata da moti e da una pesantissima
“questione meridionale”. Le terre erano il campo di battaglia della mafia. Le
disperate condizioni economiche costringono molti meridionali ad un esodo nel
decennio fra il 1872 e il 1882 con l’emigrazione negli USA. Con Mussolini la
dittatura governa senza voti ed è la volta del Prefetto Cesare Mori inviato in
Sicilia nel 1924 allo scopo di combattere la criminalità organizzata. Egli
ripulisce la città e stana i capimafia. Successivamente entra in contrapposizione
con alcuni gerarchi e il sistema lo rimuove anche perché è scattato un tacito
patto di alleanza con la vecchia guardia del partito agrario. Vittorio Emanuele
Orlando nel luglio del 1925 quando capeggiava la lista di opposizione al
fascismo disse: “Or io vi dico mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo”!
(…). Il fronte agrario mafioso stipula un’alleanza con il fascismo. L’alta
mafia molla così l’ala più strettamente malavitosa quella soffocata da Mori. La
liberazione dell’Italia dal fascismo, lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio
del 1943 e l’immediata nomina di alcuni capimafia a sindaci dei loro paesi sono
il frutto di un’intesa raggiunta da Cosa Nostra con le autorità americane. I
più autorevoli capifamiglia d’oltreoceano sapevano che gli Usa potevano
dichiarare guerra all’Italia da un momento all’altro. Quindi i mafiosi si
mettono al servizio degli americani (esempio le informazioni garantite dalla
mafia siciliana al Naval Intelligence Service per eliminare i sabotaggi delle
navi militari, servizio gestito da Frank Costello, Lucky Luciano. L’uomo
incaricato di contattare e coinvolgere nel progetto dello sbarco alleato le
cosche fu don Vito Genovese che collaborò con Calogero Vizzini poi nominato
sindaco a Villalba. La notte fra il 9 e il 10 luglio 1943 gli Alleati trovarono
così la strada spianata e le truppe anglo-americane poterono avanzare senza
esplodere un colpo anche perché i mafiosi li precedevano. Tornati dal conflitto
inflitto dal fascismo i mafiosi s’impongono sulla scena mentre sbuca all’orizzonte
il movimento separatista capeggiato da Andrea Finocchiaro Aprile e la mafia
divenne separatista appoggiando gli agrari e soffocando il banditismo a
eccezione di Salvatore Giuliano.
Il
caso Giuliano
I moti agrari del Mezzogiorno
d’Italia segnalano una svolta della Mafia in Sicilia. Si parla di “lotte
contadine” per indicare la difficile situazione sociale delle regioni agricole
del sud Italia alla fine della II° guerra mondiale, in cui domina la povertà
assoluta del Paese e si basa soprattutto sulla crisi degli agricoltori. E’ durante tale periodo che, il 1 maggio
1947, contro i lavoratori si scontrano le bande di SALVATORE GIULIANO
(conosciuto come il “bandito Giuliano” perché ex colonnello dell’esercito e braccio
armato del MOVIMENTO INDIPENDENTISTA SICILIANO attivo in Sicilia dal 1943 al
1951) il cui nome è legato alla strage di Portella della Ginestra avvenuta il
giorno della “festa dei lavoratori” durante una manifestazione promossa da
contadini dell’epoca per l’occupazione dei fondi incolti, quando il potere
politico è affidato alla coalizione del PSI (Partito socialista italiano) e del
PCI (Partito comunista italiano). Sul fronte dell’opposizione si schierano, da
una parte, il Movimento indipendentista siciliano capeggiato da Salvatore
Giuliano che lotta con l’idea di costituire uno Stato siciliano separato dall’Italia;
dall’altra parte, il partito della DEMOCRAZIA CRISTIANA che nel suo programma
politico riprende gli obiettivi dei “popolari” prima del fascismo: 1. lotta al
latifondo; 2. bonifica agraria; 3. modifica dei patti agrari. Il risultato è che, pochi giorni dopo la strage della
Ginestra, il 13 maggio del 1947, la Costituente approva l’art. 44 Cost. con il
quale si fissano i vincoli alla proprietà terriera e si promuovono le
“bonifiche” e la “trasformazione del latifondo. Parallelamente alla questione
agraria, il 5 luglio del 1950 avviene l’assassinio di GIULIANO, poco prima
dell’inizio del processo sulla strage della Ginestra, per mano di GASPARE
PISCIOTTA. Fu proprio attraverso le indagini che in seguito ai
riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti
denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi.
Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo
stesso Li Causi affermava:
|
« Tutti sanno che i miei
colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli
da Portella della Ginestra nell'anniversario della strage. Nel 1949 dissi al
bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti
affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono
figli del popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata
agli atti del processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere
perché lo tengo nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che
possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita". È
Giuliano che parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha
preteso, per l'attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome
doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno
dato malleverie a Giuliano. C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo
perché Scelba è con noi; Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma,
non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo
con noi? » |
La figura di SALVATORE
GIULIANO, che diede avvio al banditismo in Sicilia del primo dopoguerra e fino
al 1943, fu nota per fatti di cronaca nera per la ferocia e la freddezza con cui eliminava i
propri avversari (soprattutto uomini delle forze dell'ordine che gli davano la
caccia o del C.F.R.B. comando forze repressione banditismo): secondo stime
ufficiali, il numero complessivo delle vittime del bandito Giuliano è stato
calcolato nell'impressionante cifra di 430 e per reati connessi soprattutto a rapine e sequestri
di persona a scopo di estorsione ai danni di ricchi agricoltori, commercianti e imprenditori,
spesso con la complicità di Ignazio Miceli (capomafia di Monreale) e Benedetto Minasola (indicato dai carabinieri come
«favoreggiatore della mafia di Monreale»).
Secondo la successiva testimonianza del
suo sodale Gaspare
Pisciotta resa all'autorità giudiziaria, partecipò addirittura a
una riunione «di alti dignitari della mafia,
durante la quale si era provveduto al battesimo del capobanda Giuliano, secondo
i riti propri dell'organizzazione criminale»[3]. Nei
decenni successivi, anche il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta racconterà
che il bandito Giuliano gli fu presentato come "uomo d'onore"[4];
nel 1992 l'altro
collaboratore Gaspare
Mutolo dichiarerà di aver saputo che «[...] Giuliano era un
uomo d'onore, mentre tutti gli altri appartenenti alla sua banda non lo erano.
[...] Non fu detto di quale famiglia si trattasse, ma ritengo ovvio che egli
appartenesse alla famiglia di Borgetto o
di Partinico»[5].
La
mafia americana
Cosa nostra statunitense (detta anche Mafia italo-americana, Cosa nostra americana o Mafia americana) è il nome con cui
viene definita l'organizzazione criminale di stampo mafioso italo-statunitense,
originatasi come un'associazione di mafiosi siciliani (a cui tempo dopo si
aggiunsero altri gangster di
origine campana, calabrese, pugliese ecc.) emigrati negli Stati
Uniti d'America cominciando verso la seconda
metà dell'Ottocento. L'espressione
"Cosa nostra" è stata coniata dal boss siculo-americano Lucky
Luciano nel Dopoguerra, il quale ad una domanda di un affiliato sul nome
da dare alla ristrutturazione della mafia rispose che era "una cosa tra
loro", appunto "cosa nostra", per mantenerne meglio la
segretezza.
Cosa
nostra statunitense, in maniera simile all'originale Cosa nostra siciliana,
di cui ha mantenuto i rituali, l'organizzazione, ecc., è un'organizzazione
mafiosa potente e segreta, priva di un nome formale. Coloro che ne fanno parte
la chiamano cosa nostra o our thing ("cosa
nostra"). I mass media statunitensi
la chiamano anche National Crime Syndicate ("Sindacato
nazionale del crimine"), però questo epiteto
comprende anche il sindacato ebreo-americano che collaborava strettamente con Cosa nostra italo-statunitense.
Cosa
nostra statunitense iniziò ad emergere nei poveri quartieri italiani nella
Lower East Side di New York, nel resto dell'East Coast ed in varie metropoli (come New Orleans) tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, seguendo l'ondata migratoria italiana (soprattutto
dalla Sicilia, seguita da quella
del Sud Italia) verso le Americhe. Col passare
del tempo, vari gangster italoamericani di origini non siciliane: bande
criminali di origini napoletane che
inglobavano calabresi ecc., attive
negli USA (come la Camorra newyorkese) si sono unite ai siciliani di Cosa
nostra americana (attratti dalle maggiori possibilità di potere e ricchezza che
i siciliani offrivano loro, in cambio della fedeltà all'organizzazione
siciliana, che ampliando i suoi affari e il suo raggio d'azione, dovette
ammettere al suo interno anche elementi non siciliani) per formare la moderna
mafia pan-italiana degli Stati Uniti, in cui però l'elemento siciliano era ed è
stato sempre maggioritario e dominante. Oggi la mafia americana collabora con
mafie operanti in Italia, come ad esempio Camorra e ‘ndrangheta, e soprattutto
storicamente con Cosa nostra siciliana da cui appunto ha tratto origine e
di cui per molto tempo è stata una costola, non solo dunque semplicemente
alleata.
Attualmente
la mafia americana risulta essere attiva con un numero non preciso di affiliati
che va dai 3400 ai 6800 solo nello stato di New York, soprattutto nelle sue
roccaforti storiche come New
York, New Jersey, Filadelfia, Detroit, Chicago e
nel New England, insieme a famiglie
minori, associati e gruppi che controllano Florida, Las Vegas, Los
Angeles e Texas. Le famiglie più famose sono state le cinque di New York: Gambino, Lucchese, Genovese, Bonanno e Colombo. Al suo apice (anni venti-cinquanta) la mafia americana è stata la più potente
organizzazione criminale di tutti gli Stati Uniti. Mentre ogni famiglia operava
indipendentemente nel proprio territorio, la coordinazione nazionale era
affidata, come in Sicilia, alla Commissione, un organo direttivo formato dai boss delle famiglie più
potenti. Oggi la maggior parte delle attività della mafia americana sono
contenute nell'area nord-orientale degli Stati Uniti, dove continua a dominare
la criminalità organizzata, nonostante il crescente numero di bande di strada e
altre organizzazioni che non sono di origine italiana.
Origini,
cause e Mano Nera
Il primo documento trattante l'evoluzione della mafia negli Stati Uniti
venne pubblicato nella primavera del 1869. L'emigrazione dal Sud Italia verso le Americhe era
principalmente rivolta verso Brasile e Argentina (New Orleans aveva un pesante volume di traffico
portuario).
I
primi gruppi di mafiosi
siciliani che operarono negli Stati Uniti si
stabilirono nell'area di New York e
New Orleans, occupandosi di estorsioni e rapine ai danni delle comunità italiane, attraverso
lettere ricattatorie accompagnate da minacce di morte, di sfregi e di
danneggiamenti.
Divennero
grandi influenti soprattutto a New York, progredendo lentamente dalle
operazioni in piccoli quartieri dei ghetti
italiani alle organizzazioni nazionali e
metropolitane. La Mano Nera (organizzazione
già esistente in Sicilia e controllata dal
boss siciliano Vito
Cascio Ferro), era il nome dato ad un metodo di
estorsione utilizzato nei quartieri italiani a cavallo del 1900. Gli americani in
un primo momento la scambiarono per la mafia vera e propria; in realtà non lo
era. Pur trattandosi di un consorzio criminale, era frammentata in numerose ma
piccole bande che utilizzavano gli stessi metodi delittuosi.
Giuseppe Esposito sembra essere stato il primo membro di Cosa nostra a emigrare negli Stati Uniti; insieme ad altri sei siciliani era approdato a New York dopo essere scappato dall'Italia per aver ucciso undici ricchi proprietari terrieri, il cancelliere e il vice-cancelliere di un tribunale di provincia siciliano. Venne arrestato a New Orleans nel 1881 e subito estradato in Italia.
New
Orleans fu teatro del primo delitto di mafia negli Stati Uniti, che calamitò
l'attenzione sia nazionale che internazionale: il 15 ottobre 1890 fu
ucciso il sovrintendente di polizia di New Orleans, David Hennessy, con metodi riconosciuti mafiosi. Non è ancora chiaro se
ad assassinarlo fossero stati gli immigrati italiani o se si trattava di una
montatura attuata dai nativi americani contro
gli odiati immigrati italici. Furono arrestati centinaia di siciliani con
accuse poco credibili e, alla fine, diciannove di loro furono incriminati
per omicidio. Il tutto si risolse,
però, con l'assoluzione degli imputati, grazie alla collaborazione di testimoni
tenuti sotto minaccia o corrotti. L'indignazione dei cittadini di New Orleans raggiunse
il culmine, tanto da sfociare nel linciaggio e nell'uccisione di
undici dei diciannove imputati: due furono
impiccati, nove fucilati e gli altri otto riuscirono a scappare. Ancora oggi,
questa reazione è ricordata come il linciaggio più grande della storia
americana.
Dal
1897 al 1910 una cosca siciliana, guidata dal mafioso Giuseppe Morello, operava a Manhattan e
ad East Harlem, compiendo estorsioni,
rapine e falsificazione di banconote: nel 1903 la banda Morello venne coinvolta nel famigerato «delitto
del barile» (il corpo orribilmente sfigurato del mafioso siciliano Benedetto
Madonia, membro della cosca, fu trovato chiuso in
un barile abbandonato in una strada), che suscitò molto scalpore nell'opinione
pubblica statunitense dell'epoca.
La
cosiddetta "Camorra
newyorkese" (composta da bande di cumparielli napoletani
e calabresi che compivano soprattutto rapine ed estorsioni) divenne molto
attiva ed influente soprattutto a Brooklyn,
in diretta concorrenza con i mafiosi siciliani, dai quali comunque fu
inglobata.
A
Chicago il 19th Ward, che era il quartiere italiano, divenne noto come
il Bloody Nineteenth a causa della frequente violenza nel
distretto, principalmente come risultato di attività mafiose, faide e vendette.
La
nascita di Cosa nostra americana (che era una costola di Cosa nostra siciliana)
è attribuibile all'immigrazione di un gran numero di italiani,
provenienti dalle regioni povere (soprattutto dalla Campania e Sicilia,
ma anche dalla Calabria e Puglia) alla fine del XIX secolo unitamente al pessimo
trattamento da parte delle autorità americane della popolazione italiana
emigrante che si sentiva in tal modo spinta a ricercare altrove
quell'assistenza sociale che lo stato statunitense non garantiva.
La
politica del proibizionismo degli anni venti, con riferimento agli alcolici,
andò involontariamente a rafforzare il contrabbando gestito dalla mafia. Il riconoscimento tardivo dell'aspetto
mafioso del problema da parte delle autorità americane condusse ad interventi
repressivi che colpivano i pesci piccoli. Non bisogna neppure tralasciare
i pregiudizi contro gli italiani
diffusi in America dagli anni sessanta dell'800, i quali contribuirono a
rendere le comunità italoamericane ancora
più chiuse e autocentrate.
Proibizionismo
e ascesa
Il 17 gennaio 1920 iniziò
negli Stati Uniti, il proibizionismo,
che rendeva illegale la fabbricazione, il trasporto o la vendita di alcolici. Nonostante questi divieti, c'era ancora una forte
domanda di alcol da parte del popolo americano. Questo contribuì a creare
un'atmosfera di tolleranza verso il crimine organizzato come mezzo per fornire
liquore al pubblico, anche tra i politici e
la polizia cittadina. I profitti
resi dal vendere e distribuire alcol a quel tempo valevano il rischio della
punizione da parte del governo, che non riusciva a far rispettare il divieto.
C'erano oltre 900'000 casi di liquori spediti ai confini delle città americane.
Politici e bande criminali videro l'opportunità di arricchirsi e iniziarono la
spedizione di più grandi quantità di alcol per le città americane. La maggior
parte dell'alcol veniva importato da Canada e Caraibi, mentre dal Midwest statunitense arrivavano
gli alambicchi con cui si
produceva il liquore.
Durante
il Ventennio fascista avvenne l'emigrazione forzata di numerosi mafiosi
dalla Sicilia in seguito alla dura repressione del prefetto fascista Cesare
Mori: infatti si stima che in quel periodo circa
500 mafiosi fuggirono negli Stati Uniti. La maggior parte dei migranti italiani
risiedevano in complessi d'appartamenti. Al fine di evitare la conduzione di
una vita così povera, alcuni immigrati italiani in questo periodo scelsero di
aderire alla mafia italoamericana.
La
mafia ne approfittò e iniziò a vendere alcol illegalmente. I profitti da
contrabbando superavano quelli derivati da crimini tradizionali di protezione,
estorsione, gioco d'azzardo e prostituzione. Il divieto permise alle famiglie
mafiose italoamericane di fare fortuna. Le fazioni vittoriose avrebbero
continuato a dominare la criminalità organizzata nelle rispettive città,
istituendo le proprie strutture familiari in ognuna di esse. Poiché le bande si
dirottavano le spedizioni di alcool a vicenda, costringendo i rivali a pagare
la "protezione" e a lasciare le loro operazioni, le guardie armate
quasi invariabilmente accompagnavano le carovane di consegna del liquore.
Nel
1920 le famiglie mafiose italiane parteciparono in guerre per il controllo
assoluto sul lucroso racket degli alcolici. Con lo scoppio della violenza gli
italiani combatterono bande di irlandesi ed ebrei per il controllo del contrabbando di alcolici nei
rispettivi territori. A New York il mafioso Frankie Yale intraprese una guerra con la White Hand
Gang irlandese americana. Nella città di Chicago Al Capone e la sua famiglia massacrarono la North
Side Gang, un altro gruppo irlandese americano.
Verso la fine degli anni venti erano emerse due fazioni della «Cosa nostra»,
avverse per il controllo degli affari illeciti: una guidata da Joe
Masseria, famiglia Morello, il quale era associato
al gangster Lucky Luciano e alla sua banda di malavitosi
non-siciliani (Vito Genovese, Frank
Costello, Albert Anastasia, Willie Moretti e Joe Adonis) mentre l'altra da Salvatore Maranzano, che era associato a Joseph Profaci (mafioso siciliano nativo di Villabate che
guidava una cosca a Brooklyn) e a Joe Aiello, capo della Famiglia di Chicago.
Tale conflitto causò la guerra castellammarese, che portò all'omicidio di Masseria nel 1931. Maranzano, che nel frattempo era diventato il leader di
Cosa nostra americana, divise la città di New York in cinque
famiglie. Inoltre stabilì di sua stessa iniziativa
un codice di condotta per l'organizzazione. In una mossa senza precedenti,
Maranzano si erse sopra le altre famiglie come capo di tutti
capi e richiese a queste di rendergli
omaggio. Questo nuovo ruolo venne però accolto negativamente e Maranzano fu
ucciso entro sei mesi su ordine di Charles "Lucky"
Luciano.
Nel
dicembre 1928, presso l'Hotel Statler di Cleveland, la polizia locale fermò numerosi mafiosi siciliani
provenienti da tutti gli Stati Uniti (Joe Profaci, Joseph Magliocco, Vincent
Mangano, Joseph Porrello, Pasquale Lolordo ed
altri), che si erano incontrati per discutere sulla presidenza dell'Unione
Siciliana, un gruppo che gli assicurava copertura
politica; tuttavia i fermati vennero subito rilasciati perché non avevano prove
per trattenerli: si trattò del primo incontro tra mafiosi siciliani scoperto
dalla polizia statunitense. Dopo la fine del proibizionismo (1933) la criminalità organizzata si ritrovò in un vicolo
cieco e aveva bisogno di altri metodi per mantenere i profitti elevati che
aveva conquistato durante gli anni venti. Le famiglie più intelligenti della
mafia italoamericana agirono con prudenza e si ampliarono in altre imprese,
come ad esempio: sindacati, edilizia, sanitari e traffico
di droga. D'altra parte quelle che avevano
trascurato la necessità di cambiare alla fine persero potere ed influenza,
assorbite da altre famiglie.
La Commissione
In alternativa all'avere un boss dei boss, Luciano istituì la Commissione, dove i capi
delle famiglie più potenti avrebbero avuto pari diritti, parlare e votare
liberamente su questioni importanti e risolvere le dispute (il titolo di capo
di tutti capi venne ripreso dai giornali per indicare il boss più potente della Commissione).
Questa cerchia dominava il Sindacato nazionale del crimine e assicurò un'era di pace e prosperità alla mafia
americana. Dalla metà del secolo c'erano 26 famiglie sanzionate dalla
Commissione, ciascuna diffusa in una città diversa (ad eccezione delle cinque
famiglie di New York). Ogni famiglia si autogestiva in modo indipendente dalle
altre e generalmente dominava un territorio esclusivo e controllato. Rispetto
alla vecchia generazione di "Mustache Pete" come Maranzano e
Masseria, che operavano prevalentemente con mafiosi siciliani, gli "Young
Turks", guidati da Luciano, erano più aperti a collaborare con criminali
di altre etnie, in particolare con il Sindacato ebraico per ottenere maggiori profitti. La mafia
italoamericana rese fattibile il proprio progresso seguendo una rigida serie di
regole nate in Sicilia, le quali richiedevano una struttura gerarchica
organizzata e un codice del silenzio che vietava ai suoi membri di collaborare
con la polizia (omertà). Il mancato rispetto
di queste regole è punibile con la morte.
La
scalata al potere che la mafia italoamericana raggiunse durante il
proibizionismo sarebbe continuata a lungo dopo che l'alcol ritornò legale. Gli
imperi criminali espansi nel contrabbando trovarono altre vie per continuare a
fare grandi somme di denaro. Dopo il 1933 la mafia diversificò le attività
criminali (vecchie e nuove): gioco
d'azzardo illegale, prestiti, usura, estorsione, racket di "protezione", traffico di droga, ricettazione, racket del lavoro attraverso il controllo dei
sindacati. A metà del XX secolo la mafia era famosa per avere molti infiltrati
nei sindacati statunitensi, in particolare International
Brotherhood of Teamsters e International
Longshoremen's Association. Ciò permise alle
famiglie di fare breccia in esercizi commerciali legali e molto redditizi come
costruzioni, demolizioni, gestione dei rifiuti, autotrasporti,
industria d'abbigliamento. Tra l'altro
potevano irrompere nei sindacati sanitari e fondi pensione, estorcere denaro
alle imprese con minacce di sciopero degli operai e partecipare a turbative d'asta. A New York la maggior parte dei progetti edili non
potevano essere effettuati senza l'approvazione delle cinque famiglie. Nelle
industrie portuali e di carico la mafia corrompeva i sindacalisti perché gli
facessero delle soffiate sugli oggetti di valore a bordo dei cargo che
arrivavano al porto; tali prodotti venivano poi rubati dai mafiosi e ricettati.
Meyer
Lansky, boss del Sindacato ebraico, irruppe
nell'industria del casinò a Cuba durante gli anni trenta, mentre la mafia
italoamericana era già coinvolta nell'esportazione di rum e zucchero cubani
e successivamente nei casinò.
Las
Vegas al contrario era una "città aperta", dove ogni famiglia poteva
lavorare benissimo e vivere in tranquillità. Una volta che il Nevada legalizzò
il gioco d'azzardo, i mafiosi si affrettarono a prendere le fette della torta e
il casinò divenne molto popolare a Las Vegas. Dal 1940 le famiglie di New York, Cleveland, Kansas City, Milwaukee e Chicago ebbero
interesse nei casinò di Las Vegas. Si fecero dare alcuni prestiti dall'Internation
Brotherhood of Teamsters, un sindacato che essi effettivamente controllavano e
usavano dei prestanome per costruire i casinò. Quando il denaro arrivava in
camera conteggio, degli uomini assunti lo defalcavano in contanti prima che
venisse registrato, quindi consegnato al rispettivo boss.
Operando
nell'ombra, Cosa nostra americana ha affrontato poca opposizione da parte delle
forze dell'ordine. Le forze di polizia locali a quel tempo non avevano le
risorse o le conoscenze sufficienti per lottare efficacemente contro la
criminalità organizzata commessa da una società segreta della cui esistenza
erano ignare. Molte persone all'interno delle forze di polizia e dei tribunali
venivano semplicemente corrotte, sebbene la minaccia ai testimoni fosse
frequente. Nel 1951 un comitato del Senato degli Stati Uniti chiamato
Kefauver determinò che una "organizzazione criminale sinistra"
conosciuta come mafia operava nella nazione. Molti presunti
mafiosi sono stati citati in giudizio per degli interrogatori, ma pochi hanno
testimoniato e nessuno ha dato informazioni.
L'atteggiamento
dell'FBI
La frase del direttore dell'FBI J.
Edgar Hoover, secondo cui
“la mafia non esiste”, rispecchiò l'attività dell'agenzia investigativa
federale, poiché mentre le attenzioni si concentravano su banditi solitari
come John Dillinger, la mafia agì quasi totalmente indisturbata. Gli esperti
credono che, se il fenomeno mafioso fosse stato considerato e combattuto a
tutto campo negli anni trenta o quaranta, probabilmente la mafia
americana avrebbe cominciato a regredire molto prima.
Nel 1957 la
polizia di Stato di New York dichiarò di aver scoperto una riunione e arrestato
le figure mafiose più importanti da tutto il paese ad Apalachin, sempre a New
York. L'evento (soprannominato "riunione di Apalachin") costrinse l'FBI a riconoscere l'esistenza del
crimine organizzato e le sue attività (traffico di droga, controllo dei
sindacati e infiltrazione nella polizia americana) come un problema grave negli
Stati Uniti e a cambiare il metodo d'applicazione della legge sugli indagati.
Nel 1963 il mafioso Joe
Valachi divenne il primo mafioso a fornire
prove e informazioni dettagliate sui meccanismi interni alla mafia
italoamericana e i suoi segreti. Ancora più importante, rivelò l'esistenza
della mafia alla legge, che permise all'FBI di iniziare un attacco aggressivo
di portata nazionale contro il Sindacato nazionale del crimine della mafia.
Dopo
la testimonianza di Valachi, la mafia non riuscì più a funzionare completamente
nell'oscurità. L'FBI mise in campo più sforzi e risorse contro il crimine
organizzato attivo a livello nazionale e creò l'United States Organized Crime
Strike Force in varie città. Tuttavia, mentre tutto questo pose grande
pressione sulla mafia, poco venne effettuato per frenare le sue attività
criminali. Iniziarono ad esserci dei successi solo all'inizio degli anni ottanta,
quando l'FBI riuscì a liberarsi del controllo mafioso sui casinò di Las Vegas e
indebolì la roccaforte della mafia nei sindacati.
Stato
e mafia (1960-70)
Nel 1960 Stato e mafia
sembrano muoversi insieme contro il movimento contadino. Le cosche si
rafforzano ed imperversano sparando su sindaci, uomini politici, sindacalisti e
lavoratori. Un giro di vite comunque scatta e centinaia di mafiosi cadono nelle
retate delle forze di polizia. Più si va avanti più si parla di complicità e
compiacenze tra mafia e potere. Negli anni Settanta le manette scattano anche
per Genco Russo. La mafia, appena scalfita da processi e provvedimenti di
polizia, lancia in pista i suoi uomini destinati a far carriera anche in
politica. E’ il caso di Vito Ciancimino, il figlio del barbiere di Corleone, la
primula rossa delle sanguinarie cronache di Cosa Nostra.
Il
dopoguerra e la speculazione edilizia
Nel 1950 venne varata la legge per la riforma agraria, che limitava il diritto
alla proprietà terriera ed obbligava i proprietari terrieri ad effettuare
opere di bonifica e trasformazione: vennero istituiti l'ERAS (Ente per la
Riforma Agraria in Sicilia) e numerosi consorzi di bonifica, la cui direzione venne affidata a noti mafiosi come Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo e Vanni Sacco, i quali realizzarono enormi profitti
incassando gli indennizzi degli appezzamenti ceduti all'ERAS e poi rivenduti ai
singoli contadini. La riforma
agraria comportò
lo smembramento della grande proprietà terriera (importante per gli interessi
dei mafiosi, che dopo la riforma riuscirono a rivendere i feudi a prezzo
maggiorato all'ERAS). In questo periodo l'amministrazione pubblica in Sicilia
divenne l'ente più importante in fatto di economia: dal 1950 al 1953 i dipendenti regionali
passarono da circa 800 ad oltre 1 350 a Palermo (sede del nuovo governo regionale), la
quale era devastata dai bombardamenti del 1943 e 40 000 suoi abitanti, che avevano avuto la casa
distrutta, richiedevano nuove abitazioni.
Il
nuovo piano di ricostruzione edilizia però si rivelò un fallimento e sfociò in
quello che venne chiamato «sacco
di Palermo»:
infatti quegli anni vedevano l'ascesa dei cosiddetti “Giovani Turchi”
democristiani Giovanni
Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino, i quali erano strettamente legati ad esponenti mafiosi ed
andarono ad occupare le principali cariche dell'amministrazione locale; durante
il periodo in cui prima Lima e poi Ciancimino furono assessori ai lavori
pubblici di Palermo, il nuovo piano regolatore cittadino sembrò
andare in porto nel 1956 e nel 1959 ma furono apportati centinaia di emendamenti, in
accoglimento di istanze di privati cittadini (molti dei quali in realtà erano
uomini politici e mafiosi, a cui si aggiungevano parenti e associati), che
permisero l'abbattimento di numerose residenze private in stile Liberty costruite alla fine
dell'Ottocento nel centro di Palermo. In particolare, nel periodo in cui
Ciancimino fu assessore (1959-64), delle 4 000 licenze edilizie rilasciate, 1 600
figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a
che fare con l'edilizia, e furono anche favoriti noti costruttori mafiosi
(Francesco Vassallo e i fratelli Girolamo e Salvatore Moncada), che riuscirono
a costruire edifici che violavano le clausole dei progetti e delle licenze
edilizie.
Inoltre
nell'immediato dopoguerra numerosi mafiosi
americani (Lucky Luciano, Joe Adonis, Frank
Coppola, Nick Gentile, Frank Garofalo) si trasferirono
in Italia e divennero attivi
soprattutto nel traffico
di stupefacenti verso
il Nordamerica, stabilendo collegamenti
con i gruppi mafiosi palermitani (Angelo
La Barbera, Salvatore Greco, Antonino Sorci, Tommaso Buscetta, Pietro Davì, Rosario
Mancino e Gaetano Badalamenti) e trapanesi (Salvatore
Zizzo, Giuseppe Palmeri, Vincenzo Di Trapani e Serafino Mancuso), i quali
incettavano sigarette estere ed eroina presso i contrabbandieri corsi e tangerini. Nell'ottobre 1957 si tennero una
serie di incontri presso il Grand Hotel et des Palmes di Palermo tra mafiosi americani e siciliani
(Gaspare Magaddino, Cesare
Manzella, Giuseppe Genco Russo ed altri): gli
inquirenti dell'epoca sospettarono che si incontrarono per concordare
l'organizzazione del traffico
degli stupefacenti. Secondo il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, nel 1957 il mafioso siculo-americano Joseph Bonanno (che si trovava in
visita a Palermo) prospettò l'idea di
creare una «Commissione» sul modello di quella
dei mafiosi americani, di cui dovevano fare
parte tutti i capi dei "mandamenti" della provincia di Palermo e doveva avere il
compito di dirimere le dispute tra le singole Famiglie della provincia.
La
"prima guerra di mafia" e la Commissione parlamentare antimafia
Le
tensioni latenti riguardo agli affari illeciti e al territorio sfociarono
nell'uccisione del boss Calcedonio Di Pisa (26 dicembre 1962), che ruppe una fragile tregua raggiunta tra i principali
mafiosi palermitani del tempo; l'omicidio venne compiuto da Michele Cavataio (capo della
Famiglia dell'Acquasanta), che voleva fare
ricadere la responsabilità sui fratelli Angelo e Salvatore
La Barbera (temibili
mafiosi di Palermo Centro): il
conflitto venne scatenato da Antonino Matranga (capo della cosca di Resuttana),
Mariano Troia (capomafia di Boccadifalco) e Michele Cavataio, che erano rivali
dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (capimafia di Palermo centro), i
quali stavano acquisendo molta autorità per via della loro spregiudicatezza e
volevano escludere i primi dalla Commissione per il divieto di congiungere in
una sola persona il ruolo di capo della cosca di appartenenza e quello di capo
mandamento; inoltre, vi erano fratture tra i mafiosi di Porta Nuova (appoggiati
dai La Barbera) e quelli della Noce (guidati dal boss Calcedonio di Pisa) per
una questione d’onore. Secondo gli inquirenti dell’epoca, in questo contesto si
collocava anche una truffa a proposito di una partita di eroina: agli inizi del
1962 i fratelli La Barbera, Cesare Manzella, Salvatore Greco, e il suo cugino
omonimo Salvatore Greco, avevano finanziato una spedizione di eroina, che venne
affidata a Calcedonio Di Pisa, il quale la doveva consegnare ai corrieri
americani; Di Pisa aveva però consegnato ai soci una somma inferiore a quella
stabilita adducendo di essere stato truffato dai compratori. In una riunione
della Commissione che doveva decidere sul caso, si stabilì che Di Pisa non era
colpevole di avere sottratto una parte dell’eroina al fine di non rompere una
fragile tregua raggiunta tra i principali mafiosi del tempo. Ma questa
decisione non soddisfò i La Barbera, che non celarono il loro malcontento.
Dopo
l'assassinio di Di Pisa, vi
furono una
serie di omicidi, sparatorie ed autobombe; Cavataio si associò ai boss Pietro
Torretta ed Antonino Matranga (rispettivamente capi delle Famiglie dell'Uditore e di Resuttana): gli omicidi compiuti
da Cavataio e dai suoi associati culminarono nella strage di Ciaculli (30 giugno 1963), in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine dilaniati
dall'esplosione di un'autobomba che stavano
disinnescando e che era destinata al mafioso rivale Salvatore "Cicchiteddu" Greco (capo del
"mandamento" di Brancaccio-Ciaculli).
La strage di Ciaculli provocò molto
scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei mesi
successivi vi furono circa duemila arresti di sospetti mafiosi nella provincia di Palermo: per queste ragioni,
secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Antonino Calderone, la "Commissione" di Cosa nostra venne sciolta e
molte cosche mafiose decisero di
sospendere le proprie attività illecite. Nello stesso periodo la Commissione Parlamentare Antimafia iniziava i suoi
lavori, raccogliendo notizie e dati necessari alla valutazione del fenomeno
mafioso, proponendo misure di prevenzione e svolgendo indagini su casi particolari,
e concluderà queste indagini soltanto nel 1976, dopo numerosi dibattiti e polemiche. Intanto si svolsero
alcuni processi contro i protagonisti dei conflitti mafiosi di quegli anni
arrestati in seguito alla strage
di Ciaculli: nel 1968 (il famoso "processo dei 117"); in
dicembre venne pronunciata la sentenza ma solo alcuni ebbero condanne pesanti e
il resto degli imputati furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, siccome avevano
aspettato il processo in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente;
un altro processo si svolse a Bari nel 1969 contro i protagonisti di una faida mafiosa avvenuta
a Corleone alla fine
degli anni cinquanta: gli imputati vennero
tutti assolti per insufficienza
di prove.
Nel
marzo 1973 Leonardo Vitale, membro della cosca di Altarello di Baida, si presentò spontaneamente alla questura di Palermo e dichiarò agli inquirenti che stava attraversando una
crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; infatti si autoaccusò di
numerosi reati, rivelando per primo l'esistenza di una "Commissione" e descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa nostra e
l'organizzazione di una cosca mafiosa: si trattava del primo mafioso del dopoguerra che decideva di collaborare
apertamente con le autorità e il caso venne citato nella relazione di minoranza
della Commissione
Parlamentare Antimafia (redatta nel 1976). Tuttavia Vitale non
venne ritenuto credibile e la sua pena commutata in detenzione in un manicomio criminale
perché dichiarato "seminfermo di mente"; scontata la pena e dimesso,
Vitale verrà ucciso nel 1984.
La
stagione dei grandi traffici: “la prima guerra di mafia”
Dopo
la fine dei grandi processi, venne decisa l'eliminazione di Michele Cavataio poiché era il
principale responsabile di molti delitti della "prima guerra di mafia", compresa la strage di Ciaculli, che avevano provocato
la dura repressione delle autorità contro i mafiosi: per queste ragioni, il 10
dicembre 1969 un gruppo di fuoco
composto da mafiosi di Santa
Maria di Gesù, Corleone e Riesi (Salvatore
Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Emanuele D'Agostino,
Gaetano Grado, Damiano Caruso) trucidò Cavataio nella cosiddetta «strage di viale Lazio». Dopo l'uccisione di
Cavataio, nel 1970 si tennero una
serie di incontri a Zurigo, Milano e Catania, a cui parteciparono mafiosi della provincia di Palermo (Salvatore Greco, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate, Tommaso Buscetta, Luciano Liggio) e di altre province (Giuseppe Calderone, capo della Famiglia
di Catania, e Giuseppe Di Cristina, rappresentante mafioso
della provincia di
Caltanissetta subentrato
al boss Giuseppe
Genco Russo),
i quali discussero sulla ricostruzione della "Commissione". Durante gli incontri, venne
costituito una specie di "triumvirato" provvisorio per dirimere le
dispute tra le varie cosche della provincia
di Palermo,
che era composto da Stefano
Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Leggio (capo della cosca di Corleone), benché si facesse spesso rappresentare dal suo vice Salvatore Riina. Infatti nello stesso
periodo il "triumvirato" provvisorio ordinò la sparizione del
giornalista Mauro
De Mauro (16
settembre 1970), che rimase vittima
della «lupara bianca» forse per aver scoperto
un coinvolgimento dei mafiosi nell'uccisione del politico Enrico Mattei o nel Golpe Borghese (tentato colpo di Stato
avvenuto nel 1970). Le indagini per la scomparsa del giornalista furono coordinate
dal procuratore Pietro
Scaglione,
che il 5 maggio 1971 rimase vittima di
un agguato a Palermo insieme al suo
autista Antonino Lo Russo: si trattava del primo "omicidio
eccellente" commesso dall'organizzazione mafiosa nel dopoguerra.
Nel 1974 una nuova "Commissione" divenne operativa
e il boss Gaetano
Badalamenti venne
incaricato di dirigerla; l'anno successivo il boss Giuseppe Calderone propose la
creazione di una "Commissione
regionale",
che venne chiamata la «Regione», un comitato composto dai rappresentanti
mafiosi delle province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, Enna e Catania, che doveva decidere su
questioni e affari illeciti riguardanti gli interessi mafiosi di più province;
Calderone venne anche incaricato di dirigere la «Regione» e fece approvare
dagli altri rappresentanti il divieto assoluto di compiere sequestri di persona in Sicilia per porre fine ai rapimenti a scopo
di estorsione compiuti dal boss Luciano Leggio e dal suo
vice Salvatore Riina: infatti Leggio e Riina
compivano sequestri contro imprenditori e costruttori vicini ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti per danneggiarne il
prestigio, e si erano avvicinati numerosi mafiosi della provincia di Palermo (tra cui Michele Greco, Bernardo Brusca, Antonino Geraci, Raffaele Ganci) e di altre province (Mariano Agate e Francesco Messina Denaro nella provincia di Trapani, Carmelo Colletti e Antonio Ferro
nella provincia di Agrigento, Francesco Madonia
nella provincia di
Caltanissetta, Benedetto Santapaola a Catania), costituendo la cosiddetta fazione dei
"Corleonesi" avversa al gruppo
Bontate-Badalamenti.
Inoltre
gli anni 1973-74 videro un boom del contrabbando di sigarette estere, che aveva il suo centro di
smistamento a Napoli: infatti i mafiosi
palermitani e catanesi acquistavano carichi di sigarette attraverso Michele Zaza. Tuttavia nella seconda
metà degli anni settanta numerose cosche
divennero attive soprattutto nel traffico
di stupefacenti:
infatti facevano acquistare morfina base dai
trafficanti turchi e thailandesi attraverso contrabbandieri già attivi
nel traffico di sigarette e la facevano
raffinare in eroina in laboratori
clandestini comuni a tutte le Famiglie, che erano attivi a Palermo e nelle vicinanze; l'esportazione
dell'eroina in Nordamerica faceva capo ai
mafiosi palermitani Gaetano
Badalamenti, Salvatore Inzerillo, Stefano Bontate, Giuseppe Bono ma anche ai Cuntrera-Caruana della Famiglia di Siculiana, in provincia
di Agrigento:
secondo dati ufficiali, in quel periodo i mafiosi siciliani avevano il
controllo della raffinazione, spedizione e distribuzione di circa il 30% dell'eroina consumata negli Stati Uniti.
Nel 1977 Riina e il suo sodale Bernardo Provenzano (che avevano preso il posto di Leggio, arrestato nel 1974) ordinarono l'uccisione del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, senza però il consenso
della "Commissione regionale": Giuseppe Di Cristina si era opposto
all'omicidio perché avverso alla fazione corleonese e quindi legato a Bontate e
Badalamenti. Nel 1978 Francesco Madonia
(capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno, in provincia
di Caltanissetta)
venne assassinato nei pressi di Butera, su mandato di Giuseppe
Di Cristina e Giuseppe Calderone poiché era legato a
Riina e Provenzano, i quali, in risposta all'omicidio Madonia, assassinarono Di
Cristina a Palermo mentre qualche
tempo dopo anche Giuseppe
Calderone finì
ucciso dal suo sodale Benedetto
Santapaola,
che era passato alla fazione corleonese. Nello stesso periodo Riina fece
espellere dalla "Commissione" anche Badalamenti (che fuggì in Brasile
per timore di essere eliminato) e venne incaricato di sostituirlo Michele Greco (capo del
"mandamento" di Brancaccio-Ciaculli, che era strettamente legato alla fazione corleonese).
Nel 1979, la "Commissione", ormai composta in maggioranza dai
Corleonesi, scatenò una serie di "omicidi eccellenti": in quei mesi
vennero trucidati il giornalista Mario
Francese (26
gennaio), il segretario democristiano Michele Reina (9 marzo), il commissario Boris Giuliano (21 luglio) e il
giudice Cesare Terranova (25 settembre);
nell'anno successivo vi furono altri tre "cadaveri eccellenti": il
presidente della Regione Piersanti Mattarella (6 gennaio), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il
procuratore Gaetano
Costa (6
agosto), che venne fatto assassinare dal boss Salvatore Inzerillo per mandare un
segnale ai Corleonesi, dimostrando che anche lui era capace di ordinare un
omicidio "eccellente".
La
"seconda guerra di mafia”
La seconda guerra di mafia fu un conflitto
interno a Cosa nostra svoltosi in Sicilia tra il 1981 e il 1984, che vide
l’affermarsi dei clan dei corleonesi come fazione egemone. Il conflitto scaturì
da una forte instabilità interna all’organizzazione mafiosa, scossa dai nuovi
grossissimi interessi del traffico internazionale di eroina e delle nuove
ambizioni della fazione di Corleone capeggiata da Totò Riina, Bernardo
Provenzano e Leoluca Bagarella. In quegli anni si registra l’ascesa del “clan
dei corleonesi”, i quali impongono il potere criminale con vari omicidi.
Nel
marzo 1981 Giuseppe Panno,
capo della cosca di Casteldaccia e strettamente
legato a Bontate, rimase vittima della «lupara
bianca» per
ordine dei Corleonesi; Bontate organizzò
allora l'uccisione di Riina, il quale reagì facendo assassinare prima Bontate
(23 aprile) e poi anche il suo associato Salvatore Inzerillo (11 maggio). Nel periodo successivo a questi omicidi,
numerosi mafiosi appartenenti alle cosche di Bontate e Inzerillo vennero
attirati in imboscate dai loro stessi associati e fatti sparire; il gruppo di
fuoco corleonese eliminò anche numerosi rivali nella zona tra Bagheria, Casteldaccia ed Altavilla Milicia, che venne soprannominata «triangolo della morte» dalla stampa
dell'epoca: in quell'anno (1981) si contarono circa 200
omicidi a Palermo e nella provincia,
a cui si aggiunsero numerose «lupare
bianche»;
nel novembre 1982 furono ammazzati
una dozzina di mafiosi di Partanna-Mondello, della Noce e dell'Acquasanta nel corso di una grigliata all'aperto
nella tenuta di Michele
Greco e
i loro corpi spogliati e buttati in bidoni pieni di acido: nella stessa giornata, in ore e luoghi
diversi di Palermo, furono anche uccisi
numerosi loro associati per evitarne la reazione.
Il
massacro si estese perfino negli Stati
Uniti: Paul Castellano, capo della Famiglia Gambino di New York, inviò i mafiosi Rosario Naimo e John Gambino (imparentato con
gli Inzerillo) a Palermo per accordarsi con
la "Commissione", la quale stabilì
che i parenti superstiti di Inzerillo fuggiti negli Stati Uniti avrebbero avuta salva la vita a
condizione che non tornassero più in Sicilia ma, in cambio della
loro fuga, Naimo e Gambino dovevano trovare ed uccidere Antonino e Pietro
Inzerillo, rispettivamente zio e fratello del defunto Salvatore, fuggiti
anch'essi negli Stati Uniti: Antonino Inzerillo rimase vittima della «lupara bianca» a Brooklyn mentre il cadavere di Pietro venne
ritrovato nel bagagliaio di un'auto a Mount Laurel, nel New Jersey, con una mazzetta di dollari in bocca e tra
i genitali (14 gennaio 1982).
Tra
il 1981 e il 1983 vennero commessi efferati omicidi contro 35 tra parenti e
amici di Salvatore Contorno, un ex uomo di Bontate
che era sfuggito ad agguato per le strade di Brancaccio (15 giugno 1981); si attuarono vendette trasversali pure contro i familiari
di Gaetano Badalamenti e del suo
associato Tommaso Buscetta, i quali risiedevano
in Brasile ed erano sospettati
di fornire aiuto al mafioso Giovannello Greco, che apparteneva alla fazione
corleonese ma era considerato un "traditore" perché era stato amico
di Salvatore Inzerillo ed aveva tentato di
uccidere Michele Greco: il padre, lo zio, il
suocero e il cognato di Giovannello Greco furono assassinati ma anche i
due figli di Buscetta rimasero vittime della «lupara bianca» e gli vennero uccisi un fratello, un genero, un cognato e
quattro nipoti.
Nello
stesso periodo, nelle altre province Riina e Provenzano imposero i propri
uomini di fiducia, che eliminarono i mafiosi locali che erano stati legati al
gruppo Bontate-Badalamenti: infatti Francesco
Messina Denaro (capo
del "mandamento" di Castelvetrano) divenne il
rappresentante mafioso della provincia
di Trapani, Carmelo Colletti della provincia di Agrigento, Giuseppe "Piddu" Madonia (capo del
"mandamento" di Vallelunga Pratameno) di quella di
Caltanissetta, mentre Benedetto Santapaola divenne capo della
Famiglia di Catania.
In
queste circostanze, la "Commissione" (ormai composta soltanto da
capimandamento fedeli a Riina e Provenzano) ordinò l'omicidio dell'onorevole Pio La Torre, che era giunto da pochi
mesi in Sicilia per prendere la
direzione regionale del PCI ed aveva proposto
un disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei
patrimoni mafiosi di provenienza illecita: il 30 aprile 1982 La Torre venne trucidato insieme al suo autista Rosario Di Salvo in una strada
di Palermo.
In
seguito al delitto La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si insediò come prefetto di Palermo e il ministro Rognoni aveva promesso a
Dalla Chiesa poteri di coordinamento fuori dall'ordinario per contrastare
l'emergenza mafiosa ma tali poteri non gli furono mai concessi. Per queste
ragioni Dalla Chiesa denunciò il suo stato di isolamento con una famosa
intervista al giornalista Giorgio
Bocca, in
cui parlò anche dei legami tra le cosche ed alcune famose imprese catanesi; infine il 3 settembre 1982, dopo circa cento giorni dal suo insediamento a Palermo, Dalla Chiesa venne brutalmente assassinato
da un gruppo di fuoco mafioso insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di
scorta Domenico Russo.
Gli anni
ottanta, i primi pentiti e i processi
L'omicidio
del generale Dalla Chiesa provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei
giorni successivi il governo
Spadolini II varò
la legge 13 settembre 1982 n. 646 (detta "Rognoni-La Torre" dal nome
dei promotori del disegno di legge) che introdusse nel codice penale italiano l'art. 416-bis, il
quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei
patrimoni di provenienza illecita.
Tutto
ciò indusse i mafiosi a scatenare ritorsioni contro i magistrati che
applicavano questa nuova norma: il 26 gennaio 1983 venne ucciso il giudice Giangiacomo Ciaccio
Montalto, il
quale era impegnato in importanti inchieste sui mafiosi della provincia di Trapani e preparava il suo
trasferimento alla Procura di Firenze, da dove avrebbe potuto
disturbare gli interessi mafiosi in Toscana; il 29 luglio
un'autobomba parcheggiata sotto casa uccise Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, insieme a due agenti di scorta e al
portiere del condominio.
Dopo
l'assassinio di Chinnici, il giudice Antonino
Caponnetto,
che lo sostituì a capo dell'Ufficio Istruzione, decise di istituire un "pool antimafia", ossia un gruppo
di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di
stampo mafioso, di cui chiamò a far parte i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta; essi, basandosi
soprattutto su indagini bancarie e patrimoniali, vecchi rapporti di polizia e
procedimenti odierni, raccolsero un abbondante materiale probatorio che andò a
confermare le dichiarazioni di Tommaso
Buscetta e Salvatore Contorno, che avevano deciso di
collaborare con la giustizia poiché erano stati vittime di vendette trasversali
contro i loro parenti e amici durante la «seconda
guerra di mafia»:
il 29 settembre 1984 le dichiarazioni di
Buscetta produssero 366 ordini di cattura mentre quelle di Contorno altri 127
mandati di cattura, nonché arresti eseguiti tra Palermo, Roma, Bari e Bologna. Per queste ragioni, la
"Commissione" incaricò il boss Pippo Calò di organizzare insieme ad alcuni terroristi neri e camorristi la strage del Rapido 904 (23 dicembre 1984), che provocò 17 morti e
267 feriti, al fine di distogliere l'attenzione delle autorità dalle indagini
del pool antimafia e dalle dichiarazioni di Buscetta e Contorno.
L'8
novembre 1985 il giudice Falcone
depositò l'ordinanza-sentenza di 8 000 pagine che rinviava a giudizio 476
indagati in base alle indagini del pool antimafia supportate dalle
dichiarazioni di Buscetta, Contorno e altri ventitré collaboratori di giustizia:
il cosiddetto "maxiprocesso" che ne scaturì iniziò
in primo grado il 10
febbraio 1986, presso un'aula bunker appositamente costruita all'interno
del carcere dell'Ucciardone a Palermo per accogliere i
numerosi imputati e avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli che vennero comminati tra gli altri
a Nitto
Santapaola, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, giudicati in contumacia.
In
seguito alla sentenza di primo grado, il 25 settembre 1988 il giudice Antonino
Saetta venne
ucciso insieme al figlio Stefano lungo la strada statale Caltanissetta Agrigento da alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro per fare un favore
a Riina e ai suoi associati palermitani: infatti Saetta avrebbe dovuto
presiedere il grado di Appello del Maxiprocesso ed aveva già
condannato all'ergastolo i responsabili
dell'omicidio del capitano Emanuele
Basile.
Infatti il 10 dicembre 1990 la Corte d'assise d'appello ridusse
drasticamente le condanne di primo grado del Maxiprocesso, accettando soltanto
parte delle dichiarazioni di Buscetta e Contorno.
Gli anni
novanta: le stragi e la trattativa con lo Stato italiano
L'avvio
della stagione degli attentati venne deciso nel corso di alcune riunioni
ristrette della "Commissione
interprovinciale"
del settembre-ottobre 1991 e subito dopo in
una riunione della "Commissione
provinciale"
presieduta da Salvatore
Riina,
svoltasi nel dicembre 1991: specialmente durante
questo incontro, venne deciso ed elaborato un piano stragista
"ristretto", che prevedeva l'assassinio di nemici storici di Cosa
nostra (i giudici Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino) e di personaggi
rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l'onorevole Salvo Lima.
Il
30 gennaio 1992 la Cassazione confermò tutte le condanne del Maxiprocesso, compresi i numerosi
ergastoli a Riina e agli altri boss, avallando le dichiarazioni di
Buscetta e Contorno. In seguito alla sentenza della Cassazione, nel
febbraio-marzo 1992 si tennero riunioni
ristrette della "Commissione", sempre presiedute
da Riina, che decisero di dare inizio agli attentati e stabilirono nuovi
obiettivi da colpire: il 12 marzo Salvo
Lima venne
ucciso alla vigilia delle elezioni
politiche;
il 23 maggio avvenne la strage
di Capaci,
in cui persero la vita Falcone, la moglie ed alcuni agenti di scorta; il 19
luglio avvenne la strage
di via d'Amelio,
in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e gli agenti di scorta: in seguito
a questa ennesima strage, il governo reagì dando il via all'"Operazione Vespri siciliani", con cui vennero
inviati 7 000 uomini dell'esercito in Sicilia per presidiare gli obiettivi sensibili e oltre cento
detenuti mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle
carceri dell'Asinara e di Pianosa per isolarli dal mondo esterno; il 19
settembre venne ucciso Ignazio
Salvo (imprenditore
e mafioso di Salemi), anche lui rivelatosi inaffidabile perché era stato legato
a Salvo Lima.
Il
15 gennaio 1993 Riina venne
arrestato dagli uomini del ROS dell'Arma dei Carabinieri. In seguito all'arresto
di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli
attentati contro lo Stato (Leoluca
Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) e altri contrari, mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra
le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori
dalla Sicilia, in "continente": il 14 maggio avvenne un attentato
dinamitardo in via
Ruggiero Fauro a
Roma ai danni del giornalista Maurizio
Costanzo, il
quale però ne uscì illeso.
La
notte del 27 luglio esplosero quasi contemporaneamente tre autobombe a Roma e
Milano, devastando le basiliche di San
Giovanni in Laterano e San
Giorgio al Velabro nonché il Padiglione
d'Arte Contemporanea di Milano (cinque morti e una trentina di feriti in tutto); (27
luglio 1993) il 23 gennaio 1994 era programmato un altro attentato dinamitardo contro il
presidio dell'Arma dei Carabinieri in servizio
allo Stadio Olimpico di Roma durante le partite
di calcio ma un malfunzionamento del telecomando che doveva provocare
l'esplosione fece fallire il piano omicida (episodio ricordato come il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma). Inoltre nel
novembre 1993 i boss Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro avevano organizzato
il sequestro di Giuseppe
Di Matteo per
costringere il padre Santino (che stava collaborando con la giustizia) a
ritrattare le sue dichiarazioni, nel quadro di una strategia di ritorsioni
verso i collaboratori di giustizia; infine, dopo 779 giorni di prigionia, Di
Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno
di acido nitrico.
A
partire dal 1993 si svolse un importante processo per mafia, intentato dalla
Procura di Palermo nei confronti dell'ex Presidente del Consiglio dei
Ministri Giulio Andreotti. Alla fine di un lungo
iter giudiziario la Corte di Appello di Palermo nel 2003 accerterà una «... autentica, stabile ed amichevole
disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980»,
sentenza confermata nel 2004 dalla Cassazione.
Il
27 gennaio 1994 vennero arrestati i
fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, che si erano occupati
dell'organizzazione degli attentati e per questo la strategia delle bombe si
fermò. In quel periodo numerosi mafiosi iniziarono a collaborare con la
giustizia per via delle dure condizioni d'isolamento in carcere previste dalla
nuova norma del 41-bis e dalle nuove leggi
in materia di collaborazione: nel 1996 il numero dei
collaboratori di giustizia raggiunse il livello record di 424 unità;
contemporaneamente le indagini della neonata Direzione Investigativa Antimafia portarono
all'arresto di numerosi latitanti (Leoluca
Bagarella, Pietro Aglieri, Giovanni Brusca ed altre decine di
mafiosi).
Gli anni
duemila e l'arresto di Provenzano
A
partire dagli anni novanta, Bernardo
Provenzano,
con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra
(era l'alter-ego di Riina fin dagli anni
cinquanta),
circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera, cambia radicalmente la
politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti
(divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro
guadagni a quelli meno redditizi in modo da accontentare tutti (una sorta
di stato sociale), evitando ulteriori
conflitti.
Benché Bernardo Provenzano si trovi ad essere
l'ultimo dei vecchi boss, Cosa nostra non gode più di massiccio consenso, come
sino a prima degli anni novanta. Nel 2002 viene arrestato il boss Nino Giuffrè, braccio destro di
Provenzano che diviene collaboratore di giustizia. L'11 aprile del 2006, dopo
43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene
catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da
Corleone.
Il
5 novembre del 2007, dopo 25 anni di
latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto
successore di Provenzano, il boss Salvatore
Lo Piccolo assieme
al figlio Sandro.
In
seguito all'arresto dei Lo Piccolo si riteneva che al vertice
dell'organizzazione criminale vi fosse Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano (Trapani), latitante dal 1993.
Gli anni
duemiladieci e l'arresto di Settimo Mineo
Nonostante
la ricerca dei superlatitanti Matteo
Messina Denaro e Giovanni Motisi da parte delle
forze dell'ordine prosegue, il 4 dicembre 2018 il comando dei Carabinieri del capoluogo siciliano
effettuano un'importante operazione chiamata "Cupola 2.0" che
ha portato all'arresto di 46 persone per associazione mafiosa. Tra loro il
gioielliere ottantenne Settimo
Mineo,
ritenuto il nuovo capo dei capi di Cosa nostra tramite elezione unanime in un summit
organizzato da tutti i capi regionali il 29 maggio. Secondo gli inquirenti tale
incontro ha posto le basi per la costituzione di una nuova commissione
provinciale dopo 25 anni dall'ultima formazione da parte dei corleonesi ponendo
Mineo come l'erede assoluto di Salvatore
Riina.
L'arresto
di quest'ultimo come dichiarato dal Procuratore aggiunto Salvatore De Luca e
dal pm Antonio Ingroia mette in dubbio per
la prima volta la posizione di potere di Matteo Messina Denaro nell'organizzazione visto che anche per tradizione il capo
assoluto di Cosa nostra non è mai stato un membro situato al di fuori della
provincia di Palermo.
Il
22 gennaio 2019 grazie alle
rivelazioni dei due nuovi collaboratori Filippo Colletti boss di Villabate e Filippo Bisconti,
capomandamento di Belmonte Mezzagno, arrestati nell'ultima operazione, vengono catturate 7 persone
tra cui Leandro Greco, nipote di Michele
Greco detto
"il Papa" e Calogero Lo Piccolo, figlio di Salvatore, con l'accusa di riformare ed organizzare
una nuova commissione provinciale dopo l'arresto di Settimo Mineo.
Cosa nostra: organizzazione
e struttura
Secondo
le dichiarazioni dei numerosi collaboratori di giustizia, l'aggregato
principale di Cosa nostra è la Famiglia (detta anche cosca),
composta da elementi criminali che hanno tra loro vincoli o rapporti di
affinità i quali si aggregano per controllare tutti gli affari leciti e
illeciti della zona dove operano; i componenti di una Famiglia collaborano con
uno o più aspiranti mafiosi non ancora affiliati solitamente chiamati
"avvicinati", i quali sono possibili candidati all'affiliazione e
quindi vengono messi alla prova per saggiare la loro affidabilità, facendogli
compiere numerose "commissioni", come il contrabbando, la riscossione
del denaro delle estorsioni, il trasporto di armi da un covo all'altro,
l'esecuzione di omicidi e il furto di automobili e moto per compiere atti
delittuosi. Per essere affiliati nella Famiglia, esiste un rituale particolare
(la cosiddetta "punciuta") che consiste nella presentazione dell'avvicinato ai
componenti della Famiglia locale in riunione e, alla presenza di tutti,
pronuncia un giuramento di fedeltà.
I
membri di una Famiglia eleggono per alzata di mano un proprio capo, che è solo
un rappresentante, il quale nomina un sottocapo, un consigliere e
uno o più capidecina, i quali hanno
l'incarico di avvisare tutti gli affiliati della Famiglia quando si svolgono le
riunioni. I rappresentanti di tre o quattro Famiglie contigue eleggono un capomandamento; tutti i mandamenti di
una provincia eleggono il rappresentante provinciale, che poi nomina un
sottocapo provinciale e un consigliere. Il collaboratore di
giustizia Antonino Calderone dichiarò che «[...]
originariamente a Palermo, come in tutte le altre
province siciliane, vi erano le cariche di "rappresentante
provinciale", "vice-rappresentante" e "consigliere
provinciale". Le cose mutarono con Salvatore Greco "Cicchiteddu" [nel 1957] poiché venne creato un organismo collegiale, denominato "Commissione", e composto dai capi-mandamento»;
anche il collaboratore Francesco
Marino Mannoia dichiarò
che «[...] soltanto a Palermo l'organismo di vertice di Cosa nostra è la
"Commissione"; nelle altre province, vi è un organismo singolo
costituito dal rappresentante provinciale».
I
rappresentanti della provincia sono, a loro volta, componenti della cosiddetta
"Commissione
interprovinciale",
soprannominata anche la "Regione", che nomina un rappresentante
regionale e si riuniva solitamente per deliberare su importanti decisioni
riguardanti gli interessi mafiosi di più province che esulavano dall'ambito
provinciale e che interessano i territori di altre Famiglie. In quasi tutte le
municipalità della Sicilia esiste almeno una cellula mafiosa di Cosa Nostra.
I delitti degli anni
1992-1994
La legge 19
luglio 2013, n. 87, istitutiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul
fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere,
attribuisce all’organo parlamentare anche il compito di svolgere inchieste sul
“rapporto tra mafia e politica” con riferimento ai delitti e stragi di
carattere politico-mafioso succedutisi nei diversi momenti storici (articolo 1,
comma 1, lett. f). Tale specifica
previsione normativa comparve per la prima volta nella legge istitutiva della
Commissione parlamentare antimafia della precedente legislatura (legge 4 agosto
2008, n.132). All’iniziativa legislativa contribuì in modo determinante il
fatto che, nella primavera del 2008, il tema era tornato all’attenzione
dell’opinione pubblica nazionale sotto la spinta di eventi giudiziari recenti –
quali la nuova collaborazione con la giustizia di Gaspare Spatuzza che apriva
nuovi scenari sulla storia delle stragi e
l’inchiesta nota come “trattativa Stato-mafia” – e di autorevoli commenti che
avevano arricchito il quadro delle conoscenze e sollevato inquietanti
interrogativi. La maggior parte del lavoro della Commissione antimafia della
XVI legislatura fu dedicata all’inchiesta sui grandi delitti di mafia degli
anni 1992-94 e alla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, con l’acquisizione di
ampia documentazione alla quale questa Commissione ha fatto riferimento sin
dall’inizio dei propri lavori. Nell’audizione dell’11 giugno 1993, il capo
della Polizia, prefetto Parisi, riferì alla Commissione parlamentare antimafia
che “il coinvolgimento della mafia nelle ultime operazioni criminali (...) non
appare che situabile in un disegno ancor più ampio, laddove interessi
macroscopici illeciti, sistemazioni di profitti, gestioni d’intese con altre
componenti delinquenziali e affaristiche, nazionali e internazionali, emergono
con ogni evidenza”. A sua volta, l’allora direttore della DIA, Gianni De
Gennaro, pur riconoscendo il contesto mafioso delle stragi intravedeva,
specialmente in quella di via D’Amelio, “elementi tali da far sospettare che
l’intero progetto
Le mafie oggi: relazione della
Commissione commissione parlamentare antimafia
COSA NOSTRA (dal 2017 ad oggi)
Cosa nostra non è un fenomeno nuovo.
Dopo l’introduzione, con la legge Rognoni-La Torre del 1982, del reato di
associazione mafiosa, dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta del 1984 e la
celebrazione del maxiprocesso, tale associazione segreta ha iniziato ad essere sempre
più disvelata, sia tramite le centinaia di collaborazioni con la giustizia, sia
attraverso le numerose intercettazioni che hanno registrato, all’interno dei
contesti mafiosi, veri e propri summit o dialoghi tra sodali o anche soltanto
singoli sfoghi. Ci si trova di fronte, cioè, ad una situazione diversa rispetto
a quella della ‘ndrangheta che, sebbene sia anch’essa un’associazione mafiosa
secolare, ha una storia giudiziaria più recente. Sul tema mafioso, in Sicilia la
mafia agisce per accreditarsi con le pubbliche amministrazioni in vista
dell’aggiudicazione degli appalti, utilizzando come mezzi il perseguimento di
interessi personali e di avanzamento di carriera di alcuni appartenenti al
mondo politico, delle professioni e, talvolta, della stessa magistratura. Già durante il periodo post-stragi, successivo all’arresto del
“capo dei capi”, Totò Riina, in cui l’associazione rimase sotto la guida di
Bernardo Provenzano, iniziava a parlarsi di una mafia sommersa e silente.
La mafia nelle province siciliane
In via generale, può affermarsi che, dalla lettura
complessiva del materiale raccolto: risulta la presenza di cosa nostra in
ciascuna provincia siciliana; che l’associazione mafiosa si muove
principalmente nel settore delle estorsioni; prova ad infiltrarsi nell’economia
pubblica e privata; va alla ricerca di contatti, diretti o indiretti, con
interlocutori istituzionali; ha ampliato i suoi affari nel settore più nuovo
dell’accoglienza dei migranti e, comunque, laddove vi sia la possibilità di ottenere
ingenti ritorni economici. Emerge anche, però, che in tutte le parti dell’isola
deve fare i conti con i continui arresti i quali, sebbene compensati, in
qualche modo, dalle scarcerazioni di sodali che hanno scontato la pena,
riducono il livello, ma non il numero, dei propri uomini di onore. Dalle dichiarazioni emerse
dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ha competenza anche
sulle province di Agrigento e Trapani, emergono, innanzitutto, taluni dati
costanti relativi alle tre province interessate, e cioè la sussistenza: di una
serie di operazioni aventi ad oggetto l’arresto di un numero rilevante di
indagati per il delitto di cui all’articolo 416-bis del codice penale e/o per altri reati aggravati dall’articolo 7
del decreto-legge n. 152 del 1991; di nuove collaborazioni con la giustizia,
anche se di consistenza diversa rispetto a quelle degli anni ‘90; di continui
sequestri, in via penale o di prevenzione, di cospicui patrimoni mafiosi; di
mafiosi scarcerati per avere scontato la pena loro inflitta che ritornano ad
occupare le precedenti posizioni se non, addirittura, ruoli direttivi; della
suddivisione mafiosa in mandamenti e famiglie che, tuttavia, specie a
Palermo, risente della figura del relativo vertice in base alla cui importanza,
almeno recentemente, vengono stabiliti gli ambiti territoriali; del controllo
capillare delle attività economiche a cui corrisponde un numero elevato di
imprenditori che ancora subisce silenziosamente il pizzo; di omicidi tra
mafiosi che, di tanto in tanto, si compiono per rideterminare gli assetti o per
finalità punitive; del ruolo di primo piano dei centri più piccoli delle
province (quali Corleone, Bagheria, Castelvetrano, Favara) nel mantenere gli
aspetti tradizionali della mafia che ne costituiscono la forza e che ne
consentono la sopravvivenza nonostante l’intensa azione repressiva. Con
specifico riguardo al contesto del palermitano, l’attività criminale per
eccellenza, continua ad essere rappresentata dal racket delle estorsioni e al rilevamento delle attività commerciali
in crisi. Nella città si paga il pizzo,
esattamente come avveniva anni fa, in ogni borgata e in ogni quartiere del
centro. Anche rinomati esercizi commerciali, come si scopre quasi
quotidianamente, sono sottoposti alle imposizioni mafiose a cui soggiacciono
nel più rigoroso silenzio. E' vero che alcuni commercianti si sono ribellati, è
vero che associazioni come “Addiopizzo” continuano a svolgere un lavoro
straordinario, ma il numero di coloro che sono disposti a denunciare non ha
assunto una costante portata crescente. Se il pizzo, anche in un sistema
economico moderno, resta al centro degli interessi e si rivolge ancora anche al
piccolo artigiano, ciò non significa, tuttavia, che cosa nostra sia rimasta
arcaica nei mezzi a cui ricorre. Cosa nostra si sta riorganizzando nella sua
“struttura interna”, dalle “famiglie” ai “mandamenti” secondo un modello di
cooperazione orizzontale tra le famiglie appartenenti al medesimo mandamento o,
addirittura, a mandamenti differenti. Il business è basato sulla pervasiva
infiltrazione nell’economia legale di altri Paesi: Cosa nostra ricorre
all’utilizzo di professionisti, dipendenti del settore bancario o anche
semplici “intermediari” che le consentono di penetrare nei circuiti bancari e
finanziari internazionali, in particolar modo nel mondo finanziario di Paesi
caratterizzati da un basso grado di regolamentazione. Ulteriori fonti di
finanziamento di Cosa Nostra sono: il traffico di sostanze stupefacenti,
l’acquisizione di commesse pubbliche tramite la turbativa d’asta ovvero
imponendo aziende o lavoratori vicini alle cosche tramite il subappalto di gare
vinte da altre imprese, l’agromafia per l’acquisizione illecita di fondi
statali ed europei di sostegno all’agricoltura. Al fine di garantirsi il
reimpiego e riciclaggio dei proventi illeciti di cui dispone, Cosa nostra ha da
tempo aggredito le regioni lontane dalla Sicilia. I territori scelti sono
quelli del nord e del centro Italia con particolare riferimento alla Lombardia
e al Piemonte, ove sono stati riscontrati fenomeni di riciclaggio in aziende
operanti nei settori della ristorazione, del trasporto merci e del movimento
terra. Cosa nostra trapanese importa hashish lungo la tratta
Marocco-Spagna-Italia da destinare al mercato lombardo. Un altro settore che
sempre più ha interessato la mafia palermitana è quello del gioco e delle
scommesse clandestine. Una volta ritenuto poco onorevole (insieme al racket della prostituzione) e lasciato
ai “cugini” americani, oggi è tenuto in grande considerazione e spazia dal
controllo delle macchine da gioco collocate nei vari
esercizi commerciali ad ambiti di più elevato spessore. Quanto alla forza
numerica di cosa nostra palermitana, secondo quanto riferito dall’attuale
procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Francesco Lo Voi13,
nell’audizione del 12 gennaio 2016, in quel momento, nonostante gli arresti
continui, erano sottoposte ad indagini per reati di mafia ben 1.658 persone
identificate. Anzi, particolarmente importante al riguardo, appariva alla
Commissione, un ulteriore passaggio di tali stesse dichiarazioni del
procuratore della Repubblica nella parte in cui riferiva di una operazione
eseguita lo stesso giorno dell’audizione evidenziando anche il coinvolgimento
di professionisti: “gli arresti che sono stati effettuati questa mattina (sono)
un'indagine particolarmente importante e significativa, per più aspetti. Non
soltanto è stato colpito in maniera piuttosto severa il patrimonio di un gruppo
mafioso molto ben consolidato nel territorio palermitano, facente capo alle
famiglie dei Graziano e dei Galatolo, (..) ma anche alcuni soggetti
appartenenti al mondo delle professioni (..) che si sono prestati (..) a
riciclare gli enormi capitali prodotti da quelle famiglie e a intestarsi
fittiziamente i beni (..) compiendo una serie di operazioni finanziarie che
hanno necessità di essere svolte ed eseguite da persone non note agli ambienti
mafiosi né ovviamente alle forze di polizia e agli inquirenti in genere, ma che
appartengono al mondo delle professioni. È un settore sul quale personalmente
(..) ho ritenuto di dover investire e ho chiesto alle forze di polizia di
investire le migliori energie e risorse, perché non siamo più ai tempi in cui
il reinvestimento delle ricchezze frutto delle attività illecite della mafia
avveniva con l'acquisto di terreni o con la costruzione di qualche fabbricato.
È invece un periodo in cui ormai, sia per l'evoluzione della stessa società,
sia per l'evoluzione della finanza e dei circuiti finanziari, c’è necessità che
determinate attività illecite inevitabilmente vengano svolte col contributo di professionisti, di commercialisti, di ingegneri, di avvocati,
di esperti in materia fiscale, di esperti in transazioni anche internazionali,
che possano consentire da un lato l'occultamento e dall'altro lato il
riciclaggio e il reinvestimento”. Una cosa nostra, dunque, che, per quanto
falcidiata dagli arresti, non solo riesce a inglobare il mondo delle
professioni e a mantenere la propria vis
attractiva anche rispetto a ceti sociali medio-alti, ma che si adegua al
cambiamento economico e sociale. La provincia agrigentina, invece, è stata
sempre considerata una zona assai povera dell’isola che sembra attrarre scarso
interesse nel panorama criminale mafioso siciliano. Gli interessi mafiosi di
quest’area si concentrano in Emilia Romagna. Tuttavia, negli ultimi tempi, sono
stati avvertiti numerosi segnali che impongono una seria rivalutazione di quel
contesto criminale. Per comprenderne la portata, bisogna partire dai punti di
forza di tale associazione che la rendono una impenetrabile roccaforte della
mafia tradizionale. E’ stato, infatti, riferito alla Commissione nazionale
antimafia che “nella provincia di Agrigento ci sono soltanto 43 comuni e 450
mila abitanti. Una provincia in cui il numero di abitanti è inferiore a quello
di una città come Palermo. Questo comporta una familiarità di sangue tra coloro
che fanno parte di cosa nostra in questi piccoli centri, il che permette a sua
volta una possibilità di controllo da parte dei vertici di cosa nostra sui
singoli affiliati. Questo spiega perché in provincia di Agrigento da diversi
anni non vi siano collaboratori e spiega anche l’impermeabilità alle indagini”. La mafia agrigentina gode da tempo di pari dignità rispetto
alle mafie delle vicine province di Palermo e Trapani: “il quadro è anche
quello di una non subordinazione a cosa nostra palermitana. Nell’ambiente così
delineato si sono registrati alcuni eventi di rilievo.
Lo stato attuale e le prospettive di
cosa nostra
Le
indagini svolte hanno fatto emergere gli interessi mafiosi economici-criminali
del clan Laudani e del clan Mazzei nonché del mandamento di Pagliarelli e del
mandamento della Noce, come pure la famiglia di Pietraperzia (EN) in Lombardia.
Anche Cosa nostra trapanese con riferimento alla famiglia mafiosa di Campobello
di Mazzara ha posto alcuni presidi nel territorio lombardo con lo scopo di
sfruttare e rafforzare il traffico di droga destinata a rifornire la piazza di
spaccio milanese importando hashish lungo la tratta Marocco-Spagna-Italia da
destinare al mercato lombardo. Nel Friuli Venezia Giulia si registra la
presenza della famiglia mafiosa dei Graziano. Nell’area centro-settentrionale:
in Emilia Romagna opera la famiglia mafiosa di Campobello di Licata; a Ravenna
vi è la presenza dei Nicotra di Misterbianco. In Italia centrale, nel Lazio, è
stata registrata la presenza del clan catanese Mazzei finalizzata al
riciclaggio dei proventi illeciti di soggetti vicini al clan dei tortoriciani e
dei barcellonesi dediti al reimpiego di proventi illeciti nell’economia legale
della famiglia Rinzivillo di Gela che unitamente ad un’altra cellula criminale
con base in Germania si occupava dell’organizzazione e gestione dei traffici di
sostanze stupefacenti, riciclaggio nel settore edile e ristorazione, in
particolare i clan stiddari di Vittoria (RG) nel settore agro-alimentare con
accordi di cooperazione posti in essere tra stidda e il clan camorristico dei
casalesi per governare i servizi di trasporto su strada dei prodotti
ortofrutticoli, quello di Vittoria (RG) e quello di Fondi (LT) e da ultimo
della famiglia Santapaola Ercolano attiva
nei settori di giochi e scommesse. In Toscana sono stati censiti membri
della famiglia palermitana di Corso dei mille appartenente al mandamento
Brancaccio i cui settori illeciti di interesse erano il traffico di
stupefacenti, le estorsioni, il gioco illegale e il controllo di numerose
attività economiche.
La presenza di Cosa nostra
all’estero
Le
proiezioni più lontane nel tempo sono quelle nel Canada e negli Stati Uniti
rispettivamente con le famiglie Cuntrera-Caruana e Rizzuto, oltre alle famiglie
Gambino, Bonanno, Genovese, Lucchese e Colombo. Negli anni è stato rilevato
l’interesse di Cosa Nostra verso l’Argentina paese di trasformazione e transito
delle sostanze stupefacenti, ma anche verso Colombia e Venezuela.
La presenza di Cosa nostra in Europa
La
Spagna è un nodo importante per il traffico degli stupefacenti, nonché una base
ove nascondere i latitanti nostrani.
‘NDRANGHETA
Si
caratterizza per il profondo radicamento, la potenza finanziaria delle cosche
calabresi e la loro capacità di essere anti-Stato senza sfidarlo apertamente.
L’Ndrangheta organizzazione criminale nata in Calabria: ha una struttura
verticistico-federativa organizzata sul territorio in unità minori sono dette
“ndrine” che, riunite in gruppi formano le “locali”, ossia le strutture
operative; è articolata secondo uno schema patriarcale di tipo orizzontale.
Spesso le famiglie mafiose ricalcano le famiglie di sangue e i vincoli
parentali. La solidità del vincolo associativo garantisce all’associazione un
ferreo controllo del territorio in ragione della capacità di intimidazione che
riesce a creare. Al vertice dell’intera organizzazione potrebbe esserci una ristretta
cerchia di affiliati che formano la cosiddetta Provincia, ossia un organismo
con funzioni direttive e strategiche a cui è affidata la gestione di tutte le
iniziative strategiche e che fa da trait
d’union con le altre articolazioni sia nazionali che internazionali. La
consapevolezza della forza e della pericolosità della ‘ndrangheta è comunque un
dato recente. Per molto tempo è stata descritta come mafia secondaria,
subalterna e arretrata. Questa immagine deformata ha proiettato un cono d’ombra
che le ha permesso di crescere e di espandersi sotto traccia, oltre i confini
della Calabria. L’ascesa criminale della
‘ndrangheta, di cui si sono in parte già analizzate le ragioni all’inizio di
questa relazione, avviene dopo le stragi di Falcone e Borsellino, quando,
sfruttando le difficoltà di cosa nostra, divenuta il bersaglio principale delle
attività di contrasto dello Stato, le cosche calabresi investono i profitti dei
sequestri di persona nella droga, inviando i loro uomini in Sudamerica. La
‘ndrangheta diventa il principale broker del traffico internazionale degli
stupefacenti, che in quel periodo stava realizzando il passaggio dall’eroina
alla cocaina, e conquista un rapporto privilegiato con i grandi fornitori centro
e sudamericani grazie alla sua affidabilità economica, all'assenza fino a tempi
recenti di collaboratori
di giustizia di un certo spessore che
La struttura unitaria della
‘ndrangheta
La ‘ndrangheta è il fenomeno
criminale che ha occupato le cronache giudiziarie, su cui gli inquirenti hanno
svolto un'attività più penetrante, dirompente per certi aspetti, portando al
vaglio dei giudici una ricostruzione sistematica del fenomeno. È possibile
affermare che l'ultimo decennio ci consegna una migliore conoscenza della
struttura e delle sue caratteristiche, tanto che solo nel 2010 il termine
‘ndrangheta ha avuto riconoscimento legislativo nel testo dell'articolo 416-bis del codice penale e questo
fenomeno criminale è emerso dal contenitore generale e indistinto delle altre
organizzazioni, acquisendo rilievo autonomo. Nel 2014 e nel 2016 le sentenze
della Cassazione hanno quindi messo il sigillo sui procedimenti delle procure
di Reggio Calabria e di Milano “Crimine” e “Infinito”, confermando le ipotesi
investigative sulla struttura unitaria, il modus
operandi e le strategie di espansione della ‘ndrangheta. Già in passato
diversi elementi emersi da indagini condotte dalla procura di Reggio
Le ragioni del successo
Questo modello organizzativo e le sue dinamiche decisionali,
funzionali all’accumulazione della ricchezza, si sono rivelati efficaci per
disciplinare l’attività delle cosche in tutta la Calabria e nel resto d’Italia
e nel mondo. Proprio in ragione della diffusione e della ramificazione sul
territorio nazionale e mondiale dei suoi interessi economici, la ‘ndrangheta ha
necessità di sapere, ovunque e comunque, chi comanda nel territorio in cui
vuole concludere un affare. Se si tratta di organizzare lo sbarco di un carico
di cocaina, se si devono acquisire vantaggi (incarichi, commesse, posti di
lavoro) in relazione a un appalto, se si deve effettuare un rilevante
investimento è necessario sapere chi “comanda" su quell'area, con chi si
deve trovare un accordo e se insorge una controversia quali sono le regole per
definirla. Non sono consentite incertezze soggettive e temporali. La struttura,
le “doti” (le gerarchie interne) servono a controllare gli uomini, sono
funzionali all'esigenza d garantire le relazioni necessarie a gestire il
traffico internazionale di droga e i grandi appalti, è un problema di
legittimazione mafiosa e criminale. Molte famiglie mafiose non sono
direttamente riconducibili alle storiche ‘ndrine
della provincia di Reggio Calabria, con le quali non sono neanche imparentate,
ma se vogliono fregiarsi del nome di ‘ndrangheta devono sottostare alle regole
e alla signoria mafiosa dei vertici reggini. Il livello superiore di comando
interviene solo nel momento in cui sorgono motivi di contrasto tra le varie ‘ndrine. Oppure entra in azione quando è
minacciata l’unitarietà della ‘ndrangheta, com’è accaduto con l’omicidio di
Carmelo Novella che comandava la ‘ndrangheta in Lombardia ma avrebbe voluto
svincolarsi dalla casa madre. La forza della ‘ndrangheta risiede soprattutto
nella sua struttura familiare, nei legami di sangue che assicurano la
continuità delle cosche, nel loro radicamento territoriale e nella capacità di
gemmazione delle ‘ndrine fuori dei
confini della Calabria. Questo spiega anche le poche collaborazioni
significative: “nessun capo locale di ’ndrangheta di serie A si è mai
pentito". Accusare un affiliato, il più delle volte, significa tradire un
fratello, un cugino, uno zio, il padre, infrangere un duplice giuramento,
quello di affiliazione e quello naturale iure
sanguinis. La struttura familiare delle ‘ndrine
e la “compartimentazione” della 'ndrangheta permettono di reggere meglio la
pressione delle forze dell’ordine e ne fanno un'organizzazione altamente
affidabile, sia nei rapporti con le altre organizzazioni criminali che con gli
interlocutori economici, istituzionali, politici. Le inchieste degli ultimi
anni hanno rivelato l’espansione territoriale ed economica delle cosche
calabresi, la capacità di colonizzare parti significative delle regioni
settentrionali adeguando ai nuovi contesti il modello organizzativo e le
strategie criminali. Ma sia in Calabria che altrove le ‘ndrine si nutrono di consenso, non sono un corpo estraneo e
separato della società, anche laddove questo consenso si esprime nelle forme
più arcaiche di soggezione indotta dalla paura. La violenza resta una risorsa
irrinunciabile, anche se sempre meno esibita e solo in casi estremi, quando non
è più sufficiente ogni altra forma di pressione, intimidazione e delegittimazione.
La ‘ndrangheta in Calabria
Gli interessi economici
La ‘ndrangheta si conferma solidissima e agguerrita lì dove
è nata. Nel corso delle missioni nei due distretti di Reggio Calabria e
Catanzaro sono state raccolte significative conferme e nuove indicazioni sugli
interessi e le attività criminali nella regione. Un ruolo di primissimo piano è
rivestito dal traffico di stupefacenti. La Calabria resta il centro propulsore
delle strategie ‘ndranghetiste in questa attività illegale, che vede le cosche
dei mandamenti tirrenico e ionico di Reggio Calabria e quelle di Vibo Valentia
esercitare una vera e propria egemonia nel mercato mondiale della cocaina in
particolare in Colombia. I vertici delle cosche calabresi mantengono rapporti
privilegiati, se non addirittura esclusivi, con i principali cartelli di
narcotrafficanti del Centro e Sud America,
dove la ‘ndrangheta ha realizzato basi logistiche e operative che consentono un
rapido e costante rifornimento della merce, l’organizzazione di trasporti
sicuri e la gestione diretta degli affari con la presenza nei diversi paesi di broker e fiduciari delle cosche. La
‘ndrangheta è considerata dai narcos
un partner affidabile e solvibile e queste caratteristiche ne hanno favorito la
globalizzazione, agevolata dalla diffusa presenza di ‘ndrine in tutto il mondo. Il traffico internazionale di
stupefacenti si avvale di solidi contatti oltre oceano
La presenza mafiosa negli enti locali costituisce un indice
significativo del controllo capillare esercitato dalle ‘ndrine sul territorio calabrese e dei solidi rapporti tra la
‘ndrangheta e la politica che investono i livelli comunale, provinciale e
regionale. L’imponente numero dei comuni sciolti per mafia in Calabria, gli
ultimi cinque alla fine del 2017, attesta la fragilità delle istituzioni
locali, esposte alle infiltrazioni criminali che si realizzano non solamente
attraverso forme di condizionamento esterno dei consigli comunali, ma sempre di
più attraverso la presenza diretta di affiliati nella compagine amministrativa,
con un preoccupante salto di qualità nella capacità di inquinamento della vita
democratica. Su questo versante la Commissione parlamentare antimafia ha svolto un costante monitoraggio, non solo
in occasione delle diverse tornate elettorali che nel corso della legislatura
hanno visto il rinnovo di numerosi consigli comunali calabresi, ma anche con un
immediato approfondimento sulla situazione del comune di Reggio Calabria, il
primo e finora unico capoluogo di provincia sciolto per infiltrazioni mafiose
nell’ottobre del 2012. La ‘ndrangheta coltiva il preciso obiettivo di
soggiogare e mantenere in condizioni di arretratezza e di isolamento la terra
dove ha avuto genesi e da cui trae legittimazione. Il rapporto con la politica
è da questo punto di vista indispensabile a consolidare il potere delle cosche,
ed è efficacemente illustrato dal procuratore aggiunto della Repubblica di
Reggio Calabria, Nicola Gratteri: “25 anni fa erano i mafiosi che andavano col
cappello in mano dal politico a chiedere cortesie o a chiedere l’assunzione
alla forestale. Oggi, invece, sono i politici che vanno a casa dei capimafia, a
chiedere pacchetti di voti in cambio di appalti.... Oggi se è il politico che
va a casa del capomafia a chiedere i voti, vuol dire che nel comune sentire si
ritiene che il modello vincente è il capomafia. Perché il capomafia interviene
anche sulla ristrutturazione di un marciapiede da 20.000 euro? Con tutti quei
soldi che hanno si interessa pure di un marciapiede? Sì, perché farà lavorare
per venti giorni cinque padri di famiglia e quando sarà ora di votare quei
cinque padri di famiglia si ricorderanno di votare per il candidato prescelto
dal capomafia. Nei piccoli comuni, ad esempio, è molto facile per le mafie
decidere chi sarà il sindaco. Le mafie sono una minoranza… anche nei paesi a
più alta densità mafiosa, ma la differenza è che si tratta di una minoranza
organizzata. Loro
L’espansione della ‘ndrangheta in
Italia e all’estero
Si è già sottolineata la struttura transnazionale della
mafia calabrese, che grazie alla leadership
nel traffico mondiale di stupefacenti, esporta all’estero prassi di
insediamento e radicamento
sempre più incisive. Qui si vuole
anticipare un tema che sarà affrontato nel capitolo sulla internalizzazione
delle mafie e dell’antimafia. Nelle missioni in Spagna, in Olanda, a Malta e in
Canada, la Commissione ha potuto registrare una buona e crescente
collaborazione tra le rispettive autorità giudiziarie e gli apparati
inquirenti, in particolare nella lotta al traffico di stupefacenti. Ma in
nessuno di questi Paesi le istituzioni, sia quelle politiche che quelle
preposte al contrasto della criminalità, hanno mostrato una soglia di
consapevolezza e attenzione adeguate a fronteggiare le nuove dinamiche
criminali e le capacità della ‘ndrangheta, l’organizzazione più radicata e
attiva, di individuare i varchi normativi e le opportunità imprenditoriali per
investire e riciclare l’enorme massa di denaro frutto delle attività illecite.
Significativa in proposito l’inchiesa “Acero-Krupy” delle procure distrettuali
di Reggio Calabria e Roma, con il coordinamento della DNA e in collaborazione
con le autorità olandesi e canadesi, che ha accertato la presenza in Olanda e
Canada di storiche cosche del mandamento ionico della provincia reggina
(Commisso e Crupi di Siderno e Aquino-Colucci di Gioiosa Ionica) stabilmente
inserite in segmenti strategici delle economie di quei Paesi,
dall’import-export di fiori da Amsterdam all’Italia e agli investimenti
immobiliari in Canada. Dalle indagini emerge la grande flessibilità
imprenditoriale della ‘ndrangheta, in grado di adattarsi a ciò che offre il
mercato e al tempo stesso di intercettare i settori emergenti e diventare punto
di riferimento per le attività di riciclaggio. Gli
investimenti all’estero sono favoriti da legislazioni nazionali meno rigorose
negli accertamenti sulla provenienza illecita del denaro e dall’assenza di
norme paragonabili al nostro reato di associazione a delinquere di stampo
mafioso con il suo efficace corollario delle misure di prevenzione
patrimoniale. Non a caso è molto difficile sequestrare e confiscare beni
mafiosi in Europa e le cosche comprano alberghi, palazzi di pregio, ristoranti,
strutture ricettive in Spagna, Germania, Svizzera, Francia e Malta avviando
attività d’impresa che consentendo alle famiglie mafiose di operare alla luce
del sole e nella legalità. Anche nel resto d’Italia la ‘ndrangheta ha ormai
messo radici profonde: dalla Toscana al Piemonte fino alle Valle d’Aosta,
dall’Umbria fino al Friuli Venezia Giulia. In particolare le modalità di
colonizzazione delle regioni settentrionali, di cui si dirà più compiutamente
in un capitolo successivo, segnalano la forza di un fenomeno in espansione.
Dalle inchieste più importanti degli ultimi anni emerge una 'ndrangheta
affaristica, dinamica, duttile, flessibile, profondamente infiltrata nel vitale
tessuto sociale ed economico di queste realtà produttive, nel quale molti
imprenditori, professionisti, dirigenti pubblici e amministratori locali hanno
mostrato una sorprendente cedevolezza e friabilità rispetto agli interessi e
agli appetiti delle locali di ‘ndrangheta saldamente radicate nei nuovi
territori.
L’Ndrangheta
allo stato attuale e nuove prospettive
I settori operativi della mafia calabrese sono molteplici
fra cui si annoverano: traffico d’armi, smaltimento illegale di rifiuti,
condizionamento della vita amministrativa locale specie nel settore degli
appalti, l’usura e l’estorsione, l’acquisizione e il controllo diretto o
indiretto di società o attività commerciali operanti nel settore della
ristorazione, del gioco di azzardo e dell’immobiliare, nonché da ultimo il gaming online. Vi rientra anche il
traffico di stupefacenti con i cartelli colombiani. I proventi illeciti
prodotti tramite le attività criminali sono riciclati e reimpiegati tramite
veicoli societari formalmente sani intestati a prestanome incensurati, che
riescono poi a raggiungere posizioni dominanti in diversi settori economici. L’”attitudine
colonizzatrice” sia sull’intero territorio nazionale che all’estero ha posto i
mafiosi calabresi tra gli interlocutori più affidabili per la gestione di
affari criminali che hanno basi di appoggio in Italia, in Europa e nel mondo.
L’ampiezza operativa dell’Ndrangheta si può definire come una vera e propria
holding con sede legale e amministrativa in Calabria e quelle secondarie nei
Comuni del Centro-Nord Italia e in molti paesi stranieri. In particolare,
Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Liguria e Lazio sono le regioni
nei quali le ‘ndrine hanno rivolto la loro attenzione dedicandosi
all’acquisizione di appalti pubblici e privati, al traffico degli stupefacenti
e delle armi e al riciclaggio. In particolare l’Ndrangheta ha un forte controllo
anche dei fenomeni illeciti che avvengono in Piemonte. Nel Lazio, e Roma, in
particolare la Ndrangheta opera acquisendo il controllo e la direzione di
imprese attive sul territorio in qualità di soci-finanziatori occulti con
particolare riferimento a quelle operanti nei settori della ristorazione ed
immobiliare. All’estero le aggregazioni calabresi tendono a concentrarsi dove
l’emigrazione è più cospicua e radicata. Consistenti risultano le presenze in
Germania, Francia, Belgio, Olanda, nei Balcani e nell’Europa dell’Est, nonché
in sud America. Più in generale, dal sud America la cocaina arriverebbe via
mare nell’area mediterranea seguendo la cd rotta atlantica con il Brasile quale
paese di transito e i porti della Spagna e l’Italia quali scali di destinazione
privilegiati per l’Europa specie per quanto riguarda il territorio nazionale,
quelli lungo il versante tirrenico, in particolare quello di Gioa Tauro.
CAMORRA
Premessa
Dalla seconda metà degli anni Novanta del Novecento la
camorra ha assunto un ruolo crescente e, assieme alla ‘ndrangheta calabrese, ha
scalzato cosa nostra dal ruolo leader rivestito fino alla cattura di Totò
Riina. L’offensiva dello Stato contro la mafia siciliana e la contestuale
evoluzione del mercato delle droghe con il passaggio dall’eroina alla cocaina,
hanno permesso a camorristi e ‘ndranghetisti di occupare lo spazio lasciato da
cosa nostra, specializzata nel traffico di eroina grazie ai rapporti con la
mafia statunitense, e divenire interlocutori privilegiati dei narcotrafficanti
del Sud America. Ancora una volta è una merce, o un commercio illegale o
proibito, a fornire a Napoli basi di massa e consenso sociale alle
organizzazioni criminali. Napoli diventa così una “narco-città” dal punto di
vista della distribuzione all’ingrosso e dello spaccio (così come nel passato
era stata “città-contrabbandiera” per eccellenza) e Scampia (e poi altre zone
della città e del suo hinterland) si
trasforma per decenni nel “narco-quartiere” per antonomasia. Se per un periodo
storico la camorra aveva incontrato e utilizzato il contrabbando di sigarette
per espandersi, e poi la vendita di prodotti contraffatti all’estero, ora è la
droga e il suo commercio a ribadirne le prevalenti caratteristiche
mercantilistiche-criminali. Senza il ruolo occupato nel commercio delle droghe
a livello nazionale e internazionale, non sarebbe possibile spiegare l’ascesa
della camorra nell’élite della
criminalità mondiale. Mentre la ‘ndrangheta si è diffusa a partire dalle
cellule di calabresi che riproducevano all’estero o nel nord dell’Italia il
modello delle ‘ndrine, la camorra non ha esportato un suo modello organizzativo
o di vita ma solo criminali in affari, che si stanziano nei posti strategici
della produzione e delle rotte del narcotraffico o in ogni luogo dove è
possibile fare investimenti, smerciare prodotti contraffatti, senza seguire
necessariamente le rotte dell’emigrazione napoletana e campana. Anche per
questo sarebbe sbagliato pensare a un’unica organizzazione, cui fanno
riferimento e si rapportano i malavitosi di Napoli e della Campania, né tanto
meno la parola “camorra” indica una élite
criminale che si differenzia dalla delinquenza comune. I diversi clan non hanno
mai avuto una “cupola” né su base comunale né provinciale né tanto meno
regionale; nessuna struttura verticale di comando, di coordinamento o di
condizionamento sulle singole attività; non hanno modalità
per dirimere controversie, o per rispondere unitariamente ad una eventuale
azione repressiva dello Stato. Ogni tentativo di unificazione sotto forma di un
unico comando è degenerato in una carneficina. Tranne nel caso del clan dei
casalesi, dove ha operato per anni una specie di federazione criminale,
circoscritta al territorio di Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano
d’Aversa. Questa caratteristica rappresenta la maggiore pericolosità sociale
delle camorre. Ciò che ha consentito
il loro lungo durare non è stato l’agire unitario ma proprio un’anarchica
frammentazione. Ma soprattutto la sua secolare capacità di trarre vantaggio e
organizzare l’emarginazione e il disagio sociale dei ceti più poveri della
città di Napoli e della sua provincia, dove è storicamente forte la tolleranza
alle attività di sopravvivenza e ai commerci illegali. La camorra va
considerata come una criminalità catalizzatrice di tutte le attività
criminali-illegali e di una parte consistente dell’economia informale-sommersa,
che si sviluppa nel tessuto economico della città essenzialmente modellato
sulle attività commerciali piuttosto che su quelle industriali o dei servizi.
Ed è qui che i camorristi, specializzati nei ruoli di mediazione, si sono
inseriti, facendo leva sulla violenza come fattore competitivo. La
frammentazione si è dimostrata più congeniale a farla aderire a tutte le ampie,
diffuse e stabili forme di illegalità che, variamente, hanno caratterizzato la
vita economica e sociale della città di Napoli e del suo hinterland in tutti i periodi storici. E la sua organizzazione
reticolare le ha consentito di aderire con naturalezza a tutta l’economia
informale che caratterizza una parte non secondaria dell’economia napoletana e
campana. Il successo di questa criminalità “trafficante” è dovuto alla grande
massa di consumatori disposti a comprare beni o merci contraffatte di grandi
marche venduti a prezzi più convenienti rispetto al circuito legale (sigarette,
ad esempio, o cd) o perché mette a disposizione beni il cui consumo è proibito,
ma la domanda è ampiamente sostenuta (come nel caso delle droghe, della
prostituzione e degli altri settori che fanno parte della cosiddetta “economia
dei vizi”).
Il quadro d’insieme
Gli approfondimenti sviluppati dalla Commissione nelle
missioni presso le DDA di Napoli e Salerno e nelle regioni italiane in cui le
camorre mostrano una forte operatività, nonché le audizioni svolte in sede con
i magistrati napoletani, i sindaci di diversi comuni della regione e studiosi
del fenomeno, hanno confermato il quadro di una realtà criminale multiforme e
complessa, difficile da inquadrare in una definizione unitaria che mai come
oggi appare forte e aggressiva, con un esteso controllo del territorio
regionale, uno stretto rapporto con la politica e le istituzioni di alcune
aree, una vasta proiezione nazionale e internazionale. In base ad alcune stime,
la Calabria risulta essere la regione italiana con la più elevata densità di
reati in rapporto alla popolazione; Napoli invece ha il primato per omicidi
ogni 100 mila abitanti e il record assoluto nel numero di clan e di affiliati.
Se si analizzano le ordinanze di custodia cautelare dal 1992 al 30 giugno del
2017 per il reato di cui all’articolo 416-bis
del codice penale, si può verificare come la camorra tocchi la cifra di 3.100
unità, la ‘ndrangheta quella di 2.707, cosa nostra 2.093, mentre la criminalità
mafiosa pugliese arriva a 751. Nel 2015 si contavano ben 180 clan camorristici
a Napoli e provincia, un numero record in rapporto alle altre criminalità
mafiose italiane. E se si dà uno sguardo alle mappe della presenza delle mafie
nel centro-nord d’Italia, in Europa e negli altri continenti, si resta colpiti
dal maggior radicamento e dalla più alta capacità di espansione di camorra e
‘ndrangheta rispetto a cosa nostra. Nel mondo criminale nazionale e
internazionale si parla sempre più il napoletano e il calabrese che il
siciliano. Per numero complessivo di morti ammazzati negli ultimi quarant’anni
i clan di camorra detengono il primato tra le organizzazioni mafiose italiane.
Da quindici anni la media annuale di
Il distretto di Napoli
La camorra di Napoli città e quella del suo immediato hinterland presentano tratti abbastanza
simili, mentre hanno caratteristiche del tutto diverse i clan che si sono
ramificati ad appena 25 chilometri di distanza, cioè quelli dei casalesi o
quelli delle zone al di là del Vesuvio. Più camorra-massa la prima, più
camorra-impresa quella casertana, nolana, vesuviana. Più frammentata e
gangsteristica la prima, più solida e radicata la seconda. Meno dipendente dal
rapporto con il ceto politico e amministrativo la prima, più relazionata
permanentemente ad esso la seconda. Ed è proprio per queste caratteristiche che
i capi camorra di provincia hanno lasciato indubbiamente un segno più duraturo,
da Nuvoletta di Marano a Bardellino di San Cipriano d’Aversa, da Cutolo di Ottaviano
ad Alfieri di Saviano, da Zagaria di Casapesenna a Fabbrocino di San Gennaro
Vesuviano, da Bidognetti di Casal di Principe ai Moccia di Afragola, da La
Torre di Mondragone a Galasso di Poggiomarino. Le due camorre, quella
napoletana e quella casertana, hanno reagito in modo totalmente differente
all’incisiva azione repressiva che ha riguardato negli ultimi anni le due
province criminali. A Napoli si assiste all’assalto di
giovanissimi killer al potere criminale dei vecchi clan indebolito dai
numerosissimi arresti e la repressione spinge alla creazione di nuove
formazioni criminali anziché ridurle. La frammentazione delle bande crea un
potere meno verticistico e strutturato, meno stabile e radicato, più esposto
agli assalti dei nuovi, decisi a scalare velocemente le gerarchie. In questo
senso la camorra si presenta più aperta con barriere di accesso basse e
facilmente superabili. Al tempo stesso se la repressione colpisce i capi non si
assesta di per sé un colpo risolutivo all’organizzazione, la quale si rigenera
continuamente proprio per la fluidità degli apparati di comando e per la bassa
soglia di accesso alle élite
criminali. Inoltre,
Il distretto di Salerno
Il quadro complesso e multiforme della criminalità
organizzata in Campania non può ignorare le dinamiche criminali nell’area meridionale
della regione. La Commissione ha approfondito questa realtà nel corso della
missione a Salerno, raccogliendo dagli investigatori e dai magistrati della DDA
del capoluogo elementi di sicura rilevanza, che smentiscono la vulgata di un
territorio a lungo considerato meno interessato, se non addirittura esente,
alle pressioni della camorra. Il procuratore Giovanni Lembo ha infatti
sottolineato “la capacità di penetrazione nel tessuto economico-sociale e anche
politico-imprenditoriale, con la realizzazione in alcuni casi di veri e propri
cartelli criminali, che hanno monopolizzato alcune attività economiche di
primaria importanza, direi importanza strategica, nell’economia salernitana”73. I
recenti fatti di sangue (quattro omicidi di stampo camorristico), lo
scioglimento per infiltrazioni mafiose dei comuni di Pagani (2012), Battipaglia
(2014) e Scafati (2017), dove è stato evidenziato un controllo penetrante
sull’amministrazione comunale fin dal 2008; le inchieste sul traffico di
stupefacenti, sul caporalato, anche collegato agli sbarchi di migranti nel
porto di Salerno, la presenza di esponenti del clan dei casalesi che hanno
trasferito nella provincia interessi imprenditoriali nello smaltimento dei
rifiuti e nelle bonifiche ambientali sommato alle attività nel traffico di
stupefacenti, fanno di quest’area un bacino preoccupante di solidi e agguerriti
interessi camorristici. La procura di Salerno è stata anche tra le prime a
individuare le infiltrazioni della criminalità nella gestione del gioco
d’azzardo on line, che vedono
imprenditori vicini alla camorra utilizzare e
Scenari futuri
E’ probabile che i giovanissimi che negli ultimi anni hanno
creato una fibrillazione permanente all’interno della camorra napoletana
tornino a cercare la loro ascesa criminale dentro i clan più strutturati, dopo
aver verificato che la loro sopravvivenza come clan autonomi è limitata. Non
possono, infatti, permettersi una violenza quotidiana che attira sulla città e
sui loro affari un’attenzione scomoda. E in ogni caso, le iniziative degli
ultimi anni della magistratura napoletana, che ha sferrato dei colpi durissimi
alla camorra imprenditrice e a quella del riciclaggio, dimostrano la piena
consapevolezza della capacità di diversi clan di competere nei circuiti
internazionali illegali e legali. Le ultime dichiarazioni del nuovo procuratore
della Repubblica presso il tribunale di Napoli, Giovanni Melillo, sulle
responsabilità di una borghesia delle professioni, fanno ritenere che
l’attenzione alla frammentazione delle bande di camorra e l’analisi del nuovo
fenomeno che investe le giovanissime leve del crimine non allenterà la tensione
su quella camorra che si propone come referente di professioni e ambienti
imprenditoriali della città e della sua provincia e che finora non si erano
lasciati coinvolgere dagli affari criminali in maniera così ampia. Nel suo
intervento all’evento conclusivo degli Stati generali dell’antimafia a Milano,
il 24 novembre 2014, il procuratore Melillo ha tratteggiato con lucidità
l’evoluzione delle dinamiche criminali nella regione: “I principali cartelli
camorristici coincidono ormai con sofisticate costellazioni d’impresa, con reti
in cui si stabiliscono relazioni invisibili ma solidissime. Basta che
un’impresa fiduciaria d’interessi mafiosi si collochi in una posizione
dominante perché espanda le sue capacità di controllo su una più ampia filiera
affaristica, commerciale e imprenditoriale. La dissoluzione dei corpi
intermedi, a sua volta, finisce per assegnare alle organizzazioni camorristiche
il
MAFIE PUGLIESI
Tradizionalmente, la mafia pugliese è stata identificata con
la sacra corona unita (SCU). Le prime tracce dell sua esistenza risalgono al
1983: nell'ottobre di quell'anno un uomo, Vittorio Curci, dichiarò ai
magistrati della procura della Repubblica di Bari di aver assistito, in piena
notte, alla cerimonia d'affiliazione ad una mafia “nuova", autoctona.bLe
immediate indagini disvelarono l’esistenza, all’interno della casa di
reclusione di Bari, e precisamente nella cella del detenuto Giuseppe Rogoli, di
un manoscritto costituente lo statuto di una consorteria denominata sacra
corona unita, e in cui si indicava persino la data di fondazione: «La Scu è stata fondata da G.R. l'1 maggio
1983 e con l'aiuto dei compari diritti», dove G.R. sta per Giuseppe - detto
Pino - Rogoli, un comune rapinatore di banche proveniente da Mesagne ed i
“compari diritti” devono identificarsi in appartenenti alla ‘ndrangheta
calabrese.bLe ragioni sottese alla nascita di tale sodalizio apparvero sin da
subito chiare: opporsi all'invasione dei camorristi appartenenti alla fazione
di Raffaele Cutolo che, in cerca di nuovi territori da conquistare, già sul
finire degli anni Settanta, si erano spinti in Puglia radicandosi sul
territorio soggiogando o soffocando, le famiglie criminali locali dove non
riuscivano a stringere redditizie alleanze. Tale originaria vocazione
regionalista sarebbe rimasta inalterata anche dopo. Il processo celebratosi
dinanzi al tribunale di Bari nel 1986, con l’escluderne la natura mafiosa,
paradossalmente fornì nuova linfa al progetto iniziale. Infatti, nelle more,
gli associati della prima ora, riacquistata la libertà, costituirono i primi
nuclei mafiosi nei luoghi di origine: nel Foggiano, nel Barese e nel Tarantino,
operando in piena autonomia. Cosicché, sin da subito, la mafia pugliese palesò
quella che sarebbe stata la sua principale caratteristica anche dopo la
repressione da parte delle forze dell’ordine e della magistratura: la pluralità
delle consorterie, tra loro paritarie e ciascuna, al suo interno, gerarchizzata
e a vocazione monopolista. Il disegno di Rogoli trovò una sua parziale
realizzazione più a sud avendo egli investito nella guida dei clan i suoi
uomini più fidati. Tuttavia questo disegno unitario sarebbe fallito, e
definitivamente tramontato, sotto i colpi della reazione dello Stato. Ma se
questa organizzazione mafiosa - che per oltre un ventennio ha instaurato in
Puglia e, in particolare, nel Salento un vero soggiogamento mafioso - è venuta
meno già nei primi anni del Ventunesimo secolo, ciò non vuol dire che il
fenomeno mafioso sia scomparso. Anzi! Scomparsi i capi
storici, i gruppi malavitosi, ormai radicatisi sul territorio, del tutto
slegati da una comune appartenenza ed in assenza di vincoli verticistici, ormai
operano ciascuno nei rispettivi “locali”, adottando, a seconda degli
avvenimenti, un atteggiamento tra loro collaborativo o aggressivo, nel segno di
una tradizione ormai trentennale, ottenendo sul territorio, dall’evocazione
delle imprese della SCU., una maggiore carica criminale che perpetua quel clima
di paura, omertà e soggiogamento tra la popolazione, clima tipico
dell’esperienza sacrista. Il contesto pugliese non fa, insomma, eccezione al trend nazionale di disgregazione degli
organismi mafiosi unitari, esclusa la ‘ndrangheta, ed anzi ne rappresenta uno
dei paradigmi se è vero che il territorio è segnato da tanti gruppi, grandi,
medi o piccoli, che replicano moduli intimidatori e di assoggettamento tipici
del metodo mafioso, che operano autonomamente e dunque con una violenza non
controllata. Appare evidente che lo sviluppo dell’intera regione, a vocazione
turistica - ma non solo - risulta palesemente condizionato dalla massiccia
presenza di gruppi criminali radicatisi a macchia di leopardo sull’intero
territorio e il salto di qualità in atto mediante la trasformazione da una
dimensione familiare e rurale a quella prevalentemente imprenditoriale
preoccupa non poco.
La criminalità organizzata nella
città di Bari e provincia
La criminalità organizzata nella città di Bari risulta
particolarmente radicata e caratterizzata dalla presenza di clan che si
contendono il territorio al fine di imporre la propria egemonia nel campo delle
attività illecite maggiormente lucrose quali il traffico di stupefacenti e le
estorsioni. Dunque una criminalità con struttura di tipo orizzontale, e non
piramidale, in cui le varie organizzazioni hanno pari dignità sul territorio,
tant’é che, talvolta, nei quartieri più popolosi, operano più organizzazioni
contrapposte che danno luogo a momenti di contrapposizione che spesso sfociano
in fatti di sangue. Situazioni di fibrillazione appaiono essere all’ordine del
giorno: recentemente, nel quartiere di San Girolamo, alla contrapposizione tra
i clan Campanale e Lorusso sono seguiti due omicidi e negli anni precedenti tre
persone innocenti, onesti lavoratori, sono state uccise a seguito dei conflitti
tra organizzazioni criminali; nel quartiere Carrassi - San Pasquale il
conflitto tra i clan Fiore e Caracciolese ha mietuto quattro vittime nei mesi
di aprile e maggio 2014. Ma è il quartiere San Paolo a far registrare le
maggiori problematiche sotto il profilo della sicurezza pubblica a causa della
contrapposizione fra il clan Montani-Telegrafo e una componente dei Misceo
contro il clan Mercante. Nell’intera provincia il quadro non
è dei migliori: nei soli mesi di aprile, maggio e giugno 2017, sono stati
commessi cinque omicidi tre dei quali sicuramente riconducibili, per modalità
di esecuzione e per lo spessore criminale delle vittime, al crimine organizzato.
Due di tali fatti di sangue si sono verificati nel capoluogo. Attualmente nella
città di Bari sono operanti nove clan (Parisi - in cui va ricompreso anche il
cosiddetto gruppo Palermiti; Strisciuglio; Capriati - in cui va ricompreso
anche il cosiddetto gruppo Lorusso); Di Cosola; Telegrafo; Mercante - Diomede,
Montani; Anemolo; Misceo) che manifestano una particolare capacità di
rigenerarsi anche all’indomani della loro decimazione a seguito dell’incisivo
intervento repressivo delle forze di polizia e della magistratura, grazie
all’intervento delle seconde linee, all’impiego di soggetti spesso incensurati,
all’utilizzo di persone minorenni a cui vengono affidati i ruoli di detentori
della sostanza stupefacente, di pusher,
di “ragazzi fondina”, detentori, per conto terzi, delle armi “scomode” e di
esecutori di reati predatori. La diversificazione degli interessi delle cosche,
che vanno al di là delle tradizionali attività criminali, emerge, invece,
dall’azione di contrasto ai patrimoni illeciti: buona parte dei beni
sequestrati sono infatti costituiti da società di gestione di slot machine, società che rappresentano
per i clan una forma di introiti e di riciclaggio, conti correnti bancari ed
ancora bar, pizzerie, immobili vari, ristoranti e resort, un centro scommesse, imprese individuali e una
cartolibreria, persino un centro ippico ubicato ad Aversa, terra dei casalesi. La
contiguità dell’area urbana con quella “metropolitana” sembra favorire
l’interazione criminale tra il capoluogo e i comuni della provincia, come
peraltro pienamente confermato dalle evidenze acquisite nell’ambito delle
indagini portate a termine dalla magistratura inquirente: l’area murgiana, ed
in particolare Altamura, si conferma un importante canale di collegamento con
la Basilicata, territorio di espansione per il traffico di droga e per la
commissione di reati predatori; il contesto criminale nel comprensorio di
Monopoli, dopo la disarticolazione dei sodalizi avvenuta negli anni Novanta,
appare condizionato dalle organizzazioni criminali operanti nei confinanti
comuni di Conversano, Fasano e Mesagne, nonché del capoluogo; la città di
Putignano, dove ha avuto origine la prima associazione mafiosa barese,
denominata clan la Rosa appare sempre più condizionata dai circuiti della criminalità
del capoluogo e, in particolare, dal clan Parisi; la provincia BAT (Barletta -
Andria - Trani) è caratterizzata dalla presenza di organizzazioni malavitose
aventi una spiccata autonomia operativa nonostante l’influenza esercitata dai
sodalizi dei territori confinanti, in
primis di Cerignola, con cui sono state avviate sinergie criminali per la
gestione delle attività illecite; la situazione dell’ordine
e della sicurezza pubblica in Bitonto, caratterizzata dall’incidenza dei reati
contro il patrimonio e soprattutto in materia di stupefacenti, si attesta su
livelli che destano viva preoccupazione atteso che il tentativo di esercitare
il monopolio delle attività delinquenziali, in particolare, della gestione
delle varie piazze di spaccio da parte dei gruppi malavitosi bitontini genera
la commissione di reati contro la persona particolarmente gravi, spesso
commessi con l’uso delle armi, che determinano, come nell’ultimo efferato fatto
di sangue del 30 dicembre 2017, un elevato allarme sociale. Nell’occasione
ignoti esplodevano vari colpi d’arma da fuoco contro un pregiudicato che
causavano il decesso di una vedova, pensionata, colpita, verosimilmente, da una
pallottola vagante. Nella città di Andria la locale criminalità organizzata
appare essere di assoluto spessore: i clan “Pesce-Pistillo” e “Pastore”, pur
ridimensionati da numerosi arresti, mantengono il controllo del territorio. Dunque:
pluralità di sodalizi, mancanza di un vertice aggregante e assoluta incapacità
di elaborare strategie a lungo termine, di mantenere stabili alleanze o anche
perduranti assetti organizzativi interni appaiono essere le principali
caratteristiche della mafia barese. Ciò che appare connotare le organizzazioni
mafiose del capoluogo di regione e della sua provincia è la vocazione
commerciale e l’intraprendenza della popolazione che ha trasformato il
territorio in una realtà economica e sociale particolarmente vivace,
sicuramente tra le più avanzate del Sud Italia; dall’applicazione del metodo
mafioso a tale duttilità affaristica ne è derivata una criminalità organizzata
più incline a realizzare immediati vantaggi economici che ad elaborare
complesse strategie di lungo termine, che utilizza i metodi violenti sia a
difesa dei propri interessi che per espandere il proprio dominio affaristico e
territoriale, ma anche per eliminare dal proprio interno coloro che
rappresentano un ostacolo al perseguimento degli obiettivi del sodalizio
foss’anche, solo per sete di affermazione personale, piuttosto che cercare
accordi e/o alleanze.
La mafia del Foggiano
La mafia operante nella provincia di Foggia presenta delle
caratteristiche diverse da quelle del circondario di Bari. Storicamente
suddivisa tra “mafia dei montanari”, riferita ai sodalizi della zona garganica,
e “mafia della pianura”, riferita alla zona della Capitanata, le organizzazioni
mafiose operanti nel territorio in esame, pur presentando tratti analoghi a
quelli della criminalità barese, in quanto frammentate e prive di un vertice
aggregante, evidenziano una solida struttura interna, basata sul familismo
mafioso, tipico della “ndrangheta”, ed una non comune capacità di programmare e attuare strategie criminali, di intessere
alleanze sia tra i diversi gruppi operanti sul territorio, sia con sodalizi
mafiosi campani e calabresi. Profilo quest’ultimo conseguente all’azione di
contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura che ha determinato, nel
tempo, necessitati mutamenti negli equilibri di potere con continue
aggregazioni e disgregazioni dei gruppi dei quali si compone la “società
foggiana”. La solidità strutturale appare derivare da un’impenetrabilità
propria del contesto sociale in cui operano tali gruppi, caratterizzato da
arretratezza culturale, omertà e illegalità diffusa, condizioni che, tuttavia,
non hanno impedito l’applicazione, nello svolgimento delle attività criminali,
di modelli di modernità e flessibilità propri di una “mafia degli affari”,
nonostante essa rimanga caratterizzata da metodologie di imposizione delle
regole, all’interno e all’esterno dei clan, fondate sulla forza che spesso si
trasforma in pura ferocia, con vendette e punizioni mutuate dalle più arcaiche
comunità agricolo-pastorali e dal modello della camorra cutoliana. Il risultato
è un micidiale connubio tra: 1) modernità e lungimiranza negli obiettivi
(dimostrata da una spiccata vocazione agli affari, dalla capacità
d’infiltrazione nel tessuto economico-sociale nei centri nevralgici del sistema
economico della provincia, e cioè l'agricoltura, l'edilizia e il turismo); 2)
valori e metodi arcaici e capillare controllo del territorio, ottenuto e
consolidato attrave rso una lunga scia di omicidi la gran parte costituiti
dalla sparizione delle vittime (cosiddette lupare bianche); 3) omertà da parte
della popolazione e assenza di collaborazioni con giustizia; 4) oggettive
difficoltà nello svolgimento delle indagini stante la ostile morfologia del
territorio (caratterizzato da zone impervie o boscate, da coste frastagliate,
non coperte dal servizio di telefonia) che ostacola anche le più comuni
metodologie di investigazione. La storia giudiziaria del territorio consegna
all’interprete l’esistenza di tre grosse organizzazioni la cui mafiosità è
cristallizzata da sentenze definitive: la prima operante sul capoluogo e i
comuni del centro-nord della provincia, denominata “società" o “società
foggiana", strutturata in "batterie" che fanno diretto
riferimento ad un vertice costituito da personaggi carismatici del crimine
locale, ciascuno a capo della rispettiva batteria; la seconda operante
principalmente a Cerignola e nei comuni del sud Foggiano, denominata
"Piarulli-Mastrangelo-Ferraro", a struttura verticistica e con a capo
due fratelli, entrambi residenti a Milano, organizzata su due livelli: "i
grandi" e "i piccoli”, ulteriormente suddivisa in
"squadre", stanziate principalmente a Cerignola, che gestiscono
operativamente le attività illecite, in particolare il traffico di sostanze
stupefacenti; la terza, egemone sull'area garganica, denominata "clan dei
Montanari”, avente una struttura mista, con modulo di tipo federativo e forte
caratterizzazione di tipo familiare, facente capo alle
famiglie Li Bergolis, di Monte Sant'Angelo, e Romito, egemoni sui territori di
Monte Sant'Angelo e Manfredonia, e alla famiglia Ciavarrella, che opera sulla
zona di Sannicandro Garganico. Ad esse si affianca il gruppo lucerino
"Bayan - Ricci - Papa - Cenicold'‘ che, pur se non annoverato tra le
principali associazioni mafiose, ha con queste rapporti di partenariato che ne
preservano l'autonomia operativa e organizzativa. Un cenno particolare merita
la zona di Vieste dove è stata accertata l'operatività di un sodalizio
criminale originatosi dalla scissione di altre organizzazioni. Il territorio è
funestato da attività estorsive finalizzate, soprattutto, all'imposizione della
guardiania abusiva, attività particolarmente vantaggiosa stante la vocazione
turistica dell’economia locale. Il susseguirsi di atti d’intimidazione e
soprusi di vario genere, perpetrati in modo seriale in un clima connotato
soprattutto dalla paura, rischia di strozzare l’imprenditoria in una zona che
costituisce sicuramente un polo di attrazione per gli affari e in cui la
circolazione di rilevanti capitali è legata anche alla realizzazione/gestione
di strutture ricettive, spesso, invece, utilizzate, per la posizione strategica
fronte-mare, al presidio delle coste, attività strumentale al controllo del
traffico di stupefacenti con la vicina Albania, che costituisce, per un verso,
l'affare più lucroso e, per l’altro, il trait
d’union tra le diverse organizzazioni criminali operanti sul territorio
della provincia foggiana.
Il fenomeno del caporalato
Quello del "caporalato", è
un fenomeno criminale che interessa tutto il territorio della provincia di
Foggia e che ha assunto dimensioni tali da costituire una vera e propria
emergenza a carattere nazionale. Le indagini della magistratura hanno accertato
il coinvolgimento della criminalità organizzata nella gestione dello
sfruttamento del lavoro degli immigrati in quanto fenomeno da cui derivano
rilevanti introiti economici, resi ancor più lucrosi dalla connessa attività
illecita delle truffe ai danni dell’erario e degli enti previdenziali. Infatti
le organizzazioni mafiose s’inseriscono in ogni fase del rapporto lavorativo:
da quella prodromica del reclutamento all'estero delle persone da avviare allo
sfruttamento, a quelle successive del trasporto e dell'ingresso in Italia delle
persone reclutate, della loro allocazione sul territorio e della utilizzazione
in lavorazione agricole con modalità tali da costituire vere e proprie forme di
riduzione in schiavitù al servizio di imprenditori in rapporti diretti con le
stesse organizzazioni criminali. La riduzione dei lavoratori
in condizione di totale asservimento al “sistema” si connota per le disumane
condizioni in cui i braccianti sono costretti a lavorare nei campi, a ritmi
difficilmente sostenibili per il numero di ore in cui vengono impiegati, in
spregio alle più elementari norme a tutela della condizione del lavoratore e
con retribuzioni più che misere e, per di più, decurtate delle spese di
affitto, di vitto e trasporto. Ma soprattutto per le condizioni in cui costoro
sono costretti a sopravvivere, sopportando la sottrazione dei documenti
personali di riconoscimento, e la ghettizzazione presso strutture fatiscenti
sottratte, di fatto, al controllo delle forze dell’ordine alle quali, spesso, è
interdetto l’accesso, e governate, quindi, dai “caporali” spalleggiati dai
sodalizi mafiosi i quali esercitano un penetrante controllo sugli ospiti
consapevoli del potere ricattatorio da essi esercitato, gestendo essi l’unica
forma di sostentamento degli immigrati. All’interno dei ghetti solitamente si
pratica lo sfruttamento della prostituzione ma anche il traffico di sostanze
stupefacenti. Paradossale è l’omertà nel denunciare tali condizioni: spesso ad
iniziali accuse hanno fatto seguito complete ritrattazioni. Frequenti sono
stati infine i casi in cui, dopo le denunce si sono perse le tracce delle
vittime che avevano osato rompere il muro del silenzio.
La criminalità minorile
Negli ultimi anni si è assistito ad una maggiore frequenza
dell’impiego di minorenni nella perpetrazione di reati di tipo predatorio, con
un ulteriore abbassamento dell'età dei giovani autori, spesso ai limiti della
imputabilità. Infatti, molte rapite a mano armata (effettuate con pistole, di
regola giocattolo, o taglierini) ai danni di esercizi commerciali, o di
passanti, sono state commesse da minorenni tra i 15 e i 18 anni i quali non
sempre versavano in precarie condizioni economiche ma che, attraverso il ricavato
dell’atto criminale, miravano a soddisfare piccole esigenze personali, tipiche
dell’età, spesso sperperando nella stessa serata il denaro così ottenuto. Atti
che, per un verso, costituiscono motivo di esaltazione per la sfida alle forze
dell’ordine e, per l’altro, motivo di affermazione all’interno del “branco”. Ad
esempio, in San Severo, ove si registra una radicata presenza della criminalità
organizzata legata alla “società foggiana”, a febbraio 2017 sono state commesse
tre rapine nello stesso pomeriggio. Due degli autori sono stati arrestati, in
flagranza di reato, dopo la terza rapina: si trattava di due giovani poco più
che ventenni ma i due complici, arrestati il 15 marzo 2017 nel corso di altra
rapina in Torremaggiore, sono risultati essere due minorenni, nell’occasione
armati di una “replica” di pistola, non proprio un’arma giocattolo. All’arrivo dei Carabinieri, il minore, classe 2001, ha puntato
la pistola contro il carabiniere. Solo la professionalità del militare ha
evitato l’utilizzo dell’arma in sua dotazione. La vicenda delle tre rapine ha
avuto un particolare clamore mediatico a seguito dello sciopero della fame
effettuato dal Sindaco di San Severo al fine di attirare l’attenzione sulla
situazione dell’ordine pubblico in quel comune. L’ultimo di numerosi episodi è
del 4 aprile 2017: un’altra rapina ai danni di una tabaccheria, anche in tal
caso commessa da un minorenne classe 2000 e da un giovane classe 1999. Lo
spirito di emulazione, il senso di appartenenza ad un gruppo delinquenziale,
induce i giovani a fare, poi, il salto di qualità con il loro inserimento in
contesti di criminalità organizzata dove vengono utilizzati inizialmente per
compiti marginali, al fine di testarne l'affidabilità (ad esempio per
assicurare i contatti tra gli associati, effettuare telefonate o richieste
estorsive), per poi farli partecipare a crimini importanti quali gli omicidi. Tuttavia,
la risposta dello Stato non si è fatta attendere, anche per effetto
dell’interessamento e delle iniziative di sensibilizzazione istituzionale della
Commissione parlamentare antimafia: è stato aumentato il numero di uomini delle
forze dell’ordine impiegate su tutto il territorio della provincia di Foggia ed
in particolare nella zona di San Severo; è stato elevato, al contempo, il livello
di professionalità degli investigatori con l’istituzione del Nucleo Prevenzione
Crimine del ROS presso il comando provinciale dei Carabinieri di Foggia e con
l'assegnazione di 15 unità specializzate nelle indagini contro la criminalità
organizzata, è stato istituito il Reparto Prevenzione Crimine della Polizia di
Stato nel comune di San Severo.
Considerazioni conclusive
In
conclusione, il caso della criminalità foggiana, impostosi con forza alle
cronache di mafia nel corso della legislatura 2013-2018, appare questione che,
nonostante il ruolo periferico della città e del suo hinterland nel sistema criminale nazionale, non può essere
considerata secondaria. Al contrario, il “fenomeno Foggia” assume un rilievo
esemplare, giocando un ruolo di metafora proprio su di un piano generale. Il
primo dato di riferimento è costituito dal fatto che la criminalità organizzata
ha, a Foggia, una storia incostante e carsica, del tutto al di sotto di quella
delle maggiori organizzazioni nazionali. Ha conosciuto qualche fasto
provvisorio tra la fine degli anni Settanta e i primissimi anni Ottanta, quando
Raffaele Cutolo cercò di espandere il suo regno dalla Campania verso sud,
partendo dalla prima provincia confinante della Puglia e dando vita alla già
citata società foggiana, come detto sorta di cartello criminale pulviscolare.
Tentativo che naufragò presto, insieme con le fortune della sua creatura, la
nuova camorra organizzata, che aspirava a diventare in Puglia forza colonizzatrice.
Anche nel periodo di egemonia della sacra Corona Unita il baricentro
territoriale di questa consorteria fu, fondamentalmente, il sud della regione,
tra Brindisi e Lecce, sulle ali degli sbarchi albanesi e dai traffici con i
clan montenegrini. Di talché Foggia, in questo scenario, non giocò ruoli di
rilievo, rimanendo sullo sfondo con i suoi gruppi malavitosi, costretti in un
ruolo locale e gregario, e caratterizzati, dicono le ricerche, da un elevato
livello di dispersione. Stride, dunque, il confronto tra uno Stato dotato di
professionalità adeguate, forze dell’ordine e magistratura annoverati come i
più attrezzati professionalmente in tutta Europa, contro una criminalità
precaria. Da qui le domande. Come è stato possibile che in una Puglia, in gran
parte bonificata - sin dagli anni 2000 - nei suoi principali “distretti
criminali” brindisini e salentini, sin dagli anni 2000, si presentassero sulla
scena dall’altra parte della regione, quasi indisturbate, nuove organizzazioni,
sia pure come sviluppo di nuclei precedenti? Perché una criminalità discontinua
e dotata di modesto retroterra sociale ha potuto impunemente crescere in un
capoluogo di provincia e in una delle più pregiate aree turistiche del Paese?
Addirittura presentandosi in due versioni, quella foggiana e quella garganica,
a conferma di come essa non possegga una unitaria (e dunque più temibile)
identità? Bisognerebbe dedurne che chi doveva generare l’allarme sia rimasto
vittima del classico e disastroso pregiudizio secondo cui “qui la mafia non
esiste”. Che sia prevalsa un’inclinazione collettiva al quieto vivere. Conclusivamente,
dunque, la rivitalizzazione della criminalità foggiana dopo 35 anni appare, in
realtà, un atto d’accusa oggettivo verso la mentalità e gli atteggiamenti degli
apparati del law enforcement e non solo loro. Torna la questione, altrove sollevata
in questa Relazione, della distanza
tra le capacità professionali dei reparti speciali e quelle dei reparti
deputati al normale, ordinario lavoro di controllo del territorio, di
prevenzione e arginamento delle pulsioni criminali provenienti “dal basso”. Se
un’organizzazione giunge, come è successo a Foggia nel giugno del 2014, a
bloccare sei accessi alla città con propri mezzi pesanti per effettuare una
rapina, o giunge a trasformare una ex caserma dell’esercito in un fortino
criminale, vuol dire che essa si sente onnipotente e impunita, in grado di
andare sfrontatamente allo scontro con le forze dell’ordine. Atteggiamento
tipico, di fronte a uno Stato incerto, delle organizzazioni senza storia,
spesso incapaci di un’amministrazione “saggia” della violenza, e che infatti ha
caratterizzato anche la sacra corona unita alla fine del secolo scorso. È in
questo senso che Foggia diventa dunque metafora di una lunga e diffusa storia
d’Italia. Storia di cessione di spazi, di sottovalutazione, di rimozione,
d’incapacità di contestare in tempo reale la pretesa accampata da associazioni
criminali di esercitare una giurisdizione territoriale alternativa. C’è voluto
l’assassinio feroce, dopo un incredibile inseguimento, dei due contadini
innocenti testimoni dell’ennesimo delitto nell’agosto del 2017, con il conseguente arrivo in città del Ministro dell’interno
perché, dopo anni di basso profilo, la questione foggiana diventasse questione
primaria. Ed è anzi significativo in proposito che un’associazione della
società civile come Libera abbia deciso di celebrare proprio a Foggia la
giornata della memoria e dell’impegno contro la mafia (riconosciuta con legge 8
marzo 2017, n. 20) nel 2018. Per sottolineare che da sola non bastano le pur
importanti visite di esponenti delle istituzioni per stroncare quel che si è
lasciato crescere negli anni. E che occorre invece, per riuscirvi, un impegno
corale e sistematico, ormai necessariamente di lungo periodo. Foggia non è solo
una metafora, Foggia è un banco di prova.
La criminalità organizzata nel
Salento
Abbandonata l’originaria struttura
piramidale e la successiva rigida suddivisione in gruppi, restii a dialogare
tra loro e piuttosto pronti a rivendicare ognuno la propria autonomia e a
imporre l’egemonia su altri territori delle province salentine, le consorterie
che ancora si riconoscono nella sacra corona unita paiono aver scelto, da
qualche tempo, una strategia tesa all’inabissamento delle tradizionali attività
criminali, all’apparente scomparsa dell’associazione mafiosa, ricercando invece
il consenso sociale attraverso attività che, in un periodo di profonda crisi
economica, trovano apprezzamento tra i consociati, quali, ad esempio, il
recupero forzoso dei crediti da debitori riottosi o l’offerta di posti di
lavoro all’interno di aziende “controllate” dalla stessa organizzazione. Strategia
in buona parte agevolata da una sorta di disponibilità della gente nei
confronti di questa frange criminali, in assenza di una risposta della Stato
non tanto sul piano repressivo quanto su quello sociale, in particolare sul
piano del funzionamento dei servizi di primaria importanza tra cui occorre
annoverare anche il ritardo della risposta alla domanda di giustizia nel campo
civile. Di talché l’azione delle organizzazioni mafiose appare articolata tra i
vecchi e tradizionali ambiti criminali e nuovi spazi d’intervento non più
limitati ai contesti sociali che in qualche modo già condividevano e
fiancheggiavano la metodologia dell’intimidazione, avendo ottenuto un diffuso e
inaspettato riconoscimento, da frange della società civile le più disparate,
del ruolo regolatore dei rapporti tra cittadini, in sostituzione degli organi
istituzionali dello Stato. A riprova di ciò le diffuse manifestazioni di
solidarietà della gente comune nei confronti di esponenti della criminalità di
tipo mafioso, sintomo evidente del mutato atteggiamento verso gli esponenti di
un’associazione che, messi da parte omicidi, bombe e incendi, ha mostrato di sé
il lato maggiormente accettabile e “presentabile”. Atteggiamento conciliante
riverberatosi anche nello svolgimento delle attività criminali più comuni,
laddove il denaro ottenuto in passato con la minaccia esplicita o implicita nell’appartenenza all’associazione mafiosa, viene oggi offerto
“spontaneamente” dalla vittima, forse non più tale, alla quale, in cambio, sono
offerti servizi di tipo diverso: dalla tradizionale protezione o al recupero
forzoso dei crediti, al finanziamento dell’attività economica, all’annullamento
della concorrenza, alla possibilità d’inserimento in circuiti di riciclaggio.
Fenomeno agevolato dalla perdurante crisi economica che ha interessato il Paese
e che ha avuto, come in tutte le regioni del centro-sud, effetti devastanti in
molte aree del Salento contribuendo a spostare il ricorso al credito dal
circuito bancario al prestito ad usura, praticato anche dalle imprese
finanziarie, talvolta non estranee all’ambiente della criminalità organizzata,
spesso di proprietà o gestite dall’insospettabile "vicino della porta
accanto". Usura ed estorsione appaiono reati strettamente collegati anche
nel rimanere nel sommerso in quanto non documentati dal numero delle denunce; i
dati statistici appaiono del tutto irrisori a conferma della capacità
intimidatoria dei clan mafiosi presenti nei territori delle tre province
salentine e della conseguente condizione di assoggettamento e di omertà delle
stesse vittime, in una sorta di muta accettazione da parte della popolazione
delle regole mafiose e di rifiuto dell’intervento repressivo dello Stato. Nello
stesso solco della ricerca del consenso s’inserisce la partecipazione di
esponenti di rilievo dell’ambiente mafioso, e di persone ad esso contigue, alle
società di calcio, come è stato riscontrato per alcune squadre della provincia
di Lecce (Galatina, Monteroni, Poggiardo, Racale, Tricase, Squinzano,
Taurisano) nel palese tentativo di ottenere, oltre il consenso, anche la
gestione economica di attività che possono costituire canali per il
reinvestimento di denaro “sporco”75. Il sostanziale mutamento dei connotati della criminalità
organizzata salentina deriva, altresì, dalla perfetta integrazione tra i capi
storici dei vecchi gruppi criminali, molti dei quali hanno terminato di espiare
le condanne conseguenti all’azione di contrasto e repressione posta in essere
da magistratura e forze di polizia negli anni Novanta e gli esponenti della
seconda e terza generazione delle famiglie mafiose “tradizionali” assurti nel
mentre ai vertici dei clan. Integrazione favorita dal ruolo “storico” e sempre
più rilevante delle donne (mogli, madri, sorelle) appartenenti alle famiglie
malavitose, sempre attive nella gestione diretta delle attività criminali anche
in sostituzione del congiunto detenuto, nel segno della continuità e della
sommersione delle attività criminali. A ciò corrisponde una rinnovata
attenzione agli equilibri tra i diversi gruppi operanti sul territorio e alla
cura nell’appianare eventuali situazioni di contrasto con i clan limitrofi,
nella convinzione che la pax mafiosa sia
la condizione più conveniente per tutti. Ciò ha prodotto anche una radicale
riduzione degli omicidi. Nel 2016 a Casarano (Le) nel piazzale antistante un
affollato centro commerciale, proprio nell'orario di maggiore frequentazione; vittima
un noto esponente di uno dei clan storicamente presenti sul territorio. A tale
fatto di sangue è seguito, a distanza di soli due giorni, anche un tentativo di
omicidio nei confronti del sodale dell’ucciso. Le successive indagini, che
hanno consentito di accertare sia la matrice del gesto che i suoi esecutori,
nonché di prevenire l’assassinio programmato di un’ulteriore vittima, attestano
che il conflitto fosse insorto, tra ex appartenenti allo stesso clan, per il
controllo del territorio di Casarano e dei paesi limitrofi, finalizzato a
stabilire l’egemonia nel traffico delle sostanze stupefacenti e delle attività
economiche svolte in quei centri. E’ stato pure messo in luce come il capo di
una delle consorterie mafiose antagoniste riuscisse ad esercitare pienamente il
suo ruolo direttivo nell’ambito del clan nonostante fosse sottoposto al regime
degli arresti domiciliari nel Nord Italia, avvalendosi di complessi sistemi di
comunicazione con i propri sodali operativi nel Salento. Scenari ancor più
inquietanti evocano le dichiarazioni della moglie della vittima, riportate da
una testata giornalistica, in ordine al ruolo di “mediatore” del marito
nell’ambito della società casaranese, ritenuto contiguo a componenti
dell’amministrazione comunale. Proprio in tema di infiltrazioni nell’apparato
della pubblica amministrazione il ripetersi degli episodi di coinvolgimento di
amministratori locali in indagini di mafia desta particolare allarme: nel 2015
l’arresto del vicesindaco del comune di Parabita per concorso in associazione
mafiosa, avendo egli fornito un contributo significativo, con il suo
interessamento, all’assunzione di esponenti del clan e di loro familiari. La
consequenziale attività ispettiva ha portato nel febbraio del 2017 allo
scioglimento del consiglio comunale di Parabita per infiltrazioni mafiose;
l’assegnazione da parte del sindaco di Squinzano, in totale violazione della
relativa normativa, di un alloggio dello IACP di Lecce ad un noto esponente
della criminalità mafiosa di Squinzano e la rimozione del presidente del consiglio
comunale, ai sensi dell’articolo 142 del TUEL, di quel centro cittadino per la
comprovata vicinanza ad esponenti del citato sodalizio; l’esito delle indagini
sui rapporti tra l’ambiente criminale mafioso e diversi candidati in occasione
delle consultazioni elettorali del 2012 per il rinnovo dell’amministrazione
comunale di Lecce, laddove è emerso che la gestione dell’attività di affissione
dei manifesti e di distribuzione di materiale propagandistico, era coordinata e
gestita da appartenenti ai clan attraverso l’esercizio di violenze e minacce
nei confronti dei candidati che non intendevano soggiacere alle imposizioni
dell’associazione mafiosa e rifiutavano di rivolgersi ad essa; i rapporti con i
comitati elettorali e con candidati, fenomeno noto al capoluogo salentino sin
dai primi anni 2000 allorquando le indagini posero in evidenza anche la
spartizione tra i clan mafiosi leccesi delle sovvenzioni comunali elargite ad
una cooperativa di ex detenuti del tutto illegale, in una sorta di pacifica
convivenza con le istituzioni, come dichiarato ai media da un assessore
dell’amministrazione dell’epoca. Ancora in corso l’indagine sui criteri di
assegnazione di alloggi di edilizia residenziale popolare dalla quale, finora,
è risultato che sei abitazioni siano state assegnate ad esponenti della
criminalità organizzata locale o a loro contigui; a Gallipoli, terra del clan Padovano, sono state avviate
indagini sui rapporti di alcuni esponenti della classe politica che aveva
espresso la precedente maggioranza in consiglio comunale con l’organizzazione
mafiosa in auge, allo scopo di ottenere dall’amministrazione comunale talune
concessioni per la gestione di parcheggi pubblici; a Sogliano Cavour dove le
indagini hanno attestato la capacità del gruppo criminale dominante nella zona
di Galatina e dintorni di condizionare la vita politica di quel comune e
persino di penetrare le forze di polizia acquisendo rilevanti informazioni
rilevanti sulle indagini in corso. Sempre con riferimento a consorterie
infiltratesi nei gangli della pubblica amministrazione, nel mese di luglio del
2017, sono state eseguite nelle cittadine del tarantino, Manduria e Avetrana,
circa trenta ordinanze di custodia cautelare a carico di un gruppo criminale.
Nell’ambito della stessa operazione di polizia sono stati sottoposti a misura
cautelare, altresì, il sindaco di Avetrana, un assessore del comune di
Manduria, e il sindaco di Erchie (BR), tutti in relazione ad ipotesi di
contiguità con gruppi ritenuti mafiosi. Le mutazioni che hanno interessato negli
ultimi la criminalità organizzata presente nel Salento, unite alle potenzialità
offerte dallo sfruttamento di nuovi mercati criminali, induce a ritenere che
sia fuorviante considerare la “mafia del Salento” come sconfitta e
disarticolata per sempre. Se l’azione di contrasto svolta dalle forze di
polizia e della magistratura negli anni Novanta ha potuto avere buon gioco, ciò
è dovuto al fatto che essa non era così radicata sul territorio come invece
tipicamente lo sono le così dette mafie tradizionali. Oggi, alla stregua di una
rinnovata capacità operativa, i gruppi mafiosi salentini tentano, nel silenzio
e nell’indifferenza, proprio questo salto di qualità, annullando in tal modo il
differenziale con le realtà mafiose più note e meglio sviluppate. La dimensione
locale del fenomeno non deve trarre in inganno stante lo sviluppo delle
attività turistiche e più latamente economiche dell’intera regione. Di talché,
se da un lato non può escludersi una sempre maggiore attenzione da parte di chi
voglia reinvestire denaro sporco in lucrose attività lecite, dall’altro un
assuefatto disinteresse della popolazione alla presenza criminale,
l’innalzamento della soglia di tolleranza e la sostanziale accettazione di
comportamenti delittuosi dei quali la cittadinanza continua ad essere vittima,
senza però più considerarsi tale, costituisce sicuramente terreno fertile per
il rafforzamento e l’espansione del fenomeno criminale esaminato.
Verosimilmente, il Salento, più che in altri luoghi del Meridione e del resto
del Paese, appare necessaria ed urgente un’azione di
sensibilizzazione della popolazione che induca ad un radicale mutamento
culturale del tessuto sociale, in modo da rompere le radici di un consenso con
le mafie locali che si fa sempre più preoccupante.
Mafia capitale
La presenza di organizzazioni criminali di tipo mafioso a
Roma non aveva mai suscitato un particolare allarme sociale. Fino a qualche
tempo fa si riteneva, infatti, che le organizzazioni mafiose, in particolare
quelle tradizionali, sfruttassero nella capitale soprattutto le opportunità
offerte dalle innumerevoli attività economico finanziarie della città per
ripulire i proventi dei traffici illeciti, mimetizzandosi nel tessuto
produttivo sano. Una mafia imprenditrice e silente che investiva enormi
quantità di denaro sporco e non ricorreva alla violenza per non attirare
l’attenzione delle forze dell’ordine. Si riteneva anche - per i numerosi
provvedimenti di sequestro e di confisca che colpivano i patrimoni di esponenti
mafiosi che si erano impadroniti persino dei locali storici della città76-
che il prevalente interesse coltivato dalle mafie tradizionali impiantate nella
capitale fosse quello del riciclaggio, collegato, appunto, all’esistenza a Roma
di una pluralità di esercizi commerciali, di società finanziarie, di enti di
intermediazione, di immobili di pregio, e alla conseguente possibilità di
mimetizzare gli investimenti più che in altre località meridionali.
Un’imprenditorialità mafiosa, dunque, che, pur affondando le radici nei
capitali di provenienza delittuosa, si insinuava placidamente nella società,
quasi ignara, così confondendosi con il tessuto economico sano del Paese, con
il quale riusciva a convivere. Anzi, si constatava che l’ampiezza e la
rilevanza delle risorse produttive dell’ambiente romano, dove vi è spazio per
tutti, aveva permesso la coesistenza pacifica di più organizzazioni criminali
che, pertanto, non avevano avuto la necessità di perseguire mire monopolistiche
e di ricorrere a sistematici atti sopraffattivi contro gli antagonisti,
lasciando il territorio sostanzialmente immune da manifeste attività
delittuose. Secondo le indagini della direzione distrettuale antimafia di Roma
era emerso, invero, che le varie entità criminali avevano stipulato un patto di
non belligeranza per evitare che, in caso di insorgenza di contrasti, i dissidi
potessero degenerare in eclatanti guerre tra rivali, con il rischio di attirare
l’attenzione degli inquirenti e di minare il clima di indisturbata serenità in
cui da tempo operavano. Da questa situazione di apparente ordine sociale,
dunque, ne era conseguita la negazione del fenomeno della penetrazione mafiosa
nel territorio romano; negazione che, anche in sede giudiziaria, aveva trovato
la sua eco.
La giurisprudenza, infatti, stentava
a ricondurre talune organizzazioni autoctone, scollegate dalle mafie
tradizionali ma egualmente caratterizzate dall’agire con il metodo mafioso, nel
paradigma dell’articolo 416-bis del
codice penale. Il caso più eclatante era costituito dalla banda della Magliana,
nota per i crimini efferati commessi nella capitale negli anni Ottanta, i cui
relativi processi si sono conclusi con esiti opposti (solo nel rito abbreviato
si è affermata la sussistenza del delitto di associazione mafiosa, ma non anche
nel rito ordinario) così confermando la difficoltà, anche culturale, di
applicare la fattispecie di cui all’articolo 416-bis del codice penale fuori dalle regioni meridionali. Solo le
pronunce più recenti della Corte di cassazione sulla cosiddetta “mafia
delocalizzata”, avevano elaborato il concetto di mafia silente, riconoscendo
che, al di fuori dei contesti natali, essa può operare senza manifestazioni di
intimidazione ma comunque avvalendosi, grazie al collegamento con la “casa
madre”, della fama criminale originaria ormai diffusa oltre i confini regionali
e finanche nazionali. Orbene, se le indagini svolte negli anni passati, come
sintetizzate nelle periodiche relazioni della Direzione nazionale antimafia e
antiterrorismo e della Direzione investigativa antimafia, avevano fotografato
una mafia apparentemente non violenta, interessata ad infiltrarsi e a
mimetizzarsi nel tessuto imprenditoriale romano e se la città di Roma, dal
proprio canto, non si era imbattuta in un territorio insanguinato e
manifestamente vessato, inevitabilmente le associazioni mafiose non avevano rappresentato
per la collettività un motivo di preoccupazione. Nessun allarme si era diffuso
nemmeno quando un giornalista de L’Espresso,
il 12 dicembre del 2012, aveva pubblicato l’articolo “I quattro re di Roma”, in
cui venivano indicati i capi che si erano spartiti il controllo della capitale,
tra i quali Massimo Carminati, cioè un criminale proveniente dall’estremismo
fascista la cui “influenza si è moltiplicata dopo l’arrivo al Campidoglio di
Gianni Alemanno, che ha insediato nelle municipalizzate, come manager o
consulenti, molti di quella stagione di piombo”. Eppure, la mattina del 2
dicembre 2014 si apprendeva, grazie alle indagini della procura di Roma, che un
gruppo criminale mafioso, denominato convenzionalmente “mafia capitale”, si era
persino “insediato nei gangli dell’amministrazione della capitale d’Italia (..)
sostituendosi agli organi istituzionali nella preparazione e nell’assunzione
delle scelte proprie dell’azione amministrativa”77,
così demolendo, d’un tratto, quella sorta di generalizzata tranquillità su cui
fino ad allora ci si era adagiati. In particolare, quel giorno si era data
esecuzione ad una prima ordinanza di applicazione di misure cautelari, emessa
il 28 novembre 2014 dal GIP di Roma su richiesta della locale direzione
distrettuale antimafia (doc. 411.1), nei confronti di 37 indagati. A 18 di loro
veniva contestato il delitto di associazione mafiosa la cui peculiarità era
costituita dal fatto che l’organizzazione, avvalendosi dell’interazione del
metodo mafioso con quello corruttivo, era riuscita ad infiltrarsi nel comune di
Roma condizionandone le determinazioni nei settori cruciali
dell’amministrazione. E, di conseguenza, venivano contestati a diversi degli
indagati, come reati satellite della fattispecie associativa, oltre ai delitti
di usura, estorsione, intestazione fittizia di beni ed emissione di fatture per
operazioni inesistenti, anche altri reati contro la pubblica amministrazione,
quali la corruzione e la turbativa d’asta, spesso con l’aggravante dell’articolo
7 del decreto-legge n. 152 del 1991, poiché posti in essere con la finalità di
agevolare l’associazione mafiosa ovvero avvalendosi della forza di
intimidazione tipica di tale sodalizio. Contestualmente si sequestravano, su
richiesta della procura di Roma e con decreto del tribunale per le misure di
prevenzione, beni per un valore complessivo superiore a 220 milioni di euro. A
distanza di qualche mese, le indagini consentivano di delineare ulteriormente
l’operatività di quella associazione criminale con l’individuazione di un altro
sodale non raggiunto dalla misura del 28 novembre 2014, e con la ricostruzione
di altri episodi di corruzione e di turbativa d’asta, alcuni dei quali ancora
aggravati dal citato articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991. Pertanto, il
29 maggio 2015 il GIP di Roma emetteva, per tali altri delitti, una nuova
ordinanza di applicazione di misure cautelari personali (doc. 621.1) a 44
indagati, mentre la sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma
disponeva il sequestro di altri beni per circa 140 milioni di euro (per un
totale complessivo, quindi, di circa 360 milioni di euro). Dalla lettura dei
provvedimenti giudiziari e dalle informative del Raggruppamento operativo
speciale dei Carabinieri - ROS (doc. 635.0-5), l’organizzazione mafiosa
delineata dalle indagini, denominata “mafia capitale” e facente capo proprio a
Massimo Carminati, si presentava come la più alta espressione del cambiamento
della criminalità organizzata che, parallelamente all’evoluzione dei tempi e
alla sempre più complessa realtà economico-finanziaria, aveva affinato i metodi
di penetrazione nella società, diventando particolarmente insidiosa sia per gli
obiettivi perseguiti e conseguiti sia per le modalità di assoggettamento sempre
meno esplicite. Alla violenza esteriorizzata si era, cioè, sostituita la tacita
sopraffazione-collusione imprenditoriale e la permeazione del sistema
burocratico e politico, così da rendere invisibile e inafferrabile l’azione del
sodalizio il quale, in maniera inversamente proporzionale, si era assicurato
ingenti e più facili profitti direttamente dalla res publica. Mafia capitale, dunque, appariva assimilabile alle
mafie tradizionali perché, come queste, si avvaleva della forza di
intimidazione derivante dal vincolo di appartenenza. Per molti altri versi,
invece, l’associazione, definita “originaria”, cioè propria del territorio
romano, e “originale”, cioè dotata di connotazioni particolari, generate dal
combinarsi di fattori criminali, istituzionali, storici e culturali propri
della realtà capitolina, rilevava un profilo differente, nuovo e parimenti
preoccupante. In particolare, mafia capitale rappresentava il punto d’arrivo
della trasformazione di organizzazioni criminali romane (che avevano preso le
mosse dall’eversione nera, anche nei
suoi collegamenti con apparati istituzionali, e che si era evoluta, in alcune
sue componenti, nel fenomeno criminale della banda della Magliana) e, pertanto,
fruiva, ai fini del ricorso al metodo mafioso, di una “accumulazione originaria
criminale”78 rafforzata dal prestigio, altrettanto criminale, del suo
capo, Massimo Carminati. La militanza in movimenti eversivi di estrema destra,
la contiguità con la banda della Magliana, la rete di relazioni intessute con
gli ambienti più diversi, il coinvolgimento in vicende processuali di estrema
gravità (quali il depistaggio per la strage di Bologna, l’omicidio di Mino
Pecorelli, il rinvenimento delle armi nei sotterranei del Ministero della
salute) da cui era stato assolto (riportando la mite condanna solo per il
clamoroso furto al caveau della banca
sita nella cittadella giudiziaria), la storia personale raccontata dai mezzi di
comunicazione che ne evidenziavano la caratura delinquenziale con compiacimento
dello stesso protagonista, avevano consolidato la fama di Massimo Carminati e
accresciuto il mito della sua impunità. Inoltre, mafia capitale si era saputa
dotare di un modello organizzativo compatibile con la realtà romana. Sul piano
strutturale, infatti, aveva inglobato soggetti di diversa provenienza
(delinquenti di strada, imprenditori, pubblici funzionari) destinati ad operare
su due fronti solo formalmente distinti ma strettamente interconnessi in quanto
tutti funzionali, in ultima analisi, all’infiltrazione nella pubblica
amministrazione come settore economico di elezione del sodalizio. Il primo
fronte era quello squisitamente criminale, rivolto alla cura delle tradizionali
attività lucrative dell’usura, delle estorsioni, del recupero crediti, del
traffico di stupefacenti e di armi, governato con metodi violenti, e attraverso
cui si rafforzava il potere economico e di intimidazione dell’associazione e si
manteneva un rapporto paritetico con le altre organizzazioni criminali del
territorio. L’altro fronte era invece quello imprenditoriale/istituzionale,
costituito da una schiera di imprenditori che, cooptati nell’associazione,
sfruttavano l’opportunità di ottenere appalti sicuri, senza doversi confrontare
con la concorrenza. Fronte questo in cui si privilegiava lo strumento della
corruzione rispetto a quello dell’intimidazione, che rimaneva però sullo sfondo
come extrema ratio. L’elemento di
raccordo tra i due fronti era costituito dall’alleanza trasversale tra Massimo
Carminati, proveniente dalle file dell’estrema destra, e Salvatore Buzzi79,
proveniente dall’estremo opposto.
Quest’ultimo, a capo di un importante gruppo di cooperative
con oltre 1.300 soci (in realtà dipendenti), da anni forniva una pluralità di
servizi all’amministrazione comunale nei settori delle pulizie, della
manutenzione del verde pubblico, dei rifiuti e, soprattutto, del sociale, e
già, grazie ai suoi appoggi politici e all’abituale metodica corruttiva, aveva
conquistato ampi margini di fiducia nell’amministrazione comunale. Le cooperative,
le conoscenze, l’esperienza e la “faccia ripulita” di Buzzi, dunque, sommate al
prestigio criminale di Carminati e ai suoi storici legami con esponenti
dell’estrema destra romana divenuti negli anni importanti personaggi politici o
amministratori pubblici, consentivano effetti altrimenti non raggiungibili,
tant’è che il fatturato del gruppo era riuscito a lievitare incredibilmente
nell’arco di soli tre anni. Ma il
risultato più preoccupante era però il c.d. “mondo di mezzo”. Buzzi,
formalmente legittimato, per la sua attività, a confrontarsi con pubblici
funzionari ed esponenti politici, finiva per essere il tramite attraverso cui
il “sovramondo”, costituito da colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni, e
il “sottomondo” di Carminati, costituito da batterie di rapinatori, da
trafficanti di droga e di armi, riuscivano ad incontrarsi nel “mondo di mezzo”. Tale ultima espressione - mondo di
mezzo - che ha dato il nome all’indagine su mafia capitale, era stata
utilizzata proprio da Carminati80 per sintetizzare, appunto, il particolare ambito in cui
agiva il sodalizio, cioè un’area di confine in cui si componevano gli interessi
illeciti dei due mondi solo apparentemente opposti e distanti: “è la teoria del
mondo di mezzo compa’, ci stanno, come si dice, i vivi sopra e i morti sotto e
noi stiamo nel mezzo (...) ci sta un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano
e dici ‘come è possibile..?’ (...) il mondo di mezzo è quello invece dove tutto
si incontra, le persone di un certo tipo, di qualunque cosa, si incontrano
tutti là: (...) nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse
che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno,
e tutto si mischia”. È proprio in questo “mondo di mezzo” che operavano parti
politiche di ogni schieramento perché “la politica è una cosa, gli affari so’
affari!”81 ed è qui che ottenevano l’elargizione di somme di denaro e,
sinallagmaticamente, assoggettavano le pubbliche funzioni al soddisfacimento
degli interessi dell’associazione. L’accoppiata Carminati-Buzzi, favorita dalla
desolante permeabilità del panorama politico amministrativo, aveva pertanto
consentito di veicolare “la forza di intimidazione dell’associazione (..)
all’interno dei meccanismi di funzionamento propri del mondo imprenditoriale e
della pubblica amministrazione, alterando, da un lato, i principi di legalità,
imparzialità e trasparenza nell’azione amministrativa e, dall’altro lato,
quelli della libertà di iniziativa economica e di concorrenza”.82
Ed era riuscita ad accumulare ciò
che gli inquirenti chiamano un “capitale istituzionale”, consistente in un
articolato sistema di relazioni corruttive che coinvolgeva i vertici delle
istituzioni locali, grazie al quale l’organizzazione otteneva, per le imprese
da essa controllate (società cooperative sociali, ditte operanti nel movimento
terra e nello smaltimento dei rifiuti), affidamenti particolarmente redditizi
dal comune di Roma (tra cui quelli relativi all’accoglienza degli stranieri e
dei minori non accompagnati e cioè il settore in cui, secondo Buzzi “si
guadagna più che con la droga”, degli appalti nella raccolta dei rifiuti, della
manutenzione del verde pubblico); si assicurava lo sblocco di fondi destinati
alle proprie cooperative sociali sino ad interferire sulla programmazione del
bilancio di Roma; orientava l’assegnazione dei flussi di immigrati verso le
proprie strutture; condizionava profondamente il contesto politico ed
amministrativo romano, determinando la nomina di personaggi graditi in
posizioni strategiche e, parallelamente, l’allontanamento e la sostituzione da
tali ruoli di quanti non si dimostravano sensibili alle esigenze del sodalizio.
La capacità criminale di mafia capitale e la correlata fragilità della macchina
politico-amministrativa capitolina emergevano ancora più evidenti dalla
circostanza secondo cui l’associazione era riuscita a raggiungere i suoi
obiettivi con entrambe le due ultime giunte capitoline, espressioni di forze
politiche contrapposte, che si erano succedute nel corso dei due anni in cui
erano state espletate le indagini. Questa Commissione, in ossequio all’articolo
1, comma 1, lett. d), e) ed n) della propria legge istitutiva, parallelamente
all’esecuzione della prima ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP di
Roma, avviava un’inchiesta parlamentare sulla vicenda cominciando, già in data
11 dicembre 2014, con l’audizione del procuratore Giuseppe Pignatone e
proseguendo con una lunga serie di approfondimenti che riguardavano non solo le
condotte accertate nell’indagine giudiziaria ma anche e soprattutto le
gravissime conseguenze dell’infiltrazione di associazioni criminali nel
La mafia di
Ostia e le mafie pontine
Ostia
La complessità della criminalità organizzata nel Lazio era
stata ben delineata, già nel corso dell’audizione del 12 febbraio 2014, dal
procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone e dal procuratore
aggiunto, Michele Prestipino Giarritta89. L’applicazione di metodi investigativi sperimentati con
successo in contesti territoriali caratterizzati dallo stabile insediamento
mafioso, come a Reggio Calabria, ha portato a risultati importanti, soprattutto
ad Ostia, dove erano stati registrati sul litorale numerosi episodi di
intimidazione, incendi di esercizi commerciali, danneggiamenti di veicoli,
colpi di arma fuoco contro le serrande di locali e negozi a fronte di una
diffusa omertà ud una bassissima propensione a denunciare gli atti intimidatori
subiti. “Attraverso un paziente lavoro di rivisitazione di precedenti attività
investigative, collegando eventi delittuosi che erano stati affrontati in
un’ottica parcellizzata, e grazie al contributo fornito da vari collaboratori
di giustizia, la DDA di Roma ha delineato l’esistenza di due distinti sodalizi,
qualificati come mafiosi, dediti all’usura, alle estorsioni, al traffico di
armi e di stupefacenti ed alla gestione e al controllo delle attività balneari
di Ostia (operazione “Nuova Alba”). La prima associazione, facente capo alla
famiglia Fasciani, è nata e si è costituita nel territorio del litorale, dove
opera in alleanza con il gruppo degli Spada. L’altra, facente capo ai fratelli
Triassi, costituisce una proiezione, in territorio laziale, della famiglia
mafiosa agrigentina Cuntrera-Caruana”90.Il procuratore
aggiunto Prestipino Giarritta ha specificato che le intimidazioni, la sequela
di incendi e danneggiamenti verificatisi dal 2007 al 2012, erano finalizzate ad
un riposizionamento delle gerarchie criminali ad Ostia ed alla scalata della
famiglia Spada per il controllo delle attività illegali di Ostia ed in tale
contesto era poi maturato il duplice omicidio di Galleoni Giovanni ed Antonini
Francesco, indagini che, come si vedrà, hanno poi portato all’esecuzione, il 25
gennaio 2018, di ordinanze di custodia cautelare (operazione Eclissi) nei
confronti dei componenti il clan Spada. La Commissione ha quindi prestato sin
da subito particolare attenzione all’evoluzione della criminalità organizzata,
anche di stampo mafioso, ad Ostia, acquisendo altresì le sentenze
Il 9 marzo 2016 questa Commissione
audiva ancora una volta la commissione prefettizia guidata da Vulpiani
(accompagnata dall’ing. Prisco, dall’ing. De Luca Tupputi, responsabile
dell’ufficio demanio del X municipio, dall’arch. Esposito, direttore del X
municipio, dalla dott.ssa Daniela Santarelli, dirigente della società “Risorse
per Roma”) anche per verificare se le criticità rappresentate il 9 dicembre
2015 fossero state superate, atteso che lo spaccato emerso dalle audizioni
precedenti aveva evidenziato i limiti dell’autonomia e dei poteri della
commissione straordinaria, e le difficoltà incontrate dai componenti che,
dovendo svolgere contemporaneamente il loro lavoro ordinario, non potevano
dedicarsi a tempo pieno alla gestione di un municipio con problemi complessi e
che, per estensione e popolazione, era più grande di Reggio Calabria (230 mila
abitanti censiti, 150 mila chilometri quadrati di territorio, di cui 14 di
litorale). Il prefetto Vulpiani prospettava una situazione migliorata grazie
all’intenso lavoro svolto per rilevare le criticità e trovare le relative
soluzioni rilevando che era stata riscontrata una stratificazione di illiceità,
di illegalità, di abusi consolidatasi nel tempo e che la commissione, fatta
salva la trasmissione alla procura in presenza di ipotesi di reato, stava
svolgendo il proprio compito, e cioè riqualificare le aree, eliminare gli abusi
edilizi, controllare gli appalti e ricostruire un buon andamento
amministrativo. A segnalare la perdurante gravità della situazione sul litorale
di Ostia vi sono altresì gli esiti dell’attività investigativa svolta dalla
direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma, compendiati
nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, acquisita da questa
Commissione, emessa dal GIP del tribunale di Roma in data 12 aprile 2016 a
carico di dieci indagati riconducibili al clan Spada. Si tratta, in
particolare, di risultanze che si pongono in perfetta continuità con quanto
evidenziato nella sentenza di condanna n. 6846/15 emessa il 20 gennaio 2015 dal
tribunale di Roma nei confronti di Triassi Vito + 18 in cui si era accertata
l’operatività nel territorio di Ostia non solo di un’associazione criminale
riconducibile a cosa nostra (e cioè alla cosca agrigentina Cuntrera-Caruana) ma
anche di un’associazione autoctona di tipo mafioso facente capo alla famiglia
dei Fasciani (a sua volta alleata con il clan Spada). Infatti gli episodi
delittuosi da ultimo emersi (e cioè una serie di estorsioni aggravate dall’articolo
7 del decreto-legge n. 152 del 1991 volte a gestire le assegnazioni delle case
popolari, nonché il grave ed eclatante episodio della gambizzazione di Cardoni
Massimo, cugino di Giovanni Galleoni, detto Baficchio, ucciso ad Ostia il 22
novembre 2011) consentono di affermare, innanzitutto, che la famiglia Spada è
una realtà criminale emergente e attualmente dominante in quel territorio, sia
per lo stato di detenzione dei principali componenti della famiglia Fasciani,
sia per il ridimensionamento, realizzato con azioni di inaudita violenza, del
gruppo criminale Cardoni/Galleoni (conosciuti come i Baficchio con riferimento
al ruolo di vertice rivestito da Giovanni Galleoni), gruppo che, dopo
l’uccisione di appartenenti alla banda della Magliana, aveva preso il loro
posto, in Ostia, nel traffico di droga e nel racket dell’usura e dell’estorsione. Dopo la fine della fase di
commissariamento del municipio e la conclusione delle consultazioni
amministrative del 5 e 19 novembre 2017 – caratterizzate anche dalla nota e
inquietante vicenda dell’aggressione di un giornalista della trasmissione Nemo di RAI Due allorquando questi stava provando a intervistare Roberto
Spada (fratello di Carmine detto Romoletto,
condannato in primo grado per estorsione aggravata ex articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991), sul presunto appoggio elettorale che questi avrebbe
fornito a Casapound – questa Commissione ha ritenuto di svolgere ulteriori
approfondimenti sul territorio lidense e, in data 5 dicembre 2017, nel corso di
una missione a Ostia, ha proceduto all’audizione del prefetto di Roma, dott.ssa
Paola Basilone, accompagnata dal questore di Roma, dott. Guido Marino, dal
comandante provinciale dei Carabinieri, generale di brigata Antonio De Vita,
dal comandante provinciale della Guardia di finanza, generale di brigata Cosimo
Di Gesù e dal capo del centro operativo della DIA di Roma, colonnello Francesco
Gosciu; nello stesso giorno, a Roma, la Commissione ha altresì proceduto ad
audire il dott. Michele Prestipino Giarritta, procuratore della Repubblica
aggiunto di Roma, e la prof.ssa Giuliana Di Pillo, appena eletta presidente del
municipio X di Roma Capitale, accompagnata dal direttore del medesimo
municipio, arch. Cinzia Esposito. Di indubbio rilievo sono apparse le dichiarazioni
del dott. Prestipino Giarritta il quale, nel segnalare come i gruppi criminali
operanti a Ostia (oltre ai noti clan Fasciani, Triassi e Spada, il magistrato
indicava anche alcuni epigoni della banda della Magliana) fossero veri e propri
sodalizi di tipo mafioso, ne illustrava le singolari peculiarità che non erano
costituite solo dalla loro solida strutturazione e organizzazione, dal
controllo, più o meno efficace, di sacche del territorio lidense e dalla commissione di delitti soprattutto in materia di
stupefacenti, usura ed estorsione, ma andavano individuate anche e soprattutto
nella loro capacità di relazionarsi con il mondo politico, amministrativo ed
economico al fine di acquisire il controllo di attività imprenditoriali lecite
dove investire il denaro ricavato dalle loro operazioni criminali e nella loro
elevata capacità di creare consenso tra la cittadinanza, non solo attraverso la
gestione illecita delle occupazioni delle case popolari del comune e dell’ATER
(in alcuni casi anche con materiale e violento sfratto dei precedenti
inquilini), ma anche mediante un sapiente uso della comunicazione. Il dott.
Prestipino Giarritta si soffermava particolarmente su tale ultimo aspetto e,
parlando espressamente di “comunicazione mafiosa”, teneva a ricordare un
episodio, risalente al maggio 2015 e conseguente alla chiusura, disposta
dall’assessore Sabella, della palestra originariamente gestita da Roberto Spada
in locali di proprietà comunale, allorquando, attorno a quello stesso Roberto
Spada – che successivamente, il 7 novembre 2017, si sarebbe poi reso
protagonista della vile aggressione al giornalista di Nemo, consumata, peraltro, proprio all’ingresso della nuova
palestra che questi aveva aperto a pochi metri di distanza dalla prima – si era
creato un fronte molto ampio di consenso popolare reso esplicito da una
manifestazione in piazza, con bambini e genitori, palesemente condivisa, anche
tramite social network e blog, da vari esponenti della cosiddetta
società civile di Ostia e da “protagonisti della politica locale”. Il tema
della disinformazione e della delegittimazione dei soggetti che stavano
provando a riportare legalità nel territorio di Ostia era stato del resto, come
detto, già rappresentato a questa Commissione da numerosi degli auditi tra cui il
comandante Di Maggio e il referente di Libera Marco Genovese i quali avevano
segnalato le cosiddette fake news che
presunte associazioni antimafia radicate sul litorale, taluna delle quali
legate a Casapound, diffondevano a tale evidente scopo attraverso i “social”. Sul fronte delle attività
economiche il dott. Prestipino Giarritta indicava non solo le indagini che
avevano condotto all’individuazione di beni e imprese di effettiva pertinenza
del clan Fasciani, ma anche le numerose emergenze investigative e processuali
che facevano ritenere oltremodo diffuso a Ostia il delitto di fittizia
intestazione di beni di cui all’articolo 12-quinquies
della legge 7 agosto 1992 n. 356, reato spia dell’avvenuto controllo di
attività economiche da parte delle associazioni di tipo mafioso e, a proposito,
dal suo canto, il generale Cosimo Di Gesù, nel corso della sua audizione,
teneva a precisare come, negli ultimi tre anni, ben il 20 per cento di tutti i
sequestri di beni operati nell’intera provincia di Roma avesse riguardato
proprio il territorio di Ostia che è solo un municipio di Roma Capitale. In
relazione ai sequestri eseguiti, il dott. Prestipino Giarritta segnalava
quello, per un valore stimato di 450 milioni di euro, disposto dalla sezione
misure di prevenzione del tribunale di Roma (sia pur per un reato associativo
finalizzato alla commissione di delitti contro il patrimonio e di bancarotta),
operato nei confronti di Mauro Balini, il cosiddetto patron del porto turistico di Ostia, ed esponente di una nutrita
famiglia di imprenditori assegnatari di numerose concessioni balneari ad Ostia.
Com’è chiaramente emerso anche nel corso dei lavori della Commissione, il core business di Ostia è costituito
proprio dalle attività concernenti la gestione del litorale e, in relazione a
siffatto settore, il dott. Prestipino Giarritta teneva a ricordare la vicenda
concernente l’ex direttore del municipio X, Aldo Papalini, che aveva di fatto
“espropriato abusando dei suoi poteri un’attività economica di balneazione” che
avrebbe poi affidato al clan Spada peraltro recandosi “plasticamente” sul lido
accompagnato da uno degli esponenti del clan (e già Marco Genovese di Libera
aveva ricordato le vicende del Faber beach e Faber village, gli innumerevoli
attentati che avevano avuto ad oggetto stabilimenti e attività balneari, così
come l’assessore Sabella aveva segnalato quella dell’Hakuna Matata gestito, per
conto della famiglia Balini, dal narcotrafficante Cleto Di Maria o della
cosiddetta spiaggia delle suore con il chiosco condotto da uno dei Triassi).
Sul fronte delle concessioni balneari, onde rimuovere le obiettive e
diffusissime illegalità che caratterizzano la gestione del litorale e che sono
state ampiamente illustrate da numerosi degli auditi, la Commissione, anche a
seguito dell’audizione del prefetto Basilone e della presidente Di Pillo, ha
preso atto dell’imponente lavoro svolto dal prefetto Vulpiani che ha elaborato
un PUA (Piano di utilizzazione degli arenili) i cui tempi di approvazione,
però, risultano presumibilmente lunghi e vengono stimati, nella migliore delle
ipotesi, in almeno un anno e mezzo e sempre laddove non vi siano i prevedibili
ricorsi e sospensioni della giustizia amministrativa. Pur auspicandosi una
rapida approvazione ed esecuzione del nuovo PUA, non si può, però, non rilevare95 che continuare a mantenere una situazione di sostanziale
illegalità sul litorale romano per ancora parecchi anni e proprio sul fulcro
dell’economia del municipio X, possa finire per vanificare quello stesso lavoro
di risanamento svolto dalla medesima commissione presieduta dal prefetto
Vulpiani in quel territorio, consolidare ulteriormente quel diffuso senso di
impunità che sembra caratterizzare anche molte attività economiche di Ostia e,
comunque, dare ulteriore spazio alla criminalità, anche se non soprattutto di
tipo mafioso, per pianificare e realizzare interferenze nei relativi
procedimenti amministrativi o nel controllo delle connesse iniziative
imprenditoriali. Invero, come ha segnalato il prefetto Basilone e ha confermato
l’arch. Esposito, solo su sette concessioni si sta procedendo per la immediata
decadenza nonostante gli abusi accertati e idonei (almeno ex articolo 47, lett. f), del codice della navigazione) a
determinare il provvedimento ablatorio, sembrano riguardare la quasi totalità
dei 71 stabilimenti attualmente presenti sul litorale romano, per quanto si è
appreso nel corso delle audizioni dello stesso prefetto Vulpiani del 9 dicembre
2015, e dell’assessore Sabella, dell’arch. Esposito e del comandante Di Maggio,
che hanno variamente illustrato i numerosi abusi edilizi accertati, la non
corrispondenza alla realtà di molte planimetrie con conseguente occupazione
abusiva di consistenti tratti di arenile, l’inadempienza agli obblighi imposti
dalle singole concessioni, il mancato rispetto delle normative statali e
regionali in materia di recinzioni e accesso alla battigia, eccetera. Allo
stesso modo questa Commissione deve purtroppo registrare le difficoltà
materiali che il prefetto Basilone e il questore Marino hanno segnalato di
incontrare al fine di intervenire tempestivamente per la regolarizzazione delle
occupazioni degli immobili comunali e dell’ATER, ancorché, come è emerso dalle
indagini della DDA di Roma (brevemente illustrate dal dott. Prestipino
Giarritta durante la sua audizione), queste siano in gran parte gestite dai
clan e dagli Spada in particolare. Dalle audizioni del questore, dei comandanti
provinciali di Carabinieri e Guardia di finanza e del capo centro della Dia,
nonostante il consistente impegno profuso dalle forze di polizia sul territorio
di Ostia e i risultati positivi conseguiti anche dopo alcuni opportuni
avvicendamenti ai vertici locali delle stesse (non può non segnalarsi, per
esempio, come il precedente dirigente del commissariato di pubblica sicurezza
di Ostia sia stato oggetto nel luglio 2016 di provvedimenti cautelari per
corruzione in un contesto in cui sono coinvolte persone legate al clan Spada),
è emersa una situazione inquietante anche sul piano degli attuali rapporti di
forza tra gruppi criminali che avevano trovato, come ha riferito il dott.
Prestipino Giarritta, un primo momento di equilibrio nel 2007, grazie alla
mediazione del noto boss di Afragola Michele Senese, e che si erano
consolidati, dopo il duplice omicidio di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini
del 22 novembre 2011, allorquando il clan Spada, che lavorava “in piena
sinergia criminale con i Fasciani”, aveva praticamente soppiantato gli epigoni
della banda della Magliana nella gestione del traffico di stupefacenti e
assunto il controllo di Nuova Ostia. Il ruolo criminale degli Spada, come si è
già detto, è successivamente salito ancora di livello dopo l’esecuzione delle
varie ordinanze di custodia cautelare in carcere e le condanne che hanno
riguardato gli esponenti di spicco del clan Fasciani, ma i più recenti episodi
verificatisi a Ostia cui hanno fatto cenno sia il generale De Vita sia il
colonnello Gosciu, lasciano propendere per un’attuale
“fluidità” dei rapporti di forza tra i clan, compreso quello dei Triassi che,
negli ultimi anni, sembrava invece essere stato ridotto a una posizione
marginale. L’ultimo sviluppo giudiziario è rappresentato dall’esecuzione, in
data 25 gennaio, dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP
presso il tribunale di Roma (doc. 1719.1) nei confronti di 32 soggetti,
indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio,
estorsione aggravata, detenzione e porto d’armi ed esplosivi, usura, incendio,
danneggiamenti, reati contro la persona, traffico di sostanze stupefacenti ed
intestazione fittizia di beni. In particolare le indagini svolte dalla
direzione distrettuale antimafia della capitale, utilizzando anche
intercettazioni, videoregistrazioni, dichiarazioni di collaboratori di
giustizia, compendiate nell’ordinanza, oltre ad evidenziare le attività
criminali poste in essere dal clan Spada e la sua espansione ad Ostia, hanno
consentito, di individuare in Spada Ottavio l’esecutore materiale e nei
fratelli Carmine e Roberto i mandanti degli omicidi di Galleoni Giovanni e
Antonini Francesco, avvenuti, come si è detto, il 22 novembre 2011, la
struttura operativa del sodalizio mafioso ed il clima di omertà esistente sul
territorio, come confermato dalle ricostruzioni di episodi delittuosi – due
tentati omicidi ai danni di Spada Carmine ad Ostia - mai denunciati. Tra i
destinatari dell’ordinanza vi è Spada Roberto, detenuto, autore
dell’aggressione a testate al giornalista della RAI il 7 novembre 2017. Il GIP
ha altresì disposto il sequestro preventivo di sei ditte esercenti l’attività
di gioco e scommesse, di due forni per la panificazione, ubicati ad Ostia e
Fiumicino, e di una decina di autovetture. Dall’ordinanza si evince altresì
l’alleanza tra gli Spada ed i Fasciani, atteso che i primi hanno contribuito al
sostegno economico del detenuto Carmine Fasciani, ristretto ad Opera (Mi) e
sottoposto al regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario.
Mafie pontine
La provincia di Latina, per la sua posizione geografica
compressa, a nord, fra la provincia di Roma e, a sud, fra le province di Napoli
e Caserta, è stata individuata e eletta, a partire dagli anni Ottanta, come
territorio per il rifugio e la latitanza dagli appartenenti ai clan
camorristici che sfuggivano, nei momenti di maggiore fibrillazione della vita
delle associazioni criminali, alle faide e alle vendette dei rivali e alla
cattura da parte delle forze dell’ordine. Il contesto sociale e la realtà
economica in forte espansione dell’area pontina, la grande attrattiva di investimento
che offriva ed offre la costa e un tessuto produttivo florido hanno favorito un
precoce radicamento delle associazioni criminali non solo campane ma anche
siciliane e calabresi 96. L’interesse delle organizzazioni mafiose si è in
particolare concentrato sulle attività collegate ai due grandi mercati
ortofrutticoli, il mercato ortofrutticolo fondano (MOF) di Latina e il centro
agroalimentare Roma (CAR) di Guidonia, sino alle importanti attività
commerciali del litorale. Più recenti attività giudiziarie hanno documentato
l'interesse dei sodalizi camorristici ad investire negli stabilimenti balneari,
nelle attività ricettive del litorale e nel settore del turismo. L'analisi
delle evidenze investigative sul territorio pontino, alcune delle quali
trasfuse in provvedimenti giudiziari, hanno evidenziato altresì che gli
investimenti si sono concentrati in particolare nel settore delle costruzioni e
nel commercio all'ingrosso nonché quello al dettaglio, in particolare di
autovetture, nell'attività di bar e ristorazione, nel settore delle onoranze
funebri. Sono note le vicende che hanno acclarato il controllo del mercato
ortofrutticolo di Fondi da parte della camorra, prima, e della ‘ndrangheta,
poi, nonché i convergenti interessi di cosa nostra. Nella relazione sulla
'ndrangheta approvata dalla Commissione parlamentare antimafia della XV
legislatura97, approvata il 19 febbraio 2008, la situazione fondana viene
portata ad esempio per la particolare connotazione in cui la ‘ndrangheta si è
venuta evidenziando anche in contesti diversi dal territorio di origine,
registrandosi la sussistenza di vere e proprie joint-venture criminali, consistenti in accordi tra famiglie
calabresi, di volta in volta alleate con cosche siciliane o campane. Allo
stesso modo il procedimento cosiddetto “Damasco 2”, definito con sentenza
definitiva il 4 settembre 2014, ha sancito il radicamento e l’operatività, fin
dagli anni Novanta, a Fondi, sede del secondo mercato ortofrutticolo di Europa,
del clan mafioso Tripodo-Trani, un’associazione che ha assunto “connotati di
mafiosità in considerazione della sua stabile e perdurante operatività con
metodi intimidatori, sin dai primi anni ‘90, in un territorio come quello di
Fondi, in passato estraneo, per collocazione geografica, a vicende di
criminalità organizzata e per questo più fragile ed esposto ad interventi e
forzature esterne che, per il loro carattere infiltrante, hanno assunto con il
tempo sempre maggiore caratura ed efficacia, con la finalità di commettere una
serie indeterminata di delitti (traffico di droga, armi, usura, estorsioni) e
di acquisire il controllo di interi settori di attività economiche anche grazie
all’appoggio di fiancheggiatori esterni”98. L’ingerenza della
criminalità si è estesa anche al tessuto sociale e politico dell’intero
territorio. Come noto, già nell’anno 2005 era intervenuto lo scioglimento, ai
sensi dell’articolo 143 del TUEL, del consiglio comunale di Nettuno99.
Nel 2009, sono note le vicende relative allo scioglimento del comune di Fondi,
poi evitato a seguito delle intervenute dimissioni del sindaco e della giunta
comunale in carica100. Di recente, nel corso delle elezioni amministrative del
2016, un candidato sindaco al comune di Castelforte ha annunciato il suo ritiro
dalla competizione elettorale, in seguito a una lettera minatoria ricevuta; un
candidato sindaco del comune di Minturno era stato verosimilmente il
destinatario di un attentato contro il palazzo ove ha sede il suo studio; colpi
di pistola sono stati esplosi contro la casa di un ex assessore. A gennaio 2017
nel corso dell’indagine “Tiberio” è stata emessa un’ordinanza di custodia
cautelare – poi riformata - nei confronti di 10 indagati, tra cui Armando
Cusani, sindaco di Sperlonga ed ex presidente della provincia di Latina, per i
reati di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta in
relazione ad alcuni appalti pubblici. Per alcuni degli indagati è stato
contestato anche il reato di corruzione. Il sud pontino appare sempre di più
come l’avamposto di una sorta di grande camera di compensazione dei sistemi
criminali. Tra Formia e Sperlonga investiva il re delle ecomafie, l'avvocato
Cipriano Chianese ritenuto dalla DDA di Napoli la mente dei grandi traffici di
rifiuti del cartello dei casalesi. Ingenti somme di denaro sono state
sequestrate in pochi anni a pericolosi clan di camorra, come i Mallardo, gruppo
che puntava alla provincia di Latina per riciclare e investire i proventi delle
proprie attività illecite. Formia è stata definita la Las Vegas del sud
pontino, in ragione dell’elevato numero di sale da gioco. In città risultano
attive 16 sale da gioco, 32 esercizi commerciali in possesso di slot machine e
video poker, con il rapporto all’incirca di una macchinetta ogni 70 abitanti.
L’indagine della procura di Latina, più nota come sistema Formia, giunta alla
fase dibattimentale ha visto all’esito dell’udienza preliminare il rinvio a
giudizio nei confronti di 13 imputati, tra cui politici, amministratori e
imprenditori, accusati a vario titolo di corruzione, concussione, abuso
d’ufficio e falso. Al confine con la provincia di Latina,
assai preoccupante è la situazione nei comuni di Nettuno e Anzio, nella parte
meridionale della provincia di Roma. Le due città, con una presenza demografica
ben superiore ai 100 mila abitanti, due porti, chilometri di spiaggia, in
estate diventano succursale della capitale in termini di soggiorni balneari. Vi
si registra una forte presenza di comunità calabresi. In una sentenza del 2015,
il tribunale di Roma descrive il territorio come una roccaforte attiva da quasi
mezzo secolo, centro logistico del traffico di cocaina, lo snodo che porta alle
piazze della coca dei quartieri est di Roma, quelli delle “Torri”, borgate
difficili dove lo spaccio delle sostanze stupefacenti è una delle poche leggi
che tutti rispettano. La “’ndrangheta capitale” ha la sede principale in questi
territori, tra il grattacielo “Scacciapensieri” e le spiagge confiscate, nelle
strade che portano dal vecchio borgo marinaro di Nettuno alle strade desolate
tra Lavinio, Anzio e Ardea. In questi territori opera in particolare una locale
di ‘ndrangheta riferibile al clan Gallace, originario di Guardavalle in provincia
di Catanzaro101. Il clan Gallace, insediato lì da almeno trent’anni, ha
saputo intessere, negli anni, un reticolo di relazioni con esponenti della
malavita locale sia nelle realtà di Anzio e Nettuno, sia nella realtà di Aprilia,
sia nelle principali piazze di spaccio della capitale come San Basilio. Il più
importante processo contro il clan Gallace, il cosiddetto procedimento Appia,
si è celebrato con enormi difficoltà innanzi al tribunale di Velletri con un
dibattimento, assai lungo, che si è concluso, sette anni dopo l’iniziale rinvio
a giudizio, con pesanti condanne per il delitto di associazione di tipo mafioso
e associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Allo stato
è in corso il processo d’appello; gli imputati sono in libertà ad eccezione di
quelli coinvolti in altri procedimenti penali. La consorteria criminale dei
Gallace è arrivata a condizionare anche l’attività degli enti locali come
attesta lo scioglimento per condizionamento da parte della criminalità
organizzata, del consiglio comunale di Nettuno nel 2005. Il territorio compreso
tra Anzio, Nettuno e Ardea risulta essere caratterizzato dal radicamento del
clan calabrese dei Gallace “per effetto della presenza massiva e ramificata di
numerose famiglie appartenenti al medesimo locale”102. Inoltre numerose indagini delle DDA di Roma, Milano,
Catanzaro e Reggio Calabria hanno attestato l’operatività e la potenza del clan
Gallace negli scenari criminali della Calabria, del Lazio e della Lombardia. A
più riprese sono state segnalate all’attenzione della Commissione le criticità
della situazione di Anzio, in particolare: la posizione di alcuni consiglieri
comunali, tra questi in
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