MAFIA E ANTIMAFIA


La mafia è un fenomeno complesso, alla base di fenomeni storici di antiche origini, che si identifica in un sistema di potere criminale diffuso sul territorio italiano e oltre i confini nazionali, che si diffonde allo scopo di contrastare totalmente il potere statale.                                                                                                                                                                     A partire dai primi anni del 1900, con l’ampliamento della base elettorale, si comincia a parlare di prime infiltrazioni della mafia nel sistema elettorale,  poichè un certo numero di personaggi, collusi con la mafia o mafiosi essi stessi, vengono eletti deputati o senatori.                                                                                                                                                            Oggi la mafia si riflette in una capillare organizzazione che si ramifica nella società, mediante la corruzione e il capitalismo criminale diffuso nelle imprese.                                                                                                   Il fulcro di un processo così articolato risiede nella concezione di mafia come struttura governata da due componenti necessarie: l’omertà passiva e la complicità attiva; si tratta di un sistema basato su un potere di accumulazione, trainato da profitti e da investimenti illegali, che determinano espansione continua e rafforzamento di potere in tutto il territorio nazionale, con l’ausilio di reati strumentali, quali il riciclaggio, l’impiego e il reimpiego di denaro illecito, che ne facilitano la diffusione oltre i confini dello Stato.                                                                                                                                                         La mafia opera e si diffonde in modo silente, comprende lo scambio di favori tra le istituzioni, l’uso di espedienti istituzionali apparentemente legittimi, operando direttamente o con fenomeni a sé stanti, allo scopo di ottenere indebiti vantaggi.                                                                                                                                                                Più in generale, il fenomeno mafioso si afferma con maggiore forza quando una società è in rapida trasformazione ed entrano in crisi i tradizionali equilibri sociali, in quanto in assenza di una classe dirigente, in grado di fronteggiare la conflittualità tra gruppi popolari e alti ceti sociali, opera il sistema dei traffici illeciti e dello scambio di favori, da parte degli stessi soggetti istituzionali, che rendono invisibile la differenza tra il corrotto e il corruttore.                                                                                                                                                           Si può parlare, oggi, di una nuova forma di criminalità organizzata, non soltanto attiva in molteplici campi illegali, ma che tende ad esercitare funzioni di sovranità tramite le istituzioni, imponendo forti pressioni per coloro che denunciano o che sono considerati devianti dal sistema.                                                                                                                                   Più in particolare, nella società odierna, alcuni cercano la protezione mafiosa e altri, invece, si innestano nel processo mafioso attraverso la commissione di propri reati che entrano comunque nel flusso del sistema della criminalità organizzata e ne agevolano la diffusione, ne sono esempi la corruzione necessaria per l’aggiudicazione di appalti, l’abuso d’ufficio commesso dal pubblico ufficiale per favorire l’accesso a privati di pubbliche informazioni, l’evasione fiscale, il riciclaggio e altri, compresi i reati di allarme sociale.                                                                                                                                  Alla fine dei conti, resta il problema di un divario sociale sempre più emergente, in cui non sembra possibile dar spazio ad altre ampie prospettive di legalità, in quanto due sono i fattori importanti: la mancanza di una  logica di interesse orientata alla crescita del Paese e soprattutto un sistema repressivo forte, in grado di denunciare ogni forma di corruzione, anche sotto le forti pressioni morali, sociali ed economiche delle lobbie di potere.                                                                                                                                                                  E’ proprio attraverso il ricorso alle fonti storiche e dalle radici di un processo così amplio che, in questa sede, si analizza un fenomeno particolare, quello di Cosa Nostra in Sicilia, per giungere ad un quadro generale delle mafie in Italia e soprattutto dei reati di cui si nutre questo sistema nell’ottica attuale della società del XXI secolo.

La mafia in Sicilia nel XVII e XVIII secolo: l’inquisizione al tempo della dominazione spagnola, l’ordine dei frati predicatori e i Borboni  

Dal punto di vista storico le origini della mafia sono molto antiche. Di già, all’epoca del Milleseicento e Millesettecento, questo fenomeno inizia a formarsi sotto forma di organizzazione che affianca alle classi popolari nella loro lotta alla miseria e all’ingiustizia imposta dalle classi egemoni, inizialmente imperniata su un forte senso di orgoglio, onore e cavalleria, fino a diventare gradualmente sempre più potente e a prenderne le distanze. Verso la fine del periodo della dominazione spagnola (XVIII secolo), con i “Beati Paoli”, si diffonde una “misteriosa setta di giustizieri” (Correnti, 2001: 334, 332) che si fonda sulla difesa degli interessi del popolo contro la repressione dei baroni e dell’Inquisizione.             Le origini delle inquisizioni nascono nel 1215 quando, sulla scia del concilio lateranense, Federico II promulga i provvedimenti per frenare i movimenti ereticali. Diverse sono le testimonianze in merito alle origini dell’officio inquisitoriale nell’isola e al suo sviluppo. Secondo l’inquisitore spagnolo Luis de Paramo l’avvio dell’Inquisizione pontificia nell’isola risale al 1309, mentre nel 1468 nasce il tribunale di fede in Castiglia poi esteso a tutti i regni e domini di Isabella e Ferdinando, fra cui la Sicilia. La storia istituzionale dell’Inquisizione siciliana può essere divida in una fase fridericiana (1224-1250), una fase medievale (1250-1500), una spagn0la (1500-1734) che passa attraverso la dominazione dei Savoia (1713-1720) e di Carlo d’Austria (1720-1734) e, in ultimo, quella del tribunale auton0mo (1734-1782).

L’inquisizione in Sicilia al tempo di Federico II (1215-1250)

La normativa fridericiana in tema di eresia è contenuta nella Constitutio in Basilica Beati Petrii, l’insieme di leggi emanato il 22 novembre 1220 presso la basilica di San Pietro a Roma, in occasione dell’incoronazione imperiale di Federico da parte di Onorio III.                         La Constitutio contiene le disposizioni destinate a essere estese in tutto l’impero: la prima è quella secondo cui l’eresia va equiparata al crimen laesae maiestatis, l’istituto di diritto romano che punisce quanti oltraggiano l’ordine costituito e i suoi rappresentanti. L’equiparazione tra eresia e lesa maestà non è nuova per le monarchie d’Europa, poiché già prevista nella legislazione di Alfonso II d’Aragona nel 1192 e in quella di Pietro III nel 1197. Nel caso aragonese, però, si tratta di una lesa maestà civile punita con l’infamia, con l’esclusione dai pubblici uffici, dall’avvocatura e dalla milizia, e con una serie di limitazioni della capacità giuridica (incapacità di concludere un contratto o di esercitare un negozio). Nel 1199, invece, con la bolla Vergentis, Innocenzo III definisce l’eresia come crimen leaesae maiestatis aeternae in quanto lesiva di una maestà superiore a quella temporale difesa delle leggi civili e, pertanto, da punire più severamente. Federico II fa propria la concezione innocenziana di eresia e, nel marzo 1224, di fronte al dilagare dei patareni in Lombardia, non esita a promulgare la prima Costituzione che punisce gli eretici con la pena della morte sul rogo (flammis pereat) e per i casi minori di eresia, Federico prevede l’amputazione della lingua (eum linguae plectro deprivent). La misura adottata nei confronti degli eretici lombardi viene recepita nel 1235 dalle Constitutiones Regni Siciliae, dove si dispone che gli eretici debbano essere rilasciati vivi al giudizio delle fiamme e di fronte al popolo (ut vivi cospectu populi comburantur, flammarum commissi juicio). Dall’equiparazione tra eresia e lesa maestà derica il provvedimento secondo cui gli eretici vengono puniti con l’infamia e con la confisca dei beni. La normativa fridericiana in tema di eresia prevede anche la punizione dei complici degli eretici e delle autorità secolari inadempienti o negligenti nel difendere l’ortodossia. Per quanto riguarda l’istruzione della causa di fede bisogna mettere in evidenza una differenza tra il Regnum Siciliae e le parti continentali dell’impero di Federico II.                                                                                                     In Sicilia l’avvio del processo di fede avviene ex officio inquisitionis da parte di ufficiali regi, lasciando ai giudici ecclesiastici la competenza di formulare un giudizio legato esclusivamente all’errore di fede. Una volta avviata l’inquisitio,  gli ufficiali chiedono l’intervento dei giudici ecclesiastici i quali, accertata l’eventuale colpevolezza, lasciano nuovamente il campo all’autorità secolare. Se, dunque, nel resto dei regni e domini europei, l’inquisitio è di competenza dei vescovi o dei nuovi ordini religiosi, nel Regnum spetta a ufficiali regi. Nel 1233 il sistema viene in parte modificato e la ricerca degli eretici viene affidata congiuntamente a un ufficiale regio e un prelato, ma l’istruzione della causa rimane di competenza di un delegato del sovrano assistito da due vescovi e il processo viene poi sottoposto alla Curia regia. Così, in Sicilia, il crimen haeresis è competenza del re e della sua corte di giustizia, mentre in Europa, le cose stanno diversamente.                                     Negli stessi anni, infatti, Gregorio IX affida agli Ordini dei frati predicatori il compito di combattere l’eresia, incaricando i priori delle principali province d’Europa come Inquisitores hereticae pravitatis. Per assumere il monopolio dell’inquisizione in Sicilia, l’Ordine dei domenicani dovrà aspettare la morte di Federico II nel 1250. Non a caso, il primo inquisitore di Sicilia è nominato nel 1252 ed è Bartolomeo Varello, domenicano di Lentini. Nei secoli successivi, l’Inquisizione è esercitata dagli Ordini religiosi, così come nelle altre parti d’Europa, seppur con qualche differenza.

L’inquisizione medievale (XIII-XV secolo)

Dopo la fase fridericiana, a partire dal XII secolo l’Inquisizione di Sicilia è esercitata dall’Ordine dei frati predicatori. Diverse fonti riportano l’elenco degli inquisitori che si alternarono nell’esercizio del Santo Officio nell’isola. Dal 1252 al 1500, anno in cui viene ufficialmente introdotta la nuova inquisizione spagnola, si contano in Sicilia cinquantadue inquisitori tra vicari, sostituti e subdelegati. Sono tutti siciliani tranne il calabrese Domenico di Ferrario, inquisitore di Sicilia nel 1335 e appartengono all’Ordine di san Domenico, salvo i francescani Guglielmo di Marcello (1304) e Giovanni Giacomo di Spelle (1347). Mentre alcuni hanno il titolo di inquisitori generali del regno, altri hanno giurisdizione solo su alcune città o su uno dei tre valli in cui è divisa l’isola. Domenico dello Pardo e Leonardo di Napoli sono invece Inquisitores citra et ultra pharum, cioè sull’isola e sulla parte continentale del regno. Altri invece sono inviati dalla Santa sede per risolvere specifiche questioni: nel 1309 Clemente V invia Guglielmo di Marcello per perseguire i Templari di Sicilia, mentre nel 1369 Urbano V invia Simone del Pozzo per controllarvi il numero di sinagoghe.  Nei percorsi individuali dei singoli inquisitori emerge con chiarezza lo stretto legame tra l’incarico inquisitoriale e la normina a vescovo (esempio Bartolomeo Varello inquisitore nel 1252 e vescovo di Patti nel 1282). A partire dai primi anni del XV secolo, gli inquisitori sono nominati da re. I re aragonesi, infatti, fanno largo riferimento alla Legazia Apostolica di Sicilia che permette loro di esercitare una serie di prerogative circa sacra. Uno dei documenti più interessanti sull’attività e funzionamento dell’Inquisizione in Sicilia è il c.d. “privilegio di Federico”, un atto emesso da Federico II nel 1224 e recuperato dall’inquisitore Enrico Lugardi nel 1450. L’autenticità del documento è sospetta, ma autentico o meno il privilegio viene confermato da re Alfonso nel 1451 e fissa alcuni punti f0ndamentali dello svolgimento dell’attività inquisitoriale in Sicilia: la tipologia di reati da perseguire non si limita ai casi di eresia tout court, ma si estende a tutte le forme di comportamento che offendono la morale cristiana, come ad esempio la condotta sessuale; il gettito derivante dalla vendita dei beni confiscati viene tripartito tra la corte regia, la sede apostolica e gli inquisitori stessi; la pena da applicare ai condannati per eresia è il rogo al cospetto della comunità; un finanziamento annuale all’attività inquisitoriale da parte delle comunità ebraiche dell’isola. Secondo questi principi pare venga esercitato l’ufficio dell’inquisizione nell’isola, almeno fino all’arrivo al trono di Ferdinando di Aragona e la fondazione del tribunale distrettuale dell’Inquisizione spagnola.

Il distretto inquisitoriale spagnolo di Sicilia (1500-1738)

Il 24 marzo 1486, Innocenzo VIII, con un unico atto valido per la Castiglia e l’Aragona, nomina Tomas de Torquemada inquisitore generale in tutti i domini di Ferdinando e Isabella, compresa la Sicilia. Nel 1487, a sua volta, Torquemada nomina Antonio de la Pena, frate dell’Ordine dei predicatori, come inquisitore di Sicilia. In quest’anno, infatti, si colloca tradizionalmente l’introduzione dell’Inquisizione spagn0la nell’isola. Tuttavia, La Pena si ferma a Palermo poco meno di un anno e lascia l’esercizio dell’officio a Giacomo Manso, frate domenicano della vecchia inquisizione. Un secondo tentativo viene fatto nel 1497, quando Ferdinando d’Aragona affida all’aragonese Sancho Marin, allora inquisitore in Sardegna, il compito di fondare l’inquisizione in Sicilia secondo le nuove norme spagnole. Ma Sancho  Marin decede poco dopo l’arrivo a Palermo senza avere il tempo di dare avvio al suo incarico. Intanto, i frati della vecchia inquisizione continuano a vantare un titolo legittimo. Del resto, in Sicilia non aveva avuto effetto la bolla del 6 febbraio 1486 con la quale Innocenzo VIII aboliva l’antica inquisizione aragonese per lasciare il posto ai nuovo inquisitori di Ferdinando. L’8 novembre 1500, i neo inquisitori Rinaldo Montoro e Giovanni Sgalambro decretano l’abolizione della vecchia inquisizione siciliana e l’avvio ufficiale del nuovo tribunale distrettuale di Sicilia. Solo a partire dal 1500, dunque, può dirsi inaugurato il tribunale distrettuale dell’Inquisizione spagnola di Sicilia.

La sede

La sede del nuovo tribunale viene fissata a Palermo, la capitale del regno, ma ben presto viene allestita una succursale a Messina, la seconda città dell’isola per importanza economica e politica. Nel 1500, Ferdinando d’Aragona ordina espressamente al vicerè Giovanni La Nuca di provvedere affinchè i due nuovi inquisitori Montoro e Sgalambro godano di una sede idonea all’importanza del loro incarico e abbastanza grande da ospitare gli uffici e le carceri. E’ importante, infatti, secondo il re, che gli ufficiali del tribunale lavorino tutti in un unico edificio. La casa di Juan Chilestro (vecchio incisore regio) fu la prima sede del Tribunale in Sicilia. Ma dalle carte contabili dell’Archivio di Stato di Palermo risulta che nei primi anni di attività del tribunale distrettuale, gli inquisitori si istallano al Castillo de san Pedro del palacio real, una delle antiche fortificazioni della cinta muraria della città di Palermo strettamente involucrata nel complesso monumentale del Palazzo reale, mentre il personale burocratico alloggia presso la casa di tale Juan Batista De Rosa, la cui struttura è più adatta a contenere gli uffici e le carceri. Per garantire il corretto funzionamento del tribunale nel 1512 Ferdinando ordina al nuovo vicerè, il duca di Monteleone, di far spostare l’intero personale del tribunale nel Castillo de san Pedro del palacio real. Nel 1553, l’Inquisizione trasloca al Castillo a mare, la fortezza situata all’ingresso della Cala, il porto di Palermo. Dopo poco tempo l’inquisitore Bartolomeo Sebastian comincia a lamentarsi con il re della scomodità della nuova sede: le carceri non sono a norma e sono insufficienti. Di fronte al rifiuto del vicerè, l’Inquisizione cerca un’altra sede e, nel 1556, si istalla presso il palazzo Marchese, situato nel centro di Palermo. Dopo pochi anni però, il palazzo viene affidato ai Gesuiti e gli inquisitori sono costretti a tornare al Castello a mare. Nel 1589 un incendio danneggia parte della fortezza, costringendo gli inquisitori a trasferirsi nel palazzo Aiutamicristo, nell’antico quartiere arabo della Kalsa e poi il ritorno al Castello a mare abbandonato nel 1593. A partire dal 1601, gli inquisitori e il loro seguito si trasferiscono a palazzo Chiaramonte detto Hoster, Steri, uno dei palazzi più antichi e prestigiosi della città, e vi restano fino al 1782, anno dell’abolizione del tribunale.

La struttura

La struttura del tribunale segue il modello delle Instrucciones emesse dall’Inquisitore generale e valido per tutti i distretti spagnoli. Al vertice dell’organigramma inquisitoriale si collocano l’inquisitore, l’alguacil e receptor. Le tre figure sono a capo dei tre settori fondamentali del tribunale distrettuale: l’inquisitore è a capo dell’attività giudiziaria; l’alguacil è a capo della polizia del Santo Ufficio e ha il compito di catturare gli eretici, perseguirli e consegnarli al carcelero, il custode delle carceri; il receptor è a capo dell’attività amministrativa e finanziaria si occupa dei beni sequestrati e dell’erogazione dei salari all’intero personale e, inoltre, può svolgere le funzioni di juez de los bienes confiscados nelle cause civili che riguardano i beni dei detenuti. Nella gerarchia inquisitoriale seguono il promotor fiscalis che si occupa del capo d’accusa e dell’avvio del processo e un secondo fiscale, o abogado, incaricato della difesa del reo (che non può presenziare agli interrogatori e non può condurre un colloquio privato con il detenuto). Vi sono poi: il notaio de los sequestros e il notaio del secreto. Le due figure lavorano in due settori diversi della struttura inquisitoriale. Il notaio del segreto lavora in stretta collaborazione con gli inquisitori, assiste alle udienze, verbalizza le deposizioni dei testimoni, presenzia alla somministrazione della tortura e alla confessione del reo. Inoltre, conserva le chiavi della stanza che contiene la documentazione del tribunale. Il notaio de los secuestros (o anche secretario o scrivano), invece, lavora in stretta collaborazione con il receptor e con l’alguacil, poiché si occupa della registrazione dei beni sequestrati al momento della cattura e della loro quantificazione economica. Nei documenti si parla di oficiales solo in riferimento al personale salariato del tribunale. I familiares e quanti altri eseguono commissioni e lavori per conto del Santo Ufficio non sono considerati ufficiali (informatori, soldati, guardie, criados, medici, barbieri, bande armate commissari ecc.).

I familiares

I familiares non sono ufficiali dell’Inquisizione, ma collaboratori esterni, confidenti, informatori, affiliati. Ne fanno parte uomini, donne, laici, ecclesiastici, priori, badesse, medici, speziali, rappresentanti di arti e mestieri. I loro compiti sono molteplici: svolgono servizi di informazione, di polizia segreta, di vigilanza e controllo del territorio. In cambio, il tribunale offre loro protezione giuridica e una serie di benefici e privilegi: indulgenze, un foro speciale, favori per le nomine pubbliche e politiche. Tramite la familiatura l’Inquisizione penetra negli ambienti nobiliari e popolari, assicurandosi così un corpo di affiliati non retribuiti a servizio del tribunale. In Sicilia, la famiglia dell’Inquisizione aumenta rapidamente a partire dalla seconda metà del Cinquecento: nel 1561, si contano 288 ufficiali e 251 familiari distribuiti in 126 stazioni di servizio o commissariati. Nel 1577, il numero dei familiari ammonta a 1572 in 173 centri abitati, ovvero il 96% del territorio. Negli stessi anni, i familiares si organizzano in confraternite come la compagnia della Vergine dell’Assunzione, la Compagnia di San Pietro e quella di Santa Maria della Consolazione o della Pace. La familiatura è un gruppo organizzato che raccoglie tra le sue fila gli esponenti dell’alta nobiltà siciliana.

La procedura

Le norme procedurali in uso presso il tribunale di Sicilia sono quelle stabilite nei manuali inquisitoriali e nelle Instrucciones e valide per tutti i distretti territoriali dell’Inquisizione spagnola. L’attività giudiziaria si inaugura con il sermone di fede pronunciato di fronte al popolo e ai rappresentanti delle istituzioni e contenente l’elenco dei comportamenti ritenuti eretici da segnalare obbligatoriamente al tribunale. Segue la pubblicazione dell’editto di grazia con il quale gli inquisitori accordano la riconciliazione a tutti coloro i quali si presentano spontaneamente entro quindici giorni per confessare le proprie colpe. Al di fuori del tempo di grazia, si finisce nel mirino degli inquisitori in due modi: o per delazione (con denunzia segreta all’inquisitore da parte di delatore) o perché corre fama e voce pubblica che giunge alle orecchie dell’inquisitore. Giunta la segnalazione, comincia la fase informativa del processo, volta a raccogliere informazioni sui sospettati di eresia. Il promotore fiscale chiede mediante atto scritto di emettere un mandato d’arresto. In Sicilia, come negli altri tribunali distrettuali della Corona, l’intera procedura inquisitoriale si basa sul segreto. L’imputato viene catturato e rinchiuso nelle carceri senza sapere da chi e perché è stato accusato. La cattura è compito dell’alguacil, ma è necessaria la presenza del receptor e del notaio per il sequestro dei beni che serviranno alle spese di mantenimento in carcere. L’alguacil conduce l’imputato presso le carceri segrete, dove viene rinchiuso in assoluto isolamento fino al primo interrogatorio. Esso avviene in un’apposita stanza, la camera del segreto, alla presenza dell’inquisitore e del notaio del segreto addetto alla trascrizione delle domande e delle risposte. Gli inquisitori interrogano il preso (detenuto) con una scaletta di domande predisposta nei manuali e nelle Instrucciones volta a ottenere la confessio che costituisce la prova plena del delitto. Se l’imputato non confessa, gli viene somministrata la tortura, le cui modalità di applicazione sono contenute nella bolla Ad extirpanda di papa Innocenzo IV del 1252 e in vari manuali di epoca medievale e moderna. Nel caso di eresia, la tortura è applicabile a tutti, ad eccezione di donne incinte, vecchi e bambini per i quali sono previste pene corporali più lievi. L’Inquisizione spagnola adotta diversi tipi di tortura compresi i carboni ardenti o lo stiramento. Ma in Sicilia si pratica usualmente quella dei “tratti di corda”: l’inquisito viene legato con le mani dietro la schiena e sollevato più volta in aria con un sistema di carrucole e poi fatto cadere di colpo, senza fargli toccare il pavimento. Secondo i manuali, la tortura può essere somministrata al massimo tre volte a seduta, per non più di trenta minuti. Il processo inquisitoriale si chiude con tre tipi di sentenza: l’assoluzione, la riconciliazione in grembo alla chiesa e il rilascio al braccio secolare per l’esecuzione della pena capitale. Se il delitto è di natura lieve, il tribunale si riunisce in seduta ristretta, con gli inquisitori e un rappresentante del vescovo, ma per i capi d’accusa più gravi, quali l’apostasia (o ripudio totale del credo), è necessario riunire un collegio giudicante allargato in cui sono presenti gli inquisitori, il vescovo, i consultores (giuristi specializzati nelle materie trattare nel processo in atto) e i qualificatori (teologi esperti nella valutazione teologica del delitto in questione). A partire dalla fine del ‘500, quando vengono stese le Concordie che stabiliscono le norme per dirimere i conflitti giurisdizionali tra l’inquisizione e la giustizia laica, all’organo giudicante si affiancano anche altre figure come il giudice della Gran Corte, l’avvocato fiscale del Real patrimonio o il giudice dei beni confiscati. Se l’intera procedura è basata sulla regola del segreto, le sentenze sono spesso pubbliche, poiché servono da lectio alla comunità. La lettura della sentenza avviene durante l’autodafè, la cerimonia conclusiva della procedura inquisitoriale a cui partecipa il popolo, i nobili e i rappresentanti delle istituzioni siciliane.       

L’amministrazione finanziaria

Il bilancio dell’Inquisizione si articola in una voce in entrata (introitus o pecunie recepte) e in due voci di uscita: gastos ordinarios e gastos extraordinarios. Le prime sono costituite dai salari del personale ufficiale dell’Inquisizione, mentre le seconde possono essere di vario genere e natura: riparazioni e lavori di manutenzione (reparos de cosas y obras), alimentazione dei detenuti (los mantenimientos de presos), spese di mantenimento di beni confiscati quali terreni e palazzi (latore de heredades confiscadas) o spese per la corrispondenza d’ufficio (pagar correos de lettras por cosas de oficio). Tutte le spese sono riportate con i rispettivi mandati di pagamento all’interno dei registri dei conti del ricevitore e presentate alla Magna Curia dei Maestri razionali, il supremo organo di controllo e di giurisdizione in materia finanziaria, con compiti consultivi e di registrazione. Il controllo dei maestri razionali sui conti del Santo Uffizio non è solo di tipo contabile, ma anche di legittimità poiché alla revisione strettamente contabile deve seguire l’accertamento sulla conformità delle spese effettuate alle istruzioni impartite dal re, il quale invia al Maestro razionale le indicazioni sull’ammissibilità delle spese. La Magna regia Curia dei Maestri razionali diventa la struttura centralizzata di controllo contabile di tutti i conti degli ufficiali che maneggiano il denaro pubblico del regno, compresi gli ufficiali dell’Inquisizione. 

I conflitti giurisdizionali

L’introduzione del tribunale spagnolo provoca fin dalla sua istituzione le resistenze del Parlamento di Sicilia il quale, in quanto garante dei privilegi del Regno, si oppone all’esercizio dell’attività giudiziaria di ministri e ufficiali spagnoli. Secondo le leggi del regno, infatti, i siciliani non possono essere giudicati da giudici stranieri. Tuttavia, nonostante l’azione congiunta di giuristi, autorità e popolo, l’Inquisizione riesce a radicarsi a fondo nel tessuto sociale e giuridico siciliano grazie alla strutturazione della familiatura che inizia ad attrarre tra le sue fila gli esponenti della nobiltà parlamentare. Nella seconda metà del Cinquecento, di fronte alla necessità di combattere il banditismo nell’isola, la politica viceregia prevede l’applicazione del procedimento ex abrupto, ovvero la carcerazione e l’uso della tortura anche in mancanza di prove. Date le strette connessioni tra baronaggio e banditismo, molti nobili finiscono nel mirino della giustizia vicereale e subiscono la procedura ex abrupto (Pomara, 2011). Ma per aggirare il problema, la nobiltà siciliana trova presto un escamotage: entrare nelle fila della familiatura inquisitoriale per godere del foro privilegiato (V. Sciuti Russi, 2007: 289). Ciò gli permette di usufruire della protezione giuridica del tribunale spagnolo, sfuggendo alla giustizia ordinaria. All’Inquisizione fa comodo avere affiliati nei ranghi della nobiltà siciliana perché questo le permette di insinuarsi nel braccio più potente del Parlamento, quello baronale. Cosa non gradita ai viceré che vedono nel blocco baroni-inquisizione il maggior ostacolo alla politica viceregia.
Da un punto di vista istituzionale, il conflitto tra Inquisizione e viceré è inevitabile: il viceré in Sicilia è l’alter ego del re di Spagna, a capo dell’intera amministrazione regia e della disciplina ecclesiastica (dato che esercita il legato apostolico per conto del re di Spagna). Gli inquisitori, dunque, avrebbero dovuto essere alle sue dipendenze, sia come funzionari regi, sia come giudici di fede (Renda, 1997: 23). Tuttavia, il loro potere è autonomo e la loro gestione è interamente esterna al governo dell’isola.
De Vega (viceré di Sicilia dal 1547 al 1557) denuncia con forza l’eccessivo numero di familiares nell’isola e la quantità di crimini rimasti impuntiti, arriva persino a ordinare l’arresto dell’inquisitore Bartolomé Sebastián per reati commessi contro il fisco, ma l’episodio suscita talmente tanto scandalo che il sovrano è costretto ad allontanare il viceré dall’isola.
Le tensioni si riaccendono nel 1577, quando giungono in Sicilia il nuovo inquisitore Diego de Haedo e il nuovo viceré Marco Antonio Colonna. I due danno vita a uno conflitto di proporzioni talmente rilevanti da richiedere la stesura di una prima Concordia (1580) che disciplini i rapporti fra le due istituzioni. Il testo, stilato da una commissione incaricata dal sovrano, ribadisce il rispetto dovuto dalle autorità al tribunale e il diritto degli inquisitori di occuparsi delle cause in cui sono coinvolti i familiari del Santo Uffizio. Ma nel 1597 è necessaria una seconda Concordia per frenare l’ingresso dei nobili titolati con seggio in Parlamento nella familiatura, riproposta poi, con poche modifiche, nel 1636. L’intromissione dell’Inquisizione nella vita politica e sociale del regno di Sicilia e il conflitto giurisdizionale che ne deriva, rivela la prevalente funzione politica del tribunale il quale, radicandosi nel tessuto sociale, incorporando nella sua struttura i nobili e partecipando attivamente alla dialettica politica istituzionale si converte in uno strumento di controllo politico della monarchia.

Gli inquisiti

Gli inquisiti del tribunale dell’Inquisizione di Sicilia ammontano a 7.161 persone. Un numero abbastanza alto se si considera che il tribunale persegue reati di fede e non crimini comuni. La tipologia degli inquisiti del tribunale siciliano è composta da 2.110 inquisiti per giudaismo, 1.040 per apostasia e maomettanismo, 921 per magia e stregoneria, 598 per proposizioni ereticali, 580 per bestemmia, 499 per protestantesimo, 485 per bigamia, 356 per oltraggio al Sant’Uffizio, 206 per atti sacrileghi, 188 per sollecitatio ad turpia, 107 per eresia, 13 per sodomia e altri 63 inquisiti per delitti non identificati.

I giudaizzanti

Il contingente maggiore è costituito dai giudaizzanti: 2.110 persone inquisite di cui 2.080 nei soli anni 1501-1530. Un dato che smentisce William Monter il quale, al contrario, aveva sostenuto che, durante la prima decade del XVI secolo, l’Inquisizione in Sicilia funzionasse con «molta prudenza», occupandosi quasi esclusivamente di renegados cristianos, cioè cristiani che abbandonano la fede cattolica per l’Islam. Ma in quegli anni, gli inquisiti per apostasia e conversione all’Islam ammontano solo a 37, mentre l’attenzione del tribunale è interamente rivolta ai giudaizzanti, o conversos.
A differenza del caso spagnolo dove la politica antiebraica aveva provocato un aumento esponenziale delle conversioni già nei primi anni del XV secolo, nell’isola non viene attuata una politica sistematica contro le comunità ebraiche, per cui non si presenta alcun fenomeno di conversioni di massa e gli ebrei siciliani iniziano a convertirsi soltanto dopo la pubblicazione dell’editto di espulsione del 1492.

I rinnegati

William Monter sostiene a torto che nei primi anni di attività il tribunale spagnolo in Sicilia persegue quasi esclusivamente cristianos renegados. Però, è pur vero che i rinnegati costituiscono la seconda categoria di persone più perseguite dall’Inquisizione: 1.040 in totale, di cui 982 tra il 1550 e il 1700. In quegli anni, l’Inquisizione siciliana costituisce senza dubbio l’avamposto della lotta contro gli infedeli e persegue con particolare attenzione gli apostati, “i cristiani di Allah”. Ecco perché le fonti inquisitoriali siciliane abbondano di rinnegati provenienti da varie parti d’Europa. In Sicilia i rinnegati subiscono le pene più dure. Tuttavia, l’atteggiamento dell’Inquisizione siciliana nei confronti dei rinnegati è da leggere in relazione al cambiamento della situazione politica della seconda metà del Cinquecento. Inizialmente, la procedura inquisitoriale in materia di apostasia prevedeva la sentenza di riconciliazione, ovvero la riammissione in seno alla Chiesa con le limitazioni che essa comporta (il riconciliato, infatti, non può esercitare una professione, né un’attività commerciale, non può concludere un contratto, non può adire in giudizio, né chiedere la restituzione di un prestito). Una morte civile particolarmente temuta che scoraggia quanti, convertitisi all’Islam per sfuggire alla schiavitù e fortunosamente tornati in terra cristiana, vorrebbero presentarsi al Santo Ufficio per confessare le proprie colpe. L’Inquisizione si mostra misericordiosa solo nei casi in cui l’abiura è dovuta a un reale ed imminente pericolo di vita in forza del precetto prima caritas in suis. Pertanto, molti rinnegati, durante l’interrogatorio, sostengono di essere stati costretti alla conversione con minacce o percosse. La politica nei confronti dei rinnegati cambia in vista della battaglia di Lepanto (1571). Mentre si organizzano le flotte della Lega santa, il Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione di Madrid invia una circolare a tutti i tribunali distrettuali in cui si prevede l’assoluzione ad cautelam con abiura de levi per i rinnegati che si presentano spontaneamente di fronte il Sant’Uffizio. Un trattamento decisamente più clemente che incentiva l’autodenuncia e favorisce il ritorno in patria di tutti quelli che per paura dell’Inquisizione erano rimasti a lavorare a servizio delle navi barbaresche, costituendo forza lavoro. Una politica, dunque, che mira a privare le forze nemiche del contributo sostanziale offerto dai rinnegati.

Gli inquisiti per magia e stregoneria

La terza categoria di persone che il tribunale di Sicilia persegue con particolare cura è costituita dai 921 processati di magia e stregoneria. Maria Sofia Messana, nel suo libro Inquisitori, negromanti e streghe nella Sicilia moderna 1500-1782 conduce un’analisi dei processi inquisitoriali per magia e stregoneria del tribunale di Sicilia, descrivendo le pratiche che il tribunale reprimeva. Si tratta di pratiche diffuse in tutte Europa, ma in Sicilia in particolare. Fra gli inquisiti per magia e stregoneria si trovano negromanti, chiromanti, esperti di magie ad amoremad odiumad mortem, esperti nella ricerca di tesori nascosti, nella lettura del futuro o nel togliere il malocchio. Fra essi si distingue una componente maschile, dedita alla magia colta, come la negromanzia (l’arte di interrogare i demoni), la chiromanzia (l’arte di leggere la mano) o la divinazione (l’arte di interrogare forze sovrannaturali per ottenere informazioni inaccessibili all’uomo, come il futuro). Le donne invece, sono per lo più guaritrici che conoscono le proprietà medicinali delle piante, la loro manipolazione e i loro effetti sulla salute delle persone. La loro professionalità si basa su un bagaglio di conoscenze trasmesse per lo più oralmente di generazione in generazione. La parte più cospicua di questa tipologia di inquisiti è costituita dai “operatori terapeutici”, ovvero guaritori e guaritrici con conoscenze antiche legate al mondo della medicina e della magia naturale che usano elementi della liturgia come l’ostia o l’acqua battesimale. Queste pratiche, non rientrando fra quelle ufficiali della medicina nè della Chiesa, sono inevitabilmente catalogate come eretiche.
Esemplari i casi di tre medici siciliani: Tarantino Di Costanzo, Geronimo Reytano e Joan Vincente Landolina che ricorrono a pratiche magiche per la cura dei loro pazienti. Fra i tanti operatori magici e terapeutici che finiscono nelle mani del Santo Ufficio siciliano, un posto speciale occupano le cosiddette donna di fora, un po’ streghe, un po’ guaritrici e un po’ fate che appartengono all’immaginario collettivo della più antica cultura folklorica dell’isola. Ma esistono anche degli uomini di fora, guaritori o fattucchieri che compongono amuleti e pozioni magiche. I più famosi testi di demonologia concordano nell’attribuire alle donne il lato più perverso e eretico delle arti magiche per via della loro accentuata sensibilità ed emotività che le rende le maggiori conduttrici delle forze occulte come previsto in uno dei manuali più noti e più usati dagli inquisitori, il Malleus Maleficarum. Tuttavia, dai dati statistici rilevati dalle fonti inquisitoriali, risulta che le percentuali di uomini e donne che si dedicano alla magia si equivalgono, o perlomeno si collocano su valori vicini. Tra i 921 inquisiti per stregoneria si contano 427 uomini e 494 donne.

Da Vittorio Amedeo II di Savoia a Carlo VI d’Austria (1713-1734)

Nel 1713 con la pace di Utrecht, la Sicilia cessa di essere dominio spagnolo e viene assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia, ma il cambiamento politico non influenza l’attività del tribunale che, per via di un accordo diplomatico tra Vittorio Amedeo e Filippo V di Spagna, continua a operare sotto le direttive del Consiglio della Suprema di Madrid.
Nel 1720 i Savoia cedono la Sicilia a Carlo VI, imperatore d’Austria, il quale, al contrario, decide di rompere il legame del tribunale siciliano con Madrid, affidandone la direzione a un Inquisitore generale a Vienna. Nel corso dei quindici anni di dominazione austriaca vengono inquisite 67 persone di cui 6 molinisti, 12 bigami, 21 basfemi e 28 sortileghi. Proprio durante la dominazione austriaca viene celebrato il solenne autodafé (“atto di fede” che consiste nella proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore).
Si faceva un corteo, per lo più in giorno festivo; e vi partecipavano i giudici e i funzionarî (familiari) dell'inquisizione, gli ordini religiosi del luogo e i rei, rivestiti del sambenito. Giunto il corteo alla piazza, ove precedentemente era stato eretto un palco, si leggevano le sentenze, avevano luogo le abiure e le riconciliazioni pubbliche, si consegnavano alla giustizia secolare i relajados o condannati a morte. La pena poi s'infliggeva alla presenza del notaio. Può essere avvenuto in qualche caso che l'esecuzione abbia avuto luogo sulla piazza medesima dell'autodafé, subito dopo letta la sentenza, ma in generale, consegnato il reo al potere civile, i giudici dell'inquisizione si ritiravano col loro seguito. L'autodafé era quindi un atto distinto dall'esecuzione della sentenza. Si diceva autodafé generale quello in cui i processati e condannati erano numerosi e per diversi motivi. Vi erano o potevano esservi allora quelli che dovevano essere bruciati vivi come impenitenti; quelli destinati al rogo dopo aver subito la tortura e condannati a morte come eretici, sebbene pentiti; le statue dei condannati a esser arsi in contumacia; i riconciliati e i sospetti d'eresia che abiuravano. Autodafé particolare aveva luogo quando vi erano solo pochi rei, e non si celebrava con l'apparato e la solennità di quello generale, ma v'interveniva soltanto il Sant'Uffizio e il giudice ordinario, per il caso che vi fosse qualche relajado. Infine, autodafé semplice era quello a cui prendeva parte un solo reo, ed era tenuto, secondo le circostanze, in chiesa o sulla piazza pubblica. Proprio il nuovo sovrano, infatti, per dare una dimostrazione ai siciliani della continuità del suo regno con il precedente governo spagnolo, finanzia la sfarzosa celebrazione dell’autodafé del 1724.
La cerimonia si svolge secondo gli antichi fasti spagnoli. Ne rimane memoria nelle cronache e resoconti ufficiali, quale ad esempio L’Atto Pubblico di fede solennemente celebrato nella città di Palermo il 6 aprile 1724, dove si trova un dettagliato resoconto della cerimonia commissionato dall’Inquisizione stessa. L’ultimo autodafé è quello del 1731 in cui viene condannato per proposizioni ereticali l’avvocato Antonino Canzoneri.

Il tribunale autonomo (1734-1782)

Nel 1734 la Sicilia si ritrova unita al regno di Napoli sotto la guida di Carlo Borbone, figlio del re di Spagna e capostipite della nuova dinastia Borbone. L’Inquisizione di Sicilia cessa pertanto di essere austriaca, ma non ritorna ad essere spagnola. Gli inquisitori in carica, Antonino Franchina e Juan Francisco Iniguez Abarca, continuano a operare senza dipendere da Madrid, né da Vienna. Nel 1738, con il breve Cum nobis potissima et summa cura papa Clemente XII ne sancisce ufficialmente l’autonomia, dando il via alla sua ultima fase. Nei primi anni di autonomia dell’Inquisizione siciliana, il processo di maggior risonanza è quello contro il monaco benedettino Mariano Crescimanno, accusato di quietismo (complesso di dottrine a sfondo mistico diffuse nel 17° sec., incentrate sull’affermazione della necessità della preghiera di quiete, di un atteggiamento cioè di totale e puro abbandono contemplativo in cui deve porsi il fedele di fronte a Dio, per adorarlo, amarlo e servirlo, senza alcuna produzione di atti) condannato alla reclusione perpetua nelle carceri penitenziali.
Con l’autonomia inizia il declino dell’Inquisizione siciliana. Carlo Borbone svuota pian piano il tribunale dei suoi privilegi. Nel 1746, le cause inerenti il foro privilegiato dell’Inquisizione vengono subordinate all’esame di una giunta presieduta dal viceré, mettendo così fine ai molteplici conflitti giurisdizionali che, nonostante la stesura delle tre Concordie cinquecentesche, continuavano a paralizzare la giustizia ordinaria. Nel 1749, con la riforma dell’amministrazione della giustizia del ministro Bernardo Tanucci, il foro privilegiato dell’Inquisizione viene limitato alle cause dei suoi ufficiali, viene drasticamente ridotto il numero del personale e viene inibita la facoltà degli inquisitori di comminare censure o scomuniche agli ufficiali regi. I provvedimenti e le riforme del ministro Tanucci vengono duramente contrastate dall’inquisitore Francesco Maria Testa, il quale ne chiede al re la cancellazione, ma il processo di svuotamento funzionale del tribunale è già in atto e conosce un’accelerazione con l’ascesa al trono di Ferdinando Borbone e della moglie Maria Carolina (figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa). Alla morte di Antonino Franchina nel 1779 e alla promozione di Niccolò Cianfaglione come arcivescovo di Messina nel 1780, i due posti di inquisitori provinciali rimangono vacanti. Già in questi anni, si comincia a discutere l’ipotesi di una possibile soppressione del tribunale. Il lento declino dell’Inquisizione di Sicilia ha fine nel 1782. Il 16 marzo 1782, Ferdinando Borbone emette il decreto abolitivo dell’Inquisizione siciliana, mentre il 27 marzo il viceré Caracciolo provvede alla chiusura delle carceri, la distruzione di stemmi e insegne, l’eliminazione delle gabbie di ferro utilizzate per esporre le teste dei ribelli sulla facciata dello Steri. Un anno dopo, nel 1783, l’antico archivio inquisitoriale viene dato alle fiamme con una solenne cerimonia pubblica per celebrare l’abolizione dell’Inquisizione siciliana. L’intera documentazione processuale viene invece bruciata, sottraendo così agli storici una fonte insostituibile per lo studio dell’attività dell’Inquisizione in Sicilia. Dal rogo si salvano solo le carte contabili, attualmente conservate presso l’Archivio di Stato di Palermo (sede della Gancia). L’Archivio Storico Nazionale di Madrid conserva la documentazione esistente del tribunale siciliano nella sezione Inquisición Sicilia, dove si conserva la corrispondenza, le relaciones de causas e molti dei processi del tribunale siciliano.

La mafia nel regno borbonico (1816-1861)

Vincenzo Linares, giornalista e scrittore, nel 1840 descrive così i “Beati Paoli”: Molti convennero insieme all’ombra del mistero, e un altro potere fondarono per fare argine all’aperta violenza dei baroni, e a quella segreta dell’Inquisizione. Una forza occulta e misteriosa cercava di opporsi alla forza palese. Si adunavano ad esercitare le loro funzioni dispotiche e segrete sotto il nome di Beati Paoli. Gente del volgo, artigiani, marinai, borghesi, forensi formavano questo corpo terribile, che a sé attribuiva di giudicare delle azioni degli uomini, di riesaminare le sentenze giudiziarie, di riparare i torti arrecati dal potere e da’ tribunali costituiti. Tra la mafia e i Beati Paoli sussistono interessanti parallelismi e come scrive Antonio Uccello in Carcere e mafia nei canti popolari siciliani: “Non è chi non veda nella costruzione di queste congreghe il sorgere della mafia”. Nel secolo successivo si parla della cosiddetta “Sicilia Cattolica” del XIX secolo che approda nel 1860 con la prima rete mafiosa capeggiata da Antonino Giammona e la diffusione del fenomeno del brigantaggio e delle prime confraternite dei padri francescani che offrono ai banditi un’ampia tutela e protezione.

I latifondi e le prime infiltrazioni mafiose

E’ la difesa dai soprusi feudali tutti richiamati nel malgoverno borbonico a dar fiato alle “fratellanze” che fanno poi da base per il micidiale innesto della mafia in chiave antigovernativa e antiborbonica. I mutamenti economici e sociali avvenuti nel XIX secolo favorirono l’ingresso della mafia in Sicilia. Una nuova classe di proprietari terrieri subentrò agli ordini ecclesiastici espropriati e si divise anche le terre precedentemente di proprietà dello Stato. Questi nuovi proprietari si unirono volentieri alla vecchia aristocrazia feudale e ne imitarono gli atteggiamenti e le abitudini mentre insegnavano ai vecchi aristocratici alcuni nuovi metodi e pratiche politiche e amministrative. Nel meccanismo di infiltrazione mafiosa i grandi latifondisti, che non risiedono stabilente nelle campagne, affidano ai “campieri” e ai “gavellotti” (che controllano i campi e che riscuotono le gavelle per conto del padrone) il compito di vigilare le proprietà e la mafia prende campo. E’ stata da allora una sorta di forza di difesa tanto dei nuovi proprietari quanto dei vecchi: le sue reclute appartenenti a certi gruppi di persone che fungono da intermediari tra i proprietari terrieri e i contadini (massari, sovrastanti, campieri ) e sfruttarli entrambi. Mescolata con le classi alte siciliane, la « mafia » riuscì a penetrare nell'organizzazione amministrativa e politica della Sicilia, ed occasionalmente ad esercitare influenza sul governo locale e nazionale.

L’unità d’Italia: la mafia agraria

Il malcontento generale della classe popolare a seguito del governo borbonico e della nascita di nuovi grandi proprietari terrieri di classe aristocratica favorì una rivolta che prese campo nel 1860. Ai Mille di Giuseppe Garibaldi la mafia offrì volontari e picciotti, armi e finanziamenti. Più di ventimila picciotti seguirono Garibaldi. Nel 1860 Garibaldi con le sue camicie rosse invase la Sicilia per annetterla al regno d’Italia, sconfiggendo l’esercito borbonico. La spedizione ebbe un rapido successo poiché lo sbarco innescò una rivolta interna che non lasciò scampo ai Borboni. La causa del disagio che spinse i siciliani ad appoggiare i garibaldini fu la legge del 4 agosto 1812, con cui il Parlamento siciliano aveva formalmente abolito il sistema feudale, che, però, continuò ancora per oltre un secolo ad essere la struttura socio-economica portante della Sicilia. I baroni che prima gestivano immensi feudi in quanto vassalli del re, continuarono lo stesso a spadroneggiarvi in quanto proprietari. Questo modello basato sul latifondo aveva favorito la miseria della popolazione e la debolezza delle classi sociali diverse da quella possidente, unitamente alla diffusione del particolarismo (tendenza a curarsi solo dei propri interessi, spesso a danno degli interessi altrui), del familismo (concezione che assolutizza i legami familiari arrivando all'estraniamento dalle responsabilità sociali), del clientelismo (sistema di relazioni tra persone che, accomunate da motivi di interesse, si scambiano favori, spesso a danno di altri). Il popolo siciliano sperava in un cambiamento sociale con l’annessione al regno d’Italia. Il risorgimento, tuttavia, deluse le aspettative. I primi governi italiani (quelli della Destra storica, aventi ministri solo settentrionali) vollero la sottomissione senza condizioni al nuovo Stato, imponendo il servizio di leva obbligatoria (che privò le famiglie contadine di braccia giovani) e insaprendo le tasse (tra cui quella odiosa sul macinato). Nei primi dieci anni le politiche governative fecero nascere la questione meridionale: investimenti pubblici vennero concessi quasi eslusivamente a industrie del nord; la redistrubuzione delle terre fu iniqua; fu ritirato il denaro metallico e sostituito con cartamoneta, il che il che consentì l’avvio di una spirale inflazionistica; fu emarginato e poi smembrato il Banco delle Due Sicilie. Il risultato fu il peggioramento socio-economico dell’intero meridione. Anche sul fronte politico l’integrazione fu problematica: si voleva inserire siciliani fra i ministri del re, ma gli uomini politici locali praticavano l’omicidio e il sequestro contro i loro avversari. In Sicilia c’erano, inoltre, i rivoluzionari repubblicani che avevano legami con bande semi-criminali, gli aristocratici e il clero ancora fedeli ai borboni o indipendentisti. L’insieme di tutti questi fattori fece si che i primi quindici anni dell’unità furono contrassegnati da numerose rivolte in Sicilia. La prima nel 1862 per mano dello stesso Garibaldi che, preoccupato della situazione del nuovo regno, scelse la Sicilia come piattaforma per una nuova invasione della penisola. L’obiettivo era Roma, governata dal Papa, ma un esercito italiano lo fermò sull’aspromonte. Il governo italiano allora instaurò la legge marziale in tutta l’isola, diventando un precedente importante per gli anni a venire. Non volendo o non potendo trovare l’appoggio per pacificare la Sicilia con mezzi politici, si fece ricorso alla soluzione militare (assedi di città, arresti di massa, incarcerazioni senza processo). La situazione non migliorò, tanto che nel 1866 ci fu un’altra rivolta a Palermo, simile a quella del 1860 contro i Borboni. I tumulti e le repressioni si attenuarono nel 1876, quando politici siciliani entrarono nella compagine del governo. In questo periodo (1860-76) nasce la mafia, che inizialmente è agraria, imperniata nella figura del gabelloto mafioso, reggendosi su un sistema parassitario, grazie al ruolo di intermediazione tra comunità locale e Stato centrale, tra manodopera contadina e proprietari terrieri. Ottenuti in gabella gli ex feudi dei baroni, poco interessati a operarvi trasformazioni produttive, i primi mafiosi li dividevano in piccoli lotti, subaffittandoli ai contadini poveri e ricavando consistenti guadagni. I gabelloti divennero potenti e in assenza dello Stato gestirono da soli il monopolio della violenza (i piccoli criminali sparirono, c’era spazio solo per i mafiosi), creando proprie forze armate, i cosiddetti campieri. Il primo caso di mafia riguardò la vicenda del chirurgo Galati che ereditando il fondo Riella (un limoneto) dovette fare i conti con il guardiano della tenuta, Carollo. Quest’uomo era un mafioso e praticava la prima forma di racket della mafia siciliana: rubava limoni affinchè le rendite si abbassassero, così facendo avrebbe potuto comprare a basso costo il terreno. Perciò faceva pressione sull’ex proprietario, il quale per paura gli dava il 25-30% della rendita. Galati decise di licenziare il guardiano, che per vendetta uccise il suo sostituto, ma il proprietario non cedette alle intimidazioni anche quando gli arrivarono lettere minatorie contro la sua famiglia. La polizia non era troppo zelante e sembrava non voler catturare Carollo e i suoi scagnozzi. La mafia all’epoca agiva sotto la copertura di un’organizzazione religiosa comandata da Antonino Giammona (boss dell’Uditore, piccolo villaggio dove era situato il fondo Riella). Quest’uomo di umili origini fece fortuna durante le rivolte del ’48 e del ’60. La mafia dell’Uditore basava la sua economia sul racket della protezione dei limoneti. Poteva costringere i proprietari ad assumere i suoi uomini come guardiani e la sua rete di contatti con carrettieri, grossisti e portuali era in grado di minacciare la produzione di un’azienda agricola o di assicurarne l’arrivo sul mercato. Utilizzando la violenza si poteva fare cartello. Una volta assunto il controllo di un fondo, i mafiosi potevano rubare puntando ad un’economia parassitaria o ad acquistarlo ad un prezzo basso. Alla fine Galati fuggì a Napoli incapace di ottenere giustizia a causa dell’omertà degli abitanti e della collusione di parte delle istituzioni. La mafia acquisì i caratteri tipici dell’associazione segreta perché in quell’epoca era diffusa la massoneria e la carboneria e in secondo luogo, per il semplice fatto che conveniva usare una sinistra cerimonia di iniziazione e una tavola di leggi la cui prima regola era il castigo ai traditori, contribuiva a creare unità interna e senso di appartenenza. Parallelamente in Sicilia si sviluppò il fenomeno del brigantaggio che però si distingueva dalla mafia: i primi volevano un cambiamento sociale e di conseguenza attentavano alla proprietà privata e alla sicurezza dei baroni, i mafiosi invece gli offrivano “protezione”. Brigantaggio e mafia erano fenomeni antagonisti che però potevano entrare in rapporti simbiotici: i briganti concorrevano a creare tra le vittime una forte domanda di protezione sul territorio e i mafiosi approfittavano di questa circostanza per offrire la loro ”sicurezza”, prestandola a condizioni a prima vista accettabili. La violenza del mafioso per quanto costosa non era assolutamente da paragonare a quella del brigante. Il brigantaggio, fenomeno delle classi subalterne, è stato tollerato e strumentalizzato dalle classi dominanti, fino a quando tornava utile per poi essere represso duramente (ciò avvenne quando la borghesia mafiosa andò al potere nel 1876). La mafia invece, espressione delle classi dirigenti, che continua ad esistere ancora oggi, ha saputo costruire e mantenere un rapporto organico e di connivenza col potere politico. La mafia in principio adottò una strategia di boicottaggio nei confronti dello Stato. Ben presto però i mafiosi capirono che la politica cercava di usarli come strumento di governo locale: prima la Destra che nei momenti più difficili, durante le rivolte, li usò per ripristinare l’ordine. Poi nel 1876, quando il governo Minghetti perse la fiducia dei politici siciliani a causa della proposta di una commissione parlamentare su mafia e banditismo (venne considerata un oltraggio dalla classe dirigente dell’isola), la Sinistra, invece molto forte in Sicilia, formò il suo primo governo che si rassegnò a collaborare con politici mafiosi. La mafia cominciò quindi ad affondare le mani nel mercato romano dei favori elettorali. Da una strategia di boicottaggio, quindi, si passò ad una di sfruttamento dello Stato. Entrambi gli schieramenti politici usarono la mafia come strumento di governo locale, solo in maniera differente. Il modello introdotto dalla Sinistra è quello che rimane valido ancora oggi. L’analisi più lucida sulla nascita della mafia ce la dà Leopoldo Franchetti, intellettuale toscano: <<la mafia nacque con la caduta del feudalesimo e l’arrivo del capitalismo che necessitava di uno Stato che garantisse ai vari imprenditori sicurezza attraverso il monopolio della violenza. Il regno d’Italia fallì e così i baroni e i loro scagnozzi cominciarono a prendere il controllo dell’economia (racket estorsione/protezione) e della politica (corruzione).

I rapporti tra Chiesa e mafia

La relazione Chiesa-Mafia affonda le proprie radici storiche già all’epoca dell’Unità d’Italia, quando la Chiesa guardava con ostilità alle organizzazioni criminali, mafia inclusa, poiché considerate come il prodotto di una ostilità statale e istituzionale nei confronti della Chiesa. Occorre fare un altro passo indietro, e sottolineare come i rapporti tra la Chiesa di quegli anni e quello Stato- unitario fossero già incrinati a causa della minaccia istituzionale nei confronti degli interessi ecclesiastici. L’Unità d’Italia fu un evento storico pesante per l’Istituzione Cattolica, poiché diede avvio a un periodo di desacralizzazione e di secolarizzazione della società. L’akmè di questa acredine è lampante nel cosiddetto Non Expedit”, con cui nel 1868 la Santa Sede vietò ai cattolici non solo la militanza politica all’interno delle organizzazioni partitiche, ma pose persino il “divieto” di votare alle tornate elettorali, con importanti ripercussioni successive. Il “Non Expedit” venne abrogato solamente al termine della Grande Guerra, sia per tendere una mano allo Stato e dimostrare un sentimento di patriottismo, sia per lanciare il nuovo Partito Popolare Italiano, espressione politica dei cattolici.

Politica e mafia a fine ‘800

Verso la fine dell’800 scoppiò un caso nazionale in Sicilia: le miniere di zolfo producevano la morte di centinaia di lavoratori l’anno a causa delle esalazioni velenose. In particolar modo preoccupavano le condizioni dei giovani che, lavorando in miniera, conducevano una vita miserabile: pagati pochissimo e deformati dall’eccessivo lavoro, erano pure vittime di abusi sessuali. Nel 1883 a Favara (città in provincia di Agrigento, famosa per le sue zolfare) furono arrestate 200 persone con l’accusa di far parte della “fratellanza” un’organizzazione segreta. Due anni più tardi ci fu il processo e molti imputati vennero condannati. La fratellanza aveva un rituale di iniziazione e una struttura interna molto simile a quella che Tommaso Buscetta descrisse per Cosa Nostra. Le regole tra la cosca di Favara e quella palermitana erano simili già nel 1883. Com’era possibile tutto ciò (le città si trovano ad una distanza di 100 Km l’una dall’altra)? Probabilmente alcuni membri della Fratellanza, essendo stati in carcere a Palermo nel 1879, potrebbero aver solidarizzato con qualche mafioso locale. Ad ogni modo questa organizzazione controllava il mercato dello zolfo in parte della Sicilia occidentale. Utilizzando la violenza in modo organizzato e sfruttando i lavoratori questi criminali puntavano ad eliminare la concorrenza, talvolta facendo cartello con imprenditori, dirigenti, picconieri e guardie. Ricevette inoltre copertura da proprietari terrieri, ex sindaci che probabilmente erano collusi con la fratellanza. Purtroppo la pericolosità di questa prima mafia passò in secondo piano a favore dei riti che la caratterizzavano. Queste usanze definite primitive e arretrate venivano considerate dagli investigatori dell’epoca come elemento di debolezza e di poca pericolosità dell’organizzazione. Invece i riti e le regole della fratellanza creando un senso di appartenenza, garantivano una grande fedeltà tra gli affiliati. Il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, che aveva curato il caso della fratellanza di favara, nel 1900 redige un rapporto di 485 pagine presentato al procuratore generale del capoluogo siciliano nel quadro della preparazione di un processo. Le informazioni contenute nel documento sono talmente ben particolareggiate da poter essere considerate il primo quadro completo della mafia siciliana. Si viene a conoscenza della collocazione delle otto cosche che dominano i sobborghi e i paesi satelliti situati a nord e a ovest di Palermo. Sono presenti inoltre i nomi dei capi e sottocapi di ciascuna cosca, i profili di 218 uomini d’onore e la descrizione accurata del rito di iniziazione e del codice di comportamento della mafia. Sono illustrati i metodi imprenditoriali, la maniera in cui si infiltra e controlla le aziende ortofrutticole, falsifica banconote, commette rapine, terrorizza e assassina testimoni. Spiega che la mafia ha centralizzato i fondi per il sostegno delle famiglie dei detenuti e il pagamento degli avvocati. Racconta come i capi delle cosche mafiose lavorano insieme per la gestione degli affari dell’associazione e il controllo del territorio. Questo diagramma è abbastanza impressionante, perché corrisponde in misura larghissima a ciò che molti decenni più tardi Tommaso Buscetta rivelò a Giovanni Falcone. Ermanno Sangiorgi riuscì ad ottenere tutte queste informazioni perché nel periodo in cui era in servizio a Palermo si scatenava una faida tra famiglie mafiose e seguendo l’indagine della misteriosa sparizione di quattro persone, cominciò ad imbattersi e a capire la realtà criminale palermitana. Ma il momento più importante che gli permise di terminare il suo rapporto fu la cattura di Francesco Siino, il capo regionale della mafia (questa è la definizione che ne dà Sangiorgi) ormai sconfitto dal suo rivale Antonino Giammona (lo stesso Giammona che aveva intimidito il dr Galati e che nel frattempo ha fatto carriera). Il questore con un’abile mossa riuscì ad ottenere la collaborazione, prima dalla moglie di Siino e poi dal marito stesso. L’obiettivo di Sangiorgi non era tanto quello di infliggere condanne pesanti agli imputati, ma quello di farli condannare per reato di associazione criminale, in modo da dimostrare con una sentenza che la mafia esisteva ed era una potente organizzazione criminale. Purtroppo Le condizioni politiche mutevoli dell’Italia di fine ‘800 complicarono le cose: Il generale Pelloux pirmo ministro italiano e grande stimatore di Sangiorgi si dimise in quegli anni dal suo incarico, facendo venir meno la copertura politica (Sangiorgi gli aveva spedito il suo rapporto). In secondo luogo, il procuratore capo di Palermo era probabilmente colluso con la mafia. In terzo luogo, Giammona e i suoi scagnozzi minacciarono molti testimoni, tanto che pure Siino ritrattò tutto ciò che aveva detto al questore. Il processo si concluse con poche condanne, non permettendo di dimostrare le convinzioni di Sangiorgi. Nello stesso periodo la mafia fece il suo primo cadavere eccellente: il marchese Emanuele Notarbartolo. Il primo febbraio 1893 due mafiosi commisero l’omicidio su un treno diretto per Palermo. La vittima, persona integerrima, si inimicò Raffaele Palizzolo, uomo politico siciliano colluso con la mafia. Il conflitto tra i due si accese sia quando Notarbartolo divenne sindaco di Palermo sia quando fu eletto direttore generale del Banco di Sicilia (Palizzolo era membro del consiglio direttivo), poiché il marchese si oppose al sistema di potere costruito da Palizzolo. La faccenda diventò personale a tal punto che don Raffaele decise di dare sfogo alla sua vendetta e ordinò che il suo arcinemico venisse ucciso. L’opinione pubblica rimase attonita a questo episodio di cronaca nera e si cominciò a parlare dell’accaduto e di criminalità in Sicilia. La mafia comprese la pericolosità di questa attenzione mediatica e mise in campo tutte le sue amicizie per far cadere il processo in un nulla di fatto. Ci vollero quasi sette anni prima dell’inizio delle udienze e sul banco degli imputati finirono due addetti del treno su cui viaggiava il marchese, che avevano un ruolo marginale nella vicenda. Il figlio di Notarbartolo, Leopoldo, si costituì parte civile al processo e, tra lo stupore del pubblico, accusò pubblicamente Raffaele Palizzolo di essere il mandante dell’omicidio del padre. Inoltre riuscì ad avere l’appoggio politico del presidente del consiglio (Pelloux, amico della famiglia Notarbartolo), che spinse affinchè si spostasse il processo da Palermo a Milano per evitare intimidazioni nei confronti dei testimoni, e fece in modo che la camera votasse a favore dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Palizzolo. Un prezioso aiuto per fare luce sul caso la diede il questore Sangiorgi partecipando alle indagini. La situazione per don Raffaele si complicò poiché emersero questioni inerenti alla cattiva gestione del Banco di Sicilia, attirando ancora di più l’attenzione dell’opinione pubblica. Molti politici lo abbandonarono dato che ormai era troppo compromesso. Dopo undici mesi di udienza la Corte d’Assise di Bologna (nel frattempo il processo era stato spostato nel capoluogo emiliano) condannò Palizzolo e uno dei killer a trent’anni di carcere. Per protesta si crearono in Sicilia movimenti a favore della sicilianità, poiché questa sentenza era frutto di un complotto ordito dai settentrionali per delegittimare l’intero popolo dell’isola. Fu un momento importantissimo, era stato inferto un duro colpo alla mafia e al potere politico colluso con essa. Purtroppo fu una vittoria di Pirro: la cassazione annullò il processo per un vizio formale (un testimone non aveva giurato in una sua deposizione). Ad ormai dieci anni dalla morte del marchese l’opinione pubblica si era stancata del caso e il mutato clima politico fecero cadere la vicenda nel dimenticatoio. Il nuovo processo svoltosi a Firenze nel 1904 produsse l’assoluzione degli imputati. Questi episodi di fine ‘800 e inizio ‘900 dimostrano che si possedevano molti elementi per sostenere che la mafia è un’organizzazione criminale (rapporto Sangiorgi), ma ancora una volta lo Stato, salvo pochi valorosi uomini, si rifiutò di combattere le cosche siciliane.

Mafia e socialismo

Negli ultimi anni dell’800 le condizioni di vita dei contadini erano diventate insopportabili, a causa del sistema di intermediazione (molto lucrativo, vedi sopra) della coltivazione della terra gestito dai gabellotti per conto dei proprietari terrieri. I piccoli coltivatori siciliani, allora si unirono in organizzazioni chiamate fasci, il cui leader indiscusso era il corleonese Bernardino Verro. Il movimento, di chiara impostazione socialista, chiedeva nuovi contratti che stipulassero una ripartizione paritaria del prodotto tra i proprietari e i contadini di piccoli fondi. La mafia, visto il clima di incertezza politica, offrì a Verro la possibilità di essere iniziato. Il leader dei fasci accettò in parte per ingenuità (pochi sapevano cos’era la mafia veramente, i più la ritenevano una semplice associazione segreta) in parte perché accettò la loro protezione, essendo soggetto a molte minacce di morte. Le cose però precipitarono quasi subito: i mafiosi, avendo capito che lo Stato avrebbe represso i fasci, decisero di appoggiare i proprietari terrieri, declinando le richieste dei movimenti contadini. Verro si pentì amaramente di aver stretto vincoli con le famiglie corleonesi. Nel 1894 il fascio fu represso definitivamente con la legge marziale: l’esercito giunse in Sicilia e sedò le rivolte. Bernardino Verro venne condannato a dodici anni per aver cercato di fare la rivoluzione in Sicilia (sconterà solo un paio di anni in seguito ad un’amnistia). Le cose però per i contadini migliorarono: venne varata una legge che permetteva alle cooperative di accendere prestiti presso il Banco di Sicilia per conto dei contadini; il denaro doveva essere utilizzato per affittare la terra direttamente dai proprietari. Verro nel 1907 assunse la guida di una cooperativa fondata espressamente allo scopo di questa legge e aveva l’obiettivo di espellere dall’economia rurale gli intermediari (molti di questi mafiosi). La battaglia fu dura, poiché la mafia trovò un alleato nella Chiesa, spinta dall’odio verso il socialismo. Venne creato un fondo cattolico, la Cassa Agricola San Leoluca, gestita da personaggi alquanto sinistri, per fare concorrenza alla cooperativa di Verro, che aveva già acquisito nove tenute. Nel 1913 il leader socialista fu accusato di truffa, in realtà il suo tesoriere venne corrotto da alcuni mafiosi per commettere il reato. Verro però non si scompose e riuscì a diventare sindaco di Corleone con una maggioranza schiacciante. La mafia, non riuscendo a fermarlo e temendo che al processo per truffa rivelasse informazioni sulla cosca corleonese di cui aveva fatto parte, decise di ucciderlo. Nel 1915 venne colpito da cinque pallottole, successivamente il suo volto venne sfigurato per servire da monito a chiunque si fosse opposto. La notizia passò in secondo piano anche perchè nessuno rispose dell’omicidio del sindaco Corleonese.

 

La fuga dall’Italia verso gli USA

Era il 1877 e già due anni prima la mafia era comparsa anche negli ultimi atti di una commissione parlamentare dell’Italia Unita, segnata da moti e da una pesantissima “questione meridionale”. Le terre erano il campo di battaglia della mafia. Le disperate condizioni economiche costringono molti meridionali ad un esodo nel decennio fra il 1872 e il 1882 con l’emigrazione negli USA. Con Mussolini la dittatura governa senza voti ed è la volta del Prefetto Cesare Mori inviato in Sicilia nel 1924 allo scopo di combattere la criminalità organizzata. Egli ripulisce la città e stana i capimafia. Successivamente entra in contrapposizione con alcuni gerarchi e il sistema lo rimuove anche perché è scattato un tacito patto di alleanza con la vecchia guardia del partito agrario. Vittorio Emanuele Orlando nel luglio del 1925 quando capeggiava la lista di opposizione al fascismo disse: “Or io vi dico mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo”! (…). Il fronte agrario mafioso stipula un’alleanza con il fascismo. L’alta mafia molla così l’ala più strettamente malavitosa quella soffocata da Mori. La liberazione dell’Italia dal fascismo, lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio del 1943 e l’immediata nomina di alcuni capimafia a sindaci dei loro paesi sono il frutto di un’intesa raggiunta da Cosa Nostra con le autorità americane. I più autorevoli capifamiglia d’oltreoceano sapevano che gli Usa potevano dichiarare guerra all’Italia da un momento all’altro. Quindi i mafiosi si mettono al servizio degli americani (esempio le informazioni garantite dalla mafia siciliana al Naval Intelligence Service per eliminare i sabotaggi delle navi militari, servizio gestito da Frank Costello, Lucky Luciano. L’uomo incaricato di contattare e coinvolgere nel progetto dello sbarco alleato le cosche fu don Vito Genovese che collaborò con Calogero Vizzini poi nominato sindaco a Villalba. La notte fra il 9 e il 10 luglio 1943 gli Alleati trovarono così la strada spianata e le truppe anglo-americane poterono avanzare senza esplodere un colpo anche perché i mafiosi li precedevano. Tornati dal conflitto inflitto dal fascismo i mafiosi s’impongono sulla scena mentre sbuca all’orizzonte il movimento separatista capeggiato da Andrea Finocchiaro Aprile e la mafia divenne separatista appoggiando gli agrari e soffocando il banditismo a eccezione di Salvatore Giuliano.

Il caso Giuliano

I moti agrari del Mezzogiorno d’Italia segnalano una svolta della Mafia in Sicilia. Si parla di “lotte contadine” per indicare la difficile situazione sociale delle regioni agricole del sud Italia alla fine della II° guerra mondiale, in cui domina la povertà assoluta del Paese e si basa soprattutto sulla crisi degli agricoltori.  E’ durante tale periodo che, il 1 maggio 1947, contro i lavoratori si scontrano le bande di SALVATORE GIULIANO (conosciuto come il “bandito Giuliano” perché ex colonnello dell’esercito e braccio armato del MOVIMENTO INDIPENDENTISTA SICILIANO attivo in Sicilia dal 1943 al 1951) il cui nome è legato alla strage di Portella della Ginestra avvenuta il giorno della “festa dei lavoratori” durante una manifestazione promossa da contadini dell’epoca per l’occupazione dei fondi incolti, quando il potere politico è affidato alla coalizione del PSI (Partito socialista italiano) e del PCI (Partito comunista italiano). Sul fronte dell’opposizione si schierano, da una parte, il Movimento indipendentista siciliano capeggiato da Salvatore Giuliano che lotta con l’idea di costituire uno Stato siciliano separato dall’Italia; dall’altra parte, il partito della DEMOCRAZIA CRISTIANA che nel suo programma politico riprende gli obiettivi dei “popolari” prima del fascismo: 1. lotta al latifondo; 2. bonifica agraria; 3. modifica dei patti agrari. Il risultato  è che, pochi giorni dopo la strage della Ginestra, il 13 maggio del 1947, la Costituente approva l’art. 44 Cost. con il quale si fissano i vincoli alla proprietà terriera e si promuovono le “bonifiche” e la “trasformazione del latifondo. Parallelamente alla questione agraria, il 5 luglio del 1950 avviene l’assassinio di GIULIANO, poco prima dell’inizio del processo sulla strage della Ginestra, per mano di GASPARE PISCIOTTA. Fu proprio attraverso le indagini che in seguito ai riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi. Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo stesso Li Causi affermava:

« Tutti sanno che i miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da Portella della Ginestra nell'anniversario della strage. Nel 1949 dissi al bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita". È Giuliano che parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l'attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano. C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo con noi? »

 

La figura di SALVATORE GIULIANO, che diede avvio al banditismo in Sicilia del primo dopoguerra e fino al 1943, fu nota per fatti di cronaca nera per la ferocia e la freddezza con cui eliminava i propri avversari (soprattutto uomini delle forze dell'ordine che gli davano la caccia o del C.F.R.B. comando forze repressione banditismo): secondo stime ufficiali, il numero complessivo delle vittime del bandito Giuliano è stato calcolato nell'impressionante cifra di 430 e per reati connessi soprattutto a rapine e sequestri di persona a scopo di estorsione ai danni di ricchi agricoltori, commercianti e imprenditori, spesso con la complicità di Ignazio Miceli (capomafia di Monreale) e Benedetto Minasola (indicato dai carabinieri come «favoreggiatore della mafia di Monreale»).

Secondo la successiva testimonianza del suo sodale Gaspare Pisciotta resa all'autorità giudiziaria, partecipò addirittura a una riunione «di alti dignitari della mafia, durante la quale si era provveduto al battesimo del capobanda Giuliano, secondo i riti propri dell'organizzazione criminale»[3]. Nei decenni successivi, anche il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta racconterà che il bandito Giuliano gli fu presentato come "uomo d'onore"[4]; nel 1992 l'altro collaboratore Gaspare Mutolo dichiarerà di aver saputo che «[...] Giuliano era un uomo d'onore, mentre tutti gli altri appartenenti alla sua banda non lo erano. [...] Non fu detto di quale famiglia si trattasse, ma ritengo ovvio che egli appartenesse alla famiglia di Borgetto o di Partinico»[5].

La mafia americana                                                                        

Cosa nostra statunitense  (detta anche Mafia italo-americana, Cosa nostra americana o Mafia americana) è il nome con cui viene definita l'organizzazione criminale di stampo mafioso italo-statunitense, originatasi come un'associazione di mafiosi siciliani (a cui tempo dopo si aggiunsero altri gangster di origine campana, calabrese, pugliese ecc.) emigrati negli Stati Uniti d'America cominciando verso la seconda metà dell'Ottocento. L'espressione "Cosa nostra" è stata coniata dal boss siculo-americano Lucky Luciano nel Dopoguerra, il quale ad una domanda di un affiliato sul nome da dare alla ristrutturazione della mafia rispose che era "una cosa tra loro", appunto "cosa nostra", per mantenerne meglio la segretezza.

Cosa nostra statunitense, in maniera simile all'originale Cosa nostra siciliana, di cui ha mantenuto i rituali, l'organizzazione, ecc., è un'organizzazione mafiosa potente e segreta, priva di un nome formale. Coloro che ne fanno parte la chiamano cosa nostra o our thing ("cosa nostra"). I mass media statunitensi la chiamano anche National Crime Syndicate ("Sindacato nazionale del crimine"), però questo epiteto comprende anche il sindacato ebreo-americano che collaborava strettamente con Cosa nostra italo-statunitense.

Cosa nostra statunitense iniziò ad emergere nei poveri quartieri italiani nella Lower East Side di New York, nel resto dell'East Coast ed in varie metropoli (come New Orleans) tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, seguendo l'ondata migratoria italiana (soprattutto dalla Sicilia, seguita da quella del Sud Italia) verso le Americhe. Col passare del tempo, vari gangster italoamericani di origini non siciliane: bande criminali di origini napoletane che inglobavano calabresi ecc., attive negli USA (come la Camorra newyorkese) si sono unite ai siciliani di Cosa nostra americana (attratti dalle maggiori possibilità di potere e ricchezza che i siciliani offrivano loro, in cambio della fedeltà all'organizzazione siciliana, che ampliando i suoi affari e il suo raggio d'azione, dovette ammettere al suo interno anche elementi non siciliani) per formare la moderna mafia pan-italiana degli Stati Uniti, in cui però l'elemento siciliano era ed è stato sempre maggioritario e dominante. Oggi la mafia americana collabora con mafie operanti in Italia, come ad esempio Camorra e ‘ndrangheta, e soprattutto storicamente con Cosa nostra siciliana da cui appunto ha tratto origine e di cui per molto tempo è stata una costola, non solo dunque semplicemente alleata.

Attualmente la mafia americana risulta essere attiva con un numero non preciso di affiliati che va dai 3400 ai 6800 solo nello stato di New York, soprattutto nelle sue roccaforti storiche come New YorkNew JerseyFiladelfiaDetroitChicago e nel New England, insieme a famiglie minori, associati e gruppi che controllano FloridaLas VegasLos Angeles e Texas. Le famiglie più famose sono state le cinque di New York: GambinoLuccheseGenovese, Bonanno e Colombo. Al suo apice (anni venti-cinquanta) la mafia americana è stata la più potente organizzazione criminale di tutti gli Stati Uniti. Mentre ogni famiglia operava indipendentemente nel proprio territorio, la coordinazione nazionale era affidata, come in Sicilia, alla Commissione, un organo direttivo formato dai boss delle famiglie più potenti. Oggi la maggior parte delle attività della mafia americana sono contenute nell'area nord-orientale degli Stati Uniti, dove continua a dominare la criminalità organizzata, nonostante il crescente numero di bande di strada e altre organizzazioni che non sono di origine italiana.

Origini, cause e Mano Nera

Il primo documento trattante l'evoluzione della mafia negli Stati Uniti venne pubblicato nella primavera del 1869. L'emigrazione dal Sud Italia verso le Americhe era principalmente rivolta verso Brasile e Argentina (New Orleans aveva un pesante volume di traffico portuario).

I primi gruppi di mafiosi siciliani che operarono negli Stati Uniti si stabilirono nell'area di New York e New Orleans, occupandosi di estorsioni e rapine ai danni delle comunità italiane, attraverso lettere ricattatorie accompagnate da minacce di morte, di sfregi e di danneggiamenti.

Divennero grandi influenti soprattutto a New York, progredendo lentamente dalle operazioni in piccoli quartieri dei ghetti italiani alle organizzazioni nazionali e metropolitane. La Mano Nera (organizzazione già esistente in Sicilia e controllata dal boss siciliano Vito Cascio Ferro), era il nome dato ad un metodo di estorsione utilizzato nei quartieri italiani a cavallo del 1900. Gli americani in un primo momento la scambiarono per la mafia vera e propria; in realtà non lo era. Pur trattandosi di un consorzio criminale, era frammentata in numerose ma piccole bande che utilizzavano gli stessi metodi delittuosi.

Giuseppe Esposito sembra essere stato il primo membro di Cosa nostra a emigrare negli Stati Uniti; insieme ad altri sei siciliani era approdato a New York dopo essere scappato dall'Italia per aver ucciso undici ricchi proprietari terrieri, il cancelliere e il vice-cancelliere di un tribunale di provincia siciliano. Venne arrestato a New Orleans nel 1881 e subito estradato in Italia.

New Orleans fu teatro del primo delitto di mafia negli Stati Uniti, che calamitò l'attenzione sia nazionale che internazionale: il 15 ottobre 1890 fu ucciso il sovrintendente di polizia di New Orleans, David Hennessy, con metodi riconosciuti mafiosi. Non è ancora chiaro se ad assassinarlo fossero stati gli immigrati italiani o se si trattava di una montatura attuata dai nativi americani contro gli odiati immigrati italici. Furono arrestati centinaia di siciliani con accuse poco credibili e, alla fine, diciannove di loro furono incriminati per omicidio. Il tutto si risolse, però, con l'assoluzione degli imputati, grazie alla collaborazione di testimoni tenuti sotto minaccia o corrotti. L'indignazione dei cittadini di New Orleans raggiunse il culmine, tanto da sfociare nel linciaggio e nell'uccisione di undici dei diciannove imputati: due furono impiccati, nove fucilati e gli altri otto riuscirono a scappare. Ancora oggi, questa reazione è ricordata come il linciaggio più grande della storia americana.

Dal 1897 al 1910 una cosca siciliana, guidata dal mafioso Giuseppe Morello, operava a Manhattan e ad East Harlem, compiendo estorsioni, rapine e falsificazione di banconote: nel 1903 la banda Morello venne coinvolta nel famigerato «delitto del barile» (il corpo orribilmente sfigurato del mafioso siciliano Benedetto Madonia, membro della cosca, fu trovato chiuso in un barile abbandonato in una strada), che suscitò molto scalpore nell'opinione pubblica statunitense dell'epoca.

La cosiddetta "Camorra newyorkese" (composta da bande di cumparielli napoletani e calabresi che compivano soprattutto rapine ed estorsioni) divenne molto attiva ed influente soprattutto a Brooklyn, in diretta concorrenza con i mafiosi siciliani, dai quali comunque fu inglobata.

A Chicago il 19th Ward, che era il quartiere italiano, divenne noto come il Bloody Nineteenth a causa della frequente violenza nel distretto, principalmente come risultato di attività mafiose, faide e vendette.

La nascita di Cosa nostra americana (che era una costola di Cosa nostra siciliana) è attribuibile all'immigrazione di un gran numero di italiani, provenienti dalle regioni povere (soprattutto dalla Campania e Sicilia, ma anche dalla Calabria e Puglia) alla fine del XIX secolo unitamente al pessimo trattamento da parte delle autorità americane della popolazione italiana emigrante che si sentiva in tal modo spinta a ricercare altrove quell'assistenza sociale che lo stato statunitense non garantiva.

La politica del proibizionismo degli anni venti, con riferimento agli alcolici, andò involontariamente a rafforzare il contrabbando gestito dalla mafia. Il riconoscimento tardivo dell'aspetto mafioso del problema da parte delle autorità americane condusse ad interventi repressivi che colpivano i pesci piccoli. Non bisogna neppure tralasciare i pregiudizi contro gli italiani diffusi in America dagli anni sessanta dell'800, i quali contribuirono a rendere le comunità italoamericane ancora più chiuse e autocentrate.

Proibizionismo e ascesa

Il 17 gennaio 1920 iniziò negli Stati Uniti, il proibizionismo, che rendeva illegale la fabbricazione, il trasporto o la vendita di alcolici. Nonostante questi divieti, c'era ancora una forte domanda di alcol da parte del popolo americano. Questo contribuì a creare un'atmosfera di tolleranza verso il crimine organizzato come mezzo per fornire liquore al pubblico, anche tra i politici e la polizia cittadina. I profitti resi dal vendere e distribuire alcol a quel tempo valevano il rischio della punizione da parte del governo, che non riusciva a far rispettare il divieto. C'erano oltre 900'000 casi di liquori spediti ai confini delle città americane. Politici e bande criminali videro l'opportunità di arricchirsi e iniziarono la spedizione di più grandi quantità di alcol per le città americane. La maggior parte dell'alcol veniva importato da Canada e Caraibi, mentre dal Midwest  statunitense arrivavano gli alambicchi con cui si produceva il liquore.

Durante il Ventennio fascista avvenne l'emigrazione forzata di numerosi mafiosi dalla Sicilia in seguito alla dura repressione del prefetto fascista Cesare Mori: infatti si stima che in quel periodo circa 500 mafiosi fuggirono negli Stati Uniti. La maggior parte dei migranti italiani risiedevano in complessi d'appartamenti. Al fine di evitare la conduzione di una vita così povera, alcuni immigrati italiani in questo periodo scelsero di aderire alla mafia italoamericana.

La mafia ne approfittò e iniziò a vendere alcol illegalmente. I profitti da contrabbando superavano quelli derivati da crimini tradizionali di protezione, estorsione, gioco d'azzardo e prostituzione. Il divieto permise alle famiglie mafiose italoamericane di fare fortuna. Le fazioni vittoriose avrebbero continuato a dominare la criminalità organizzata nelle rispettive città, istituendo le proprie strutture familiari in ognuna di esse. Poiché le bande si dirottavano le spedizioni di alcool a vicenda, costringendo i rivali a pagare la "protezione" e a lasciare le loro operazioni, le guardie armate quasi invariabilmente accompagnavano le carovane di consegna del liquore.

Nel 1920 le famiglie mafiose italiane parteciparono in guerre per il controllo assoluto sul lucroso racket degli alcolici. Con lo scoppio della violenza gli italiani combatterono bande di irlandesi ed ebrei per il controllo del contrabbando di alcolici nei rispettivi territori. A New York il mafioso Frankie Yale intraprese una guerra con la White Hand Gang irlandese americana. Nella città di Chicago Al Capone e la sua famiglia massacrarono la North Side Gang, un altro gruppo irlandese americano. Verso la fine degli anni venti erano emerse due fazioni della «Cosa nostra», avverse per il controllo degli affari illeciti: una guidata da Joe Masseria, famiglia Morello, il quale era associato al gangster Lucky Luciano e alla sua banda di malavitosi non-siciliani (Vito GenoveseFrank CostelloAlbert Anastasia, Willie Moretti e Joe Adonis) mentre l'altra da Salvatore Maranzano, che era associato a Joseph Profaci (mafioso siciliano nativo di Villabate che guidava una cosca a Brooklyn) e a Joe Aiello, capo della Famiglia di Chicago. Tale conflitto causò la guerra castellammarese, che portò all'omicidio di Masseria nel 1931. Maranzano, che nel frattempo era diventato il leader di Cosa nostra americana, divise la città di New York in cinque famiglie. Inoltre stabilì di sua stessa iniziativa un codice di condotta per l'organizzazione. In una mossa senza precedenti, Maranzano si erse sopra le altre famiglie come capo di tutti capi e richiese a queste di rendergli omaggio. Questo nuovo ruolo venne però accolto negativamente e Maranzano fu ucciso entro sei mesi su ordine di Charles "Lucky" Luciano.

Nel dicembre 1928, presso l'Hotel Statler di Cleveland, la polizia locale fermò numerosi mafiosi siciliani provenienti da tutti gli Stati Uniti (Joe ProfaciJoseph MaglioccoVincent ManganoJoseph PorrelloPasquale Lolordo ed altri), che si erano incontrati per discutere sulla presidenza dell'Unione Siciliana, un gruppo che gli assicurava copertura politica; tuttavia i fermati vennero subito rilasciati perché non avevano prove per trattenerli: si trattò del primo incontro tra mafiosi siciliani scoperto dalla polizia statunitense. Dopo la fine del proibizionismo (1933) la criminalità organizzata si ritrovò in un vicolo cieco e aveva bisogno di altri metodi per mantenere i profitti elevati che aveva conquistato durante gli anni venti. Le famiglie più intelligenti della mafia italoamericana agirono con prudenza e si ampliarono in altre imprese, come ad esempio: sindacatiediliziasanitari e traffico di droga. D'altra parte quelle che avevano trascurato la necessità di cambiare alla fine persero potere ed influenza, assorbite da altre famiglie.

La Commissione

In alternativa all'avere un boss dei boss, Luciano istituì la Commissione, dove i capi delle famiglie più potenti avrebbero avuto pari diritti, parlare e votare liberamente su questioni importanti e risolvere le dispute (il titolo di capo di tutti capi venne ripreso dai giornali per indicare il boss più potente della Commissione). Questa cerchia dominava il Sindacato nazionale del crimine e assicurò un'era di pace e prosperità alla mafia americana. Dalla metà del secolo c'erano 26 famiglie sanzionate dalla Commissione, ciascuna diffusa in una città diversa (ad eccezione delle cinque famiglie di New York). Ogni famiglia si autogestiva in modo indipendente dalle altre e generalmente dominava un territorio esclusivo e controllato. Rispetto alla vecchia generazione di "Mustache Pete" come Maranzano e Masseria, che operavano prevalentemente con mafiosi siciliani, gli "Young Turks", guidati da Luciano, erano più aperti a collaborare con criminali di altre etnie, in particolare con il Sindacato ebraico per ottenere maggiori profitti. La mafia italoamericana rese fattibile il proprio progresso seguendo una rigida serie di regole nate in Sicilia, le quali richiedevano una struttura gerarchica organizzata e un codice del silenzio che vietava ai suoi membri di collaborare con la polizia (omertà). Il mancato rispetto di queste regole è punibile con la morte.

La scalata al potere che la mafia italoamericana raggiunse durante il proibizionismo sarebbe continuata a lungo dopo che l'alcol ritornò legale. Gli imperi criminali espansi nel contrabbando trovarono altre vie per continuare a fare grandi somme di denaro. Dopo il 1933 la mafia diversificò le attività criminali (vecchie e nuove): gioco d'azzardo illegale, prestiti, usura, estorsione, racket di "protezione", traffico di droga, ricettazione, racket del lavoro attraverso il controllo dei sindacati. A metà del XX secolo la mafia era famosa per avere molti infiltrati nei sindacati statunitensi, in particolare International Brotherhood of Teamsters e International Longshoremen's Association. Ciò permise alle famiglie di fare breccia in esercizi commerciali legali e molto redditizi come costruzioni, demolizioni, gestione dei rifiutiautotrasporti, industria d'abbigliamento. Tra l'altro potevano irrompere nei sindacati sanitari e fondi pensione, estorcere denaro alle imprese con minacce di sciopero degli operai e partecipare a turbative d'asta. A New York la maggior parte dei progetti edili non potevano essere effettuati senza l'approvazione delle cinque famiglie. Nelle industrie portuali e di carico la mafia corrompeva i sindacalisti perché gli facessero delle soffiate sugli oggetti di valore a bordo dei cargo che arrivavano al porto; tali prodotti venivano poi rubati dai mafiosi e ricettati.

Meyer Lansky, boss del Sindacato ebraico, irruppe nell'industria del casinò a Cuba durante gli anni trenta, mentre la mafia italoamericana era già coinvolta nell'esportazione di rum e zucchero cubani e successivamente nei casinò.

Las Vegas al contrario era una "città aperta", dove ogni famiglia poteva lavorare benissimo e vivere in tranquillità. Una volta che il Nevada legalizzò il gioco d'azzardo, i mafiosi si affrettarono a prendere le fette della torta e il casinò divenne molto popolare a Las Vegas. Dal 1940 le famiglie di New York, ClevelandKansas CityMilwaukee e Chicago ebbero interesse nei casinò di Las Vegas. Si fecero dare alcuni prestiti dall'Internation Brotherhood of Teamsters, un sindacato che essi effettivamente controllavano e usavano dei prestanome per costruire i casinò. Quando il denaro arrivava in camera conteggio, degli uomini assunti lo defalcavano in contanti prima che venisse registrato, quindi consegnato al rispettivo boss.

Operando nell'ombra, Cosa nostra americana ha affrontato poca opposizione da parte delle forze dell'ordine. Le forze di polizia locali a quel tempo non avevano le risorse o le conoscenze sufficienti per lottare efficacemente contro la criminalità organizzata commessa da una società segreta della cui esistenza erano ignare. Molte persone all'interno delle forze di polizia e dei tribunali venivano semplicemente corrotte, sebbene la minaccia ai testimoni fosse frequente. Nel 1951 un comitato del Senato degli Stati Uniti chiamato Kefauver determinò che una "organizzazione criminale sinistra" conosciuta come mafia operava nella nazione. Molti presunti mafiosi sono stati citati in giudizio per degli interrogatori, ma pochi hanno testimoniato e nessuno ha dato informazioni.

 

L'atteggiamento dell'FBI

La frase del direttore dell'FBI J. Edgar Hoover, secondo cui “la mafia non esiste”, rispecchiò l'attività dell'agenzia investigativa federale, poiché mentre le attenzioni si concentravano su banditi solitari come John Dillinger, la mafia agì quasi totalmente indisturbata. Gli esperti credono che, se il fenomeno mafioso fosse stato considerato e combattuto a tutto campo negli anni trenta o quaranta, probabilmente la mafia americana avrebbe cominciato a regredire molto prima.

Nel 1957 la polizia di Stato di New York dichiarò di aver scoperto una riunione e arrestato le figure mafiose più importanti da tutto il paese ad Apalachin, sempre a New York. L'evento (soprannominato "riunione di Apalachin") costrinse l'FBI a riconoscere l'esistenza del crimine organizzato e le sue attività (traffico di droga, controllo dei sindacati e infiltrazione nella polizia americana) come un problema grave negli Stati Uniti e a cambiare il metodo d'applicazione della legge sugli indagati. Nel 1963 il mafioso Joe Valachi divenne il primo mafioso a fornire prove e informazioni dettagliate sui meccanismi interni alla mafia italoamericana e i suoi segreti. Ancora più importante, rivelò l'esistenza della mafia alla legge, che permise all'FBI di iniziare un attacco aggressivo di portata nazionale contro il Sindacato nazionale del crimine della mafia.

Dopo la testimonianza di Valachi, la mafia non riuscì più a funzionare completamente nell'oscurità. L'FBI mise in campo più sforzi e risorse contro il crimine organizzato attivo a livello nazionale e creò l'United States Organized Crime Strike Force in varie città. Tuttavia, mentre tutto questo pose grande pressione sulla mafia, poco venne effettuato per frenare le sue attività criminali. Iniziarono ad esserci dei successi solo all'inizio degli anni ottanta, quando l'FBI riuscì a liberarsi del controllo mafioso sui casinò di Las Vegas e indebolì la roccaforte della mafia nei sindacati.

Stato e mafia (1960-70)

Nel 1960 Stato e mafia sembrano muoversi insieme contro il movimento contadino. Le cosche si rafforzano ed imperversano sparando su sindaci, uomini politici, sindacalisti e lavoratori. Un giro di vite comunque scatta e centinaia di mafiosi cadono nelle retate delle forze di polizia. Più si va avanti più si parla di complicità e compiacenze tra mafia e potere. Negli anni Settanta le manette scattano anche per Genco Russo. La mafia, appena scalfita da processi e provvedimenti di polizia, lancia in pista i suoi uomini destinati a far carriera anche in politica. E’ il caso di Vito Ciancimino, il figlio del barbiere di Corleone, la primula rossa delle sanguinarie cronache di Cosa Nostra.  

Il dopoguerra e la speculazione edilizia

Nel 1950 venne varata la legge per la riforma agraria, che limitava il diritto alla proprietà terriera ed obbligava i proprietari terrieri ad effettuare opere di bonifica e trasformazione: vennero istituiti l'ERAS (Ente per la Riforma Agraria in Sicilia) e numerosi consorzi di bonifica, la cui direzione venne affidata a noti mafiosi come Calogero VizziniGiuseppe Genco Russo e Vanni Sacco, i quali realizzarono enormi profitti incassando gli indennizzi degli appezzamenti ceduti all'ERAS e poi rivenduti ai singoli contadini. La riforma agraria comportò lo smembramento della grande proprietà terriera (importante per gli interessi dei mafiosi, che dopo la riforma riuscirono a rivendere i feudi a prezzo maggiorato all'ERAS). In questo periodo l'amministrazione pubblica in Sicilia divenne l'ente più importante in fatto di economia: dal 1950 al 1953 i dipendenti regionali passarono da circa 800 ad oltre 1 350 a Palermo (sede del nuovo governo regionale), la quale era devastata dai bombardamenti del 1943 e 40 000 suoi abitanti, che avevano avuto la casa distrutta, richiedevano nuove abitazioni.

Il nuovo piano di ricostruzione edilizia però si rivelò un fallimento e sfociò in quello che venne chiamato «sacco di Palermo»: infatti quegli anni vedevano l'ascesa dei cosiddetti “Giovani Turchi” democristiani Giovanni GioiaSalvo Lima e Vito Ciancimino, i quali erano strettamente legati ad esponenti mafiosi ed andarono ad occupare le principali cariche dell'amministrazione locale; durante il periodo in cui prima Lima e poi Ciancimino furono assessori ai lavori pubblici di Palermo, il nuovo piano regolatore cittadino sembrò andare in porto nel 1956 e nel 1959 ma furono apportati centinaia di emendamenti, in accoglimento di istanze di privati cittadini (molti dei quali in realtà erano uomini politici e mafiosi, a cui si aggiungevano parenti e associati), che permisero l'abbattimento di numerose residenze private in stile Liberty costruite alla fine dell'Ottocento nel centro di Palermo. In particolare, nel periodo in cui Ciancimino fu assessore (1959-64), delle 4 000 licenze edilizie rilasciate, 1 600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia, e furono anche favoriti noti costruttori mafiosi (Francesco Vassallo e i fratelli Girolamo e Salvatore Moncada), che riuscirono a costruire edifici che violavano le clausole dei progetti e delle licenze edilizie.

Inoltre nell'immediato dopoguerra numerosi mafiosi americani (Lucky LucianoJoe AdonisFrank CoppolaNick GentileFrank Garofalo) si trasferirono in Italia e divennero attivi soprattutto nel traffico di stupefacenti verso il Nordamerica, stabilendo collegamenti con i gruppi mafiosi palermitani (Angelo La BarberaSalvatore Greco, Antonino Sorci, Tommaso Buscetta, Pietro Davì, Rosario Mancino e Gaetano Badalamenti) e trapanesi (Salvatore Zizzo, Giuseppe Palmeri, Vincenzo Di Trapani e Serafino Mancuso), i quali incettavano sigarette estere ed eroina presso i contrabbandieri corsi e tangerini. Nell'ottobre 1957 si tennero una serie di incontri presso il Grand Hotel et des Palmes di Palermo tra mafiosi americani e siciliani (Gaspare Magaddino, Cesare ManzellaGiuseppe Genco Russo ed altri): gli inquirenti dell'epoca sospettarono che si incontrarono per concordare l'organizzazione del traffico degli stupefacenti. Secondo il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, nel 1957 il mafioso siculo-americano Joseph Bonanno (che si trovava in visita a Palermo) prospettò l'idea di creare una «Commissione» sul modello di quella dei mafiosi americani, di cui dovevano fare parte tutti i capi dei "mandamenti" della provincia di Palermo e doveva avere il compito di dirimere le dispute tra le singole Famiglie della provincia.

La "prima guerra di mafia" e la Commissione parlamentare antimafia

Le tensioni latenti riguardo agli affari illeciti e al territorio sfociarono nell'uccisione del boss Calcedonio Di Pisa (26 dicembre 1962), che ruppe una fragile tregua raggiunta tra i principali mafiosi palermitani del tempo; l'omicidio venne compiuto da Michele Cavataio (capo della Famiglia dell'Acquasanta), che voleva fare ricadere la responsabilità sui fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (temibili mafiosi di Palermo Centro): il conflitto venne scatenato da Antonino Matranga (capo della cosca di Resuttana), Mariano Troia (capomafia di Boccadifalco) e Michele Cavataio, che erano rivali dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (capimafia di Palermo centro), i quali stavano acquisendo molta autorità per via della loro spregiudicatezza e volevano escludere i primi dalla Commissione per il divieto di congiungere in una sola persona il ruolo di capo della cosca di appartenenza e quello di capo mandamento; inoltre, vi erano fratture tra i mafiosi di Porta Nuova (appoggiati dai La Barbera) e quelli della Noce (guidati dal boss Calcedonio di Pisa) per una questione d’onore. Secondo gli inquirenti dell’epoca, in questo contesto si collocava anche una truffa a proposito di una partita di eroina: agli inizi del 1962 i fratelli La Barbera, Cesare Manzella, Salvatore Greco, e il suo cugino omonimo Salvatore Greco, avevano finanziato una spedizione di eroina, che venne affidata a Calcedonio Di Pisa, il quale la doveva consegnare ai corrieri americani; Di Pisa aveva però consegnato ai soci una somma inferiore a quella stabilita adducendo di essere stato truffato dai compratori. In una riunione della Commissione che doveva decidere sul caso, si stabilì che Di Pisa non era colpevole di avere sottratto una parte dell’eroina al fine di non rompere una fragile tregua raggiunta tra i principali mafiosi del tempo. Ma questa decisione non soddisfò i La Barbera, che non celarono il loro malcontento.

Dopo l'assassinio di Di Pisa, vi furono una serie di omicidi, sparatorie ed autobombe; Cavataio si associò ai boss Pietro Torretta ed Antonino Matranga (rispettivamente capi delle Famiglie dell'Uditore e di Resuttana): gli omicidi compiuti da Cavataio e dai suoi associati culminarono nella strage di Ciaculli (30 giugno 1963), in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine dilaniati dall'esplosione di un'autobomba che stavano disinnescando e che era destinata al mafioso rivale Salvatore "Cicchiteddu" Greco (capo del "mandamento" di Brancaccio-Ciaculli).

La strage di Ciaculli provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei mesi successivi vi furono circa duemila arresti di sospetti mafiosi nella provincia di Palermo: per queste ragioni, secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Antonino Calderone, la "Commissione" di Cosa nostra venne sciolta e molte cosche mafiose decisero di sospendere le proprie attività illecite. Nello stesso periodo la Commissione Parlamentare Antimafia iniziava i suoi lavori, raccogliendo notizie e dati necessari alla valutazione del fenomeno mafioso, proponendo misure di prevenzione e svolgendo indagini su casi particolari, e concluderà queste indagini soltanto nel 1976, dopo numerosi dibattiti e polemiche. Intanto si svolsero alcuni processi contro i protagonisti dei conflitti mafiosi di quegli anni arrestati in seguito alla strage di Ciaculli: nel 1968 (il famoso "processo dei 117"); in dicembre venne pronunciata la sentenza ma solo alcuni ebbero condanne pesanti e il resto degli imputati furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, siccome avevano aspettato il processo in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente; un altro processo si svolse a Bari nel 1969 contro i protagonisti di una faida mafiosa avvenuta a Corleone alla fine degli anni cinquanta: gli imputati vennero tutti assolti per insufficienza di prove.

Nel marzo 1973 Leonardo Vitale, membro della cosca di Altarello di Baida, si presentò spontaneamente alla questura di Palermo e dichiarò agli inquirenti che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita; infatti si autoaccusò di numerosi reati, rivelando per primo l'esistenza di una "Commissione" e descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa nostra e l'organizzazione di una cosca mafiosa: si trattava del primo mafioso del dopoguerra che decideva di collaborare apertamente con le autorità e il caso venne citato nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia (redatta nel 1976). Tuttavia Vitale non venne ritenuto credibile e la sua pena commutata in detenzione in un manicomio criminale perché dichiarato "seminfermo di mente"; scontata la pena e dimesso, Vitale verrà ucciso nel 1984.

La stagione dei grandi traffici: “la prima guerra di mafia”

Dopo la fine dei grandi processi, venne decisa l'eliminazione di Michele Cavataio poiché era il principale responsabile di molti delitti della "prima guerra di mafia", compresa la strage di Ciaculli, che avevano provocato la dura repressione delle autorità contro i mafiosi: per queste ragioni, il 10 dicembre 1969 un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Santa Maria di GesùCorleone e Riesi (Salvatore RiinaBernardo ProvenzanoCalogero Bagarella, Emanuele D'Agostino, Gaetano Grado, Damiano Caruso) trucidò Cavataio nella cosiddetta «strage di viale Lazio». Dopo l'uccisione di Cavataio, nel 1970 si tennero una serie di incontri a ZurigoMilano e Catania, a cui parteciparono mafiosi della provincia di Palermo (Salvatore GrecoGaetano BadalamentiStefano BontateTommaso BuscettaLuciano Liggio) e di altre province (Giuseppe Calderone, capo della Famiglia di Catania, e Giuseppe Di Cristina, rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta subentrato al boss Giuseppe Genco Russo), i quali discussero sulla ricostruzione della "Commissione". Durante gli incontri, venne costituito una specie di "triumvirato" provvisorio per dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo, che era composto da Stefano BontateGaetano Badalamenti e Luciano Leggio (capo della cosca di Corleone), benché si facesse spesso rappresentare dal suo vice Salvatore Riina. Infatti nello stesso periodo il "triumvirato" provvisorio ordinò la sparizione del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre 1970), che rimase vittima della «lupara bianca» forse per aver scoperto un coinvolgimento dei mafiosi nell'uccisione del politico Enrico Mattei o nel Golpe Borghese (tentato colpo di Stato avvenuto nel 1970). Le indagini per la scomparsa del giornalista furono coordinate dal procuratore Pietro Scaglione, che il 5 maggio 1971 rimase vittima di un agguato a Palermo insieme al suo autista Antonino Lo Russo: si trattava del primo "omicidio eccellente" commesso dall'organizzazione mafiosa nel dopoguerra.

Nel 1974 una nuova "Commissione" divenne operativa e il boss Gaetano Badalamenti venne incaricato di dirigerla; l'anno successivo il boss Giuseppe Calderone propose la creazione di una "Commissione regionale", che venne chiamata la «Regione», un comitato composto dai rappresentanti mafiosi delle province di PalermoTrapaniAgrigentoCaltanissettaEnna e Catania, che doveva decidere su questioni e affari illeciti riguardanti gli interessi mafiosi di più province; Calderone venne anche incaricato di dirigere la «Regione» e fece approvare dagli altri rappresentanti il divieto assoluto di compiere sequestri di persona in Sicilia per porre fine ai rapimenti a scopo di estorsione compiuti dal boss Luciano Leggio e dal suo vice Salvatore Riina: infatti Leggio e Riina compivano sequestri contro imprenditori e costruttori vicini ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti per danneggiarne il prestigio, e si erano avvicinati numerosi mafiosi della provincia di Palermo (tra cui Michele GrecoBernardo BruscaAntonino GeraciRaffaele Ganci) e di altre province (Mariano Agate Francesco Messina Denaro nella provincia di TrapaniCarmelo Colletti e Antonio Ferro nella provincia di Agrigento, Francesco Madonia nella provincia di CaltanissettaBenedetto Santapaola a Catania), costituendo la cosiddetta fazione dei "Corleonesi" avversa al gruppo Bontate-Badalamenti.

Inoltre gli anni 1973-74 videro un boom del contrabbando di sigarette estere, che aveva il suo centro di smistamento a Napoli: infatti i mafiosi palermitani e catanesi acquistavano carichi di sigarette attraverso Michele Zaza. Tuttavia nella seconda metà degli anni settanta numerose cosche divennero attive soprattutto nel traffico di stupefacenti: infatti facevano acquistare morfina base dai trafficanti turchi e thailandesi attraverso contrabbandieri già attivi nel traffico di sigarette e la facevano raffinare in eroina in laboratori clandestini comuni a tutte le Famiglie, che erano attivi a Palermo e nelle vicinanze; l'esportazione dell'eroina in Nordamerica faceva capo ai mafiosi palermitani Gaetano BadalamentiSalvatore InzerilloStefano BontateGiuseppe Bono ma anche ai Cuntrera-Caruana della Famiglia di Siculiana, in provincia di Agrigento: secondo dati ufficiali, in quel periodo i mafiosi siciliani avevano il controllo della raffinazione, spedizione e distribuzione di circa il 30% dell'eroina consumata negli Stati Uniti.

Nel 1977 Riina e il suo sodale Bernardo Provenzano (che avevano preso il posto di Leggio, arrestato nel 1974) ordinarono l'uccisione del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, senza però il consenso della "Commissione regionale": Giuseppe Di Cristina si era opposto all'omicidio perché avverso alla fazione corleonese e quindi legato a Bontate e Badalamenti. Nel 1978 Francesco Madonia (capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta) venne assassinato nei pressi di Butera, su mandato di Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone poiché era legato a Riina e Provenzano, i quali, in risposta all'omicidio Madonia, assassinarono Di Cristina a Palermo mentre qualche tempo dopo anche Giuseppe Calderone finì ucciso dal suo sodale Benedetto Santapaola, che era passato alla fazione corleonese. Nello stesso periodo Riina fece espellere dalla "Commissione" anche Badalamenti (che fuggì in Brasile per timore di essere eliminato) e venne incaricato di sostituirlo Michele Greco (capo del "mandamento" di Brancaccio-Ciaculli, che era strettamente legato alla fazione corleonese).

Nel 1979, la "Commissione", ormai composta in maggioranza dai Corleonesi, scatenò una serie di "omicidi eccellenti": in quei mesi vennero trucidati il giornalista Mario Francese (26 gennaio), il segretario democristiano Michele Reina (9 marzo), il commissario Boris Giuliano (21 luglio) e il giudice Cesare Terranova (25 settembre); nell'anno successivo vi furono altri tre "cadaveri eccellenti": il presidente della Regione Piersanti Mattarella (6 gennaio), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il procuratore Gaetano Costa (6 agosto), che venne fatto assassinare dal boss Salvatore Inzerillo per mandare un segnale ai Corleonesi, dimostrando che anche lui era capace di ordinare un omicidio "eccellente".

La "seconda guerra di mafia”

La seconda guerra di mafia fu un conflitto interno a Cosa nostra svoltosi in Sicilia tra il 1981 e il 1984, che vide l’affermarsi dei clan dei corleonesi come fazione egemone. Il conflitto scaturì da una forte instabilità interna all’organizzazione mafiosa, scossa dai nuovi grossissimi interessi del traffico internazionale di eroina e delle nuove ambizioni della fazione di Corleone capeggiata da Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella. In quegli anni si registra l’ascesa del “clan dei corleonesi”, i quali impongono il potere criminale con vari omicidi.

Nel marzo 1981 Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia e strettamente legato a Bontate, rimase vittima della «lupara bianca» per ordine dei Corleonesi; Bontate organizzò allora l'uccisione di Riina, il quale reagì facendo assassinare prima Bontate (23 aprile) e poi anche il suo associato Salvatore Inzerillo (11 maggio). Nel periodo successivo a questi omicidi, numerosi mafiosi appartenenti alle cosche di Bontate e Inzerillo vennero attirati in imboscate dai loro stessi associati e fatti sparire; il gruppo di fuoco corleonese eliminò anche numerosi rivali nella zona tra BagheriaCasteldaccia ed Altavilla Milicia, che venne soprannominata «triangolo della morte» dalla stampa dell'epoca: in quell'anno (1981) si contarono circa 200 omicidi a Palermo e nella provincia, a cui si aggiunsero numerose «lupare bianche»; nel novembre 1982 furono ammazzati una dozzina di mafiosi di Partanna-Mondello, della Noce e dell'Acquasanta nel corso di una grigliata all'aperto nella tenuta di Michele Greco e i loro corpi spogliati e buttati in bidoni pieni di acido: nella stessa giornata, in ore e luoghi diversi di Palermo, furono anche uccisi numerosi loro associati per evitarne la reazione.

Il massacro si estese perfino negli Stati UnitiPaul Castellano, capo della Famiglia Gambino di New York, inviò i mafiosi Rosario Naimo e John Gambino (imparentato con gli Inzerillo) a Palermo per accordarsi con la "Commissione", la quale stabilì che i parenti superstiti di Inzerillo fuggiti negli Stati Uniti avrebbero avuta salva la vita a condizione che non tornassero più in Sicilia ma, in cambio della loro fuga, Naimo e Gambino dovevano trovare ed uccidere Antonino e Pietro Inzerillo, rispettivamente zio e fratello del defunto Salvatore, fuggiti anch'essi negli Stati Uniti: Antonino Inzerillo rimase vittima della «lupara bianca» a Brooklyn mentre il cadavere di Pietro venne ritrovato nel bagagliaio di un'auto a Mount Laurel, nel New Jersey, con una mazzetta di dollari in bocca e tra i genitali (14 gennaio 1982).

Tra il 1981 e il 1983 vennero commessi efferati omicidi contro 35 tra parenti e amici di Salvatore Contorno, un ex uomo di Bontate che era sfuggito ad agguato per le strade di Brancaccio (15 giugno 1981); si attuarono vendette trasversali pure contro i familiari di Gaetano Badalamenti e del suo associato Tommaso Buscetta, i quali risiedevano in Brasile ed erano sospettati di fornire aiuto al mafioso Giovannello Greco, che apparteneva alla fazione corleonese ma era considerato un "traditore" perché era stato amico di Salvatore Inzerillo ed aveva tentato di uccidere Michele Greco: il padre, lo zio, il suocero e il cognato di Giovannello Greco furono assassinati ma anche i due figli di Buscetta rimasero vittime della «lupara bianca» e gli vennero uccisi un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti.

Nello stesso periodo, nelle altre province Riina e Provenzano imposero i propri uomini di fiducia, che eliminarono i mafiosi locali che erano stati legati al gruppo Bontate-Badalamenti: infatti Francesco Messina Denaro (capo del "mandamento" di Castelvetrano) divenne il rappresentante mafioso della provincia di TrapaniCarmelo Colletti della provincia di AgrigentoGiuseppe "Piddu" Madonia (capo del "mandamento" di Vallelunga Pratameno) di quella di Caltanissetta, mentre Benedetto Santapaola divenne capo della Famiglia di Catania.

In queste circostanze, la "Commissione" (ormai composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e Provenzano) ordinò l'omicidio dell'onorevole Pio La Torre, che era giunto da pochi mesi in Sicilia per prendere la direzione regionale del PCI ed aveva proposto un disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi di provenienza illecita: il 30 aprile 1982 La Torre venne trucidato insieme al suo autista Rosario Di Salvo in una strada di Palermo.

In seguito al delitto La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si insediò come prefetto di Palermo e il ministro Rognoni aveva promesso a Dalla Chiesa poteri di coordinamento fuori dall'ordinario per contrastare l'emergenza mafiosa ma tali poteri non gli furono mai concessi. Per queste ragioni Dalla Chiesa denunciò il suo stato di isolamento con una famosa intervista al giornalista Giorgio Bocca, in cui parlò anche dei legami tra le cosche ed alcune famose imprese catanesi; infine il 3 settembre 1982, dopo circa cento giorni dal suo insediamento a Palermo, Dalla Chiesa venne brutalmente assassinato da un gruppo di fuoco mafioso insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo.

Gli anni ottanta, i primi pentiti e i processi

L'omicidio del generale Dalla Chiesa provocò molto scalpore nell'opinione pubblica italiana e nei giorni successivi il governo Spadolini II varò la legge 13 settembre 1982 n. 646 (detta "Rognoni-La Torre" dal nome dei promotori del disegno di legge) che introdusse nel codice penale italiano l'art. 416-bis, il quale prevedeva per la prima volta nell'ordinamento italiano il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita.

Tutto ciò indusse i mafiosi a scatenare ritorsioni contro i magistrati che applicavano questa nuova norma: il 26 gennaio 1983 venne ucciso il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, il quale era impegnato in importanti inchieste sui mafiosi della provincia di Trapani e preparava il suo trasferimento alla Procura di Firenze, da dove avrebbe potuto disturbare gli interessi mafiosi in Toscana; il 29 luglio un'autobomba parcheggiata sotto casa uccise Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, insieme a due agenti di scorta e al portiere del condominio.

Dopo l'assassinio di Chinnici, il giudice Antonino Caponnetto, che lo sostituì a capo dell'Ufficio Istruzione, decise di istituire un "pool antimafia", ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso, di cui chiamò a far parte i magistrati Giovanni FalconePaolo BorsellinoGiuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta; essi, basandosi soprattutto su indagini bancarie e patrimoniali, vecchi rapporti di polizia e procedimenti odierni, raccolsero un abbondante materiale probatorio che andò a confermare le dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che avevano deciso di collaborare con la giustizia poiché erano stati vittime di vendette trasversali contro i loro parenti e amici durante la «seconda guerra di mafia»: il 29 settembre 1984 le dichiarazioni di Buscetta produssero 366 ordini di cattura mentre quelle di Contorno altri 127 mandati di cattura, nonché arresti eseguiti tra PalermoRomaBari e Bologna. Per queste ragioni, la "Commissione" incaricò il boss Pippo Calò di organizzare insieme ad alcuni terroristi neri e camorristi la strage del Rapido 904 (23 dicembre 1984), che provocò 17 morti e 267 feriti, al fine di distogliere l'attenzione delle autorità dalle indagini del pool antimafia e dalle dichiarazioni di Buscetta e Contorno.

L'8 novembre 1985 il giudice Falcone depositò l'ordinanza-sentenza di 8 000 pagine che rinviava a giudizio 476 indagati in base alle indagini del pool antimafia supportate dalle dichiarazioni di Buscetta, Contorno e altri ventitré collaboratori di giustizia: il cosiddetto "maxiprocesso" che ne scaturì iniziò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un'aula bunker appositamente costruita all'interno del carcere dell'Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli che vennero comminati tra gli altri a Nitto SantapaolaBernardo Provenzano e Salvatore Riina, giudicati in contumacia.

In seguito alla sentenza di primo grado, il 25 settembre 1988 il giudice Antonino Saetta venne ucciso insieme al figlio Stefano lungo la strada statale Caltanissetta Agrigento da alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro per fare un favore a Riina e ai suoi associati palermitani: infatti Saetta avrebbe dovuto presiedere il grado di Appello del Maxiprocesso ed aveva già condannato all'ergastolo i responsabili dell'omicidio del capitano Emanuele Basile. Infatti il 10 dicembre 1990 la Corte d'assise d'appello ridusse drasticamente le condanne di primo grado del Maxiprocesso, accettando soltanto parte delle dichiarazioni di Buscetta e Contorno.

Gli anni novanta: le stragi e la trattativa con lo Stato italiano

L'avvio della stagione degli attentati venne deciso nel corso di alcune riunioni ristrette della "Commissione interprovinciale" del settembre-ottobre 1991 e subito dopo in una riunione della "Commissione provinciale" presieduta da Salvatore Riina, svoltasi nel dicembre 1991: specialmente durante questo incontro, venne deciso ed elaborato un piano stragista "ristretto", che prevedeva l'assassinio di nemici storici di Cosa nostra (i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e di personaggi rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l'onorevole Salvo Lima.

Il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò tutte le condanne del Maxiprocesso, compresi i numerosi ergastoli a Riina e agli altri boss, avallando le dichiarazioni di Buscetta e Contorno. In seguito alla sentenza della Cassazione, nel febbraio-marzo 1992 si tennero riunioni ristrette della "Commissione", sempre presiedute da Riina, che decisero di dare inizio agli attentati e stabilirono nuovi obiettivi da colpire: il 12 marzo Salvo Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche; il 23 maggio avvenne la strage di Capaci, in cui persero la vita Falcone, la moglie ed alcuni agenti di scorta; il 19 luglio avvenne la strage di via d'Amelio, in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e gli agenti di scorta: in seguito a questa ennesima strage, il governo reagì dando il via all'"Operazione Vespri siciliani", con cui vennero inviati 7 000 uomini dell'esercito in Sicilia per presidiare gli obiettivi sensibili e oltre cento detenuti mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell'Asinara e di Pianosa per isolarli dal mondo esterno; il 19 settembre venne ucciso Ignazio Salvo (imprenditore e mafioso di Salemi), anche lui rivelatosi inaffidabile perché era stato legato a Salvo Lima.

Il 15 gennaio 1993 Riina venne arrestato dagli uomini del ROS dell'Arma dei Carabinieri. In seguito all'arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Leoluca BagarellaGiovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) e altri contrari, mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente": il 14 maggio avvenne un attentato dinamitardo in via Ruggiero Fauro a Roma ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, il quale però ne uscì illeso.

La notte del 27 luglio esplosero quasi contemporaneamente tre autobombe a Roma e Milano, devastando le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro nonché il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano (cinque morti e una trentina di feriti in tutto); (27 luglio 1993) il 23 gennaio 1994 era programmato un altro attentato dinamitardo contro il presidio dell'Arma dei Carabinieri in servizio allo Stadio Olimpico di Roma durante le partite di calcio ma un malfunzionamento del telecomando che doveva provocare l'esplosione fece fallire il piano omicida (episodio ricordato come il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma). Inoltre nel novembre 1993 i boss Leoluca BagarellaGiuseppe GravianoGiovanni Brusca e Matteo Messina Denaro avevano organizzato il sequestro di Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino (che stava collaborando con la giustizia) a ritrattare le sue dichiarazioni, nel quadro di una strategia di ritorsioni verso i collaboratori di giustizia; infine, dopo 779 giorni di prigionia, Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido nitrico.

A partire dal 1993 si svolse un importante processo per mafia, intentato dalla Procura di Palermo nei confronti dell'ex Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti. Alla fine di un lungo iter giudiziario la Corte di Appello di Palermo nel 2003 accerterà una «... autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980», sentenza confermata nel 2004 dalla Cassazione.

Il 27 gennaio 1994 vennero arrestati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, che si erano occupati dell'organizzazione degli attentati e per questo la strategia delle bombe si fermò. In quel periodo numerosi mafiosi iniziarono a collaborare con la giustizia per via delle dure condizioni d'isolamento in carcere previste dalla nuova norma del 41-bis e dalle nuove leggi in materia di collaborazione: nel 1996 il numero dei collaboratori di giustizia raggiunse il livello record di 424 unità; contemporaneamente le indagini della neonata Direzione Investigativa Antimafia portarono all'arresto di numerosi latitanti (Leoluca BagarellaPietro AglieriGiovanni Brusca ed altre decine di mafiosi).

Gli anni duemila e l'arresto di Provenzano

A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era l'alter-ego di Riina fin dagli anni cinquanta), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera, cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo da accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando ulteriori conflitti.

Benché Bernardo Provenzano si trovi ad essere l'ultimo dei vecchi boss, Cosa nostra non gode più di massiccio consenso, come sino a prima degli anni novanta. Nel 2002 viene arrestato il boss Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano che diviene collaboratore di giustizia. L'11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da Corleone.

Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo assieme al figlio Sandro.

In seguito all'arresto dei Lo Piccolo si riteneva che al vertice dell'organizzazione criminale vi fosse Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano (Trapani), latitante dal 1993.

Gli anni duemiladieci e l'arresto di Settimo Mineo

Nonostante la ricerca dei superlatitanti Matteo Messina Denaro e Giovanni Motisi da parte delle forze dell'ordine prosegue, il 4 dicembre 2018 il comando dei Carabinieri del capoluogo siciliano effettuano un'importante operazione chiamata "Cupola 2.0" che ha portato all'arresto di 46 persone per associazione mafiosa. Tra loro il gioielliere ottantenne Settimo Mineo, ritenuto il nuovo capo dei capi di Cosa nostra tramite elezione unanime in un summit organizzato da tutti i capi regionali il 29 maggio. Secondo gli inquirenti tale incontro ha posto le basi per la costituzione di una nuova commissione provinciale dopo 25 anni dall'ultima formazione da parte dei corleonesi ponendo Mineo come l'erede assoluto di Salvatore Riina.

L'arresto di quest'ultimo come dichiarato dal Procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dal pm Antonio Ingroia mette in dubbio per la prima volta la posizione di potere di Matteo Messina Denaro nell'organizzazione visto che anche per tradizione il capo assoluto di Cosa nostra non è mai stato un membro situato al di fuori della provincia di Palermo.

Il 22 gennaio 2019 grazie alle rivelazioni dei due nuovi collaboratori Filippo Colletti boss di Villabate e Filippo Bisconti, capomandamento di Belmonte Mezzagno, arrestati nell'ultima operazione, vengono catturate 7 persone tra cui Leandro Greco, nipote di Michele Greco detto "il Papa" e Calogero Lo Piccolo, figlio di Salvatore, con l'accusa di riformare ed organizzare una nuova commissione provinciale dopo l'arresto di Settimo Mineo.

Cosa nostra: organizzazione e struttura

Secondo le dichiarazioni dei numerosi collaboratori di giustizia, l'aggregato principale di Cosa nostra è la Famiglia (detta anche cosca), composta da elementi criminali che hanno tra loro vincoli o rapporti di affinità i quali si aggregano per controllare tutti gli affari leciti e illeciti della zona dove operano; i componenti di una Famiglia collaborano con uno o più aspiranti mafiosi non ancora affiliati solitamente chiamati "avvicinati", i quali sono possibili candidati all'affiliazione e quindi vengono messi alla prova per saggiare la loro affidabilità, facendogli compiere numerose "commissioni", come il contrabbando, la riscossione del denaro delle estorsioni, il trasporto di armi da un covo all'altro, l'esecuzione di omicidi e il furto di automobili e moto per compiere atti delittuosi. Per essere affiliati nella Famiglia, esiste un rituale particolare (la cosiddetta "punciuta") che consiste nella presentazione dell'avvicinato ai componenti della Famiglia locale in riunione e, alla presenza di tutti, pronuncia un giuramento di fedeltà.

I membri di una Famiglia eleggono per alzata di mano un proprio capo, che è solo un rappresentante, il quale nomina un sottocapo, un consigliere e uno o più capidecina, i quali hanno l'incarico di avvisare tutti gli affiliati della Famiglia quando si svolgono le riunioni. I rappresentanti di tre o quattro Famiglie contigue eleggono un capomandamento; tutti i mandamenti di una provincia eleggono il rappresentante provinciale, che poi nomina un sottocapo provinciale e un consigliere. Il collaboratore di giustizia Antonino Calderone dichiarò che «[...] originariamente a Palermo, come in tutte le altre province siciliane, vi erano le cariche di "rappresentante provinciale", "vice-rappresentante" e "consigliere provinciale". Le cose mutarono con Salvatore Greco "Cicchiteddu" [nel 1957] poiché venne creato un organismo collegiale, denominato "Commissione", e composto dai capi-mandamento»; anche il collaboratore Francesco Marino Mannoia dichiarò che «[...] soltanto a Palermo l'organismo di vertice di Cosa nostra è la "Commissione"; nelle altre province, vi è un organismo singolo costituito dal rappresentante provinciale».

I rappresentanti della provincia sono, a loro volta, componenti della cosiddetta "Commissione interprovinciale", soprannominata anche la "Regione", che nomina un rappresentante regionale e si riuniva solitamente per deliberare su importanti decisioni riguardanti gli interessi mafiosi di più province che esulavano dall'ambito provinciale e che interessano i territori di altre Famiglie. In quasi tutte le municipalità della Sicilia esiste almeno una cellula mafiosa di Cosa Nostra.

I delitti degli anni 1992-1994

La legge 19 luglio 2013, n. 87, istitutiva della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, attribuisce all’organo parlamentare anche il compito di svolgere inchieste sul “rapporto tra mafia e politica” con riferimento ai delitti e stragi di carattere politico-mafioso succedutisi nei diversi momenti storici (articolo 1, comma 1, lett. f). Tale specifica previsione normativa comparve per la prima volta nella legge istitutiva della Commissione parlamentare antimafia della precedente legislatura (legge 4 agosto 2008, n.132). All’iniziativa legislativa contribuì in modo determinante il fatto che, nella primavera del 2008, il tema era tornato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sotto la spinta di eventi giudiziari recenti – quali la nuova collaborazione con la giustizia di Gaspare Spatuzza che apriva nuovi scenari sulla storia delle stragi e l’inchiesta nota come “trattativa Stato-mafia” – e di autorevoli commenti che avevano arricchito il quadro delle conoscenze e sollevato inquietanti interrogativi. La maggior parte del lavoro della Commissione antimafia della XVI legislatura fu dedicata all’inchiesta sui grandi delitti di mafia degli anni 1992-94 e alla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, con l’acquisizione di ampia documentazione alla quale questa Commissione ha fatto riferimento sin dall’inizio dei propri lavori. Nell’audizione dell’11 giugno 1993, il capo della Polizia, prefetto Parisi, riferì alla Commissione parlamentare antimafia che “il coinvolgimento della mafia nelle ultime operazioni criminali (...) non appare che situabile in un disegno ancor più ampio, laddove interessi macroscopici illeciti, sistemazioni di profitti, gestioni d’intese con altre componenti delinquenziali e affaristiche, nazionali e internazionali, emergono con ogni evidenza”. A sua volta, l’allora direttore della DIA, Gianni De Gennaro, pur riconoscendo il contesto mafioso delle stragi intravedeva, specialmente in quella di via D’Amelio, “elementi tali da far sospettare che l’intero progetto eversivo non fosse di esclusiva gestione dei vertici di cosa nostra, bensì che allo stesso potessero aver contribuito altri esponenti di un più vasto potere criminale. Era infatti evidente nell’omicidio Borsellino una chiara anomalia nel tradizionale comportamento mafioso, avvezzo a calibrare le proprie azioni delittuose sì da raggiungere il massimo risultato con il minimo danno; al delitto, infatti, era stata data una cadenza temporale tale da accelerare l’azione reattiva delle istituzioni, con un conseguente ed apparente danno per l’organizzazione criminale”. Per il presidente era dunque ragionevole ipotizzare, sin dall’inizio, che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si fosse verificata una convergenza di interessi tra cosa nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Nel prosieguo dell’attività d’inchiesta quella stessa Commissione ascoltò, in numerose sedute, eminenti figure istituzionali che nel periodo stragista avevano ricoperto importanti incarichi giudiziari e di governo, tra le quali il Procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, e il suo successore Pietro Grasso, il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palermo, Francesco Messineo, il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta, Sergio Lari, i ministri della giustizia dell’epoca, Claudio Martelli e Giovanni Conso, i ministri dell’interno, Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, il Presidente del Consiglio dei ministri pro-tempore, Giuliano Amato, e il presidente della Commissione antimafia dell’XI legislatura, Luciano Violante. In seguito alle dichiarazioni rese, in data 11 novembre 2010, dal Guardasigilli, professor Conso, assunse particolare rilievo, nella vicenda delle stragi, la gestione dei provvedimenti relativi al regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Per tale motivo, quella Commissione decise di approfondire la materia, dedicando numerose audizioni ai funzionari del Ministero della giustizia del tempo, ai rappresentanti delle forze dell’ordine del medesimo periodo, ai testimoni di fatti specifici sulle vicende del regime speciale. Le audizioni dei vertici delle procure titolari delle indagini sulle stragi di mafia e sulla cosiddetta “trattativa” consentirono, infine, alla Commissione, di avviare una proficua collaborazione con le stesse autorità giudiziarie attraverso l’acquisizione reciproca di documenti. La complessiva attività di inchiesta, alla quale furono dedicate 37 sedute con l’audizione di 36 persone, non si concluse con l’approvazione di una relazione organica ma con le comunicazioni del presidente del 9 gennaio 2013 a cui fece seguito un ampio dibattito, svolto nella seduta del 15 gennaio, nel quale emersero posizioni contrarie e contributi diversi rispetto a quelli della presidenza. Secondo la posizione espressa dal senatore Pisanu, non ci fu una vera e propria trattativa fra pezzi dello Stato e cosa nostra ma “una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto”; gli uomini delle istituzioni che ebbero contatto con i mafiosi erano del tutto “privi di un mandato politico” ed ebbero rapporti con criminali che, a loro volta, erano “divisi tra loro e quindi privi anche loro di un mandato univoco e sovrano”. Ci furono tra le due parti solo convergenze tattiche, ma con strategie divergenti: i carabinieri del ROS volevano far cessare le stragi, i mafiosi volevano invece svilupparle fino a piegare le istituzioni. Lo stesso presidente Pisanu, nel concludere le proprie comunicazioni, oltre a rammentare che, all’esito dell’inchiesta, non si erano dissipate molte delle ombre che aveva già intravisto nelle comunicazioni del 30 giugno 2010, osservava che erano conosciute “le ragioni e le rivendicazioni che spinsero cosa nostra a progettare e a eseguire le stragi, ma è logico dubitare che agì e pensò da sola” e che “di certo non prese ordini da nessuno, perché ha sempre badato al primato dei suoi interessi e all’autonomia delle sue decisioni. Tuttavia, quando le è convenuto, quando vi è stata convergenza di interessi, non ha esitato a collaborare con altre entità criminali, economiche, politiche e sociali”. Anche questa Commissione, in prosecuzione dei lavori svolti nella precedente legislatura, ha affrontato il complesso argomento delle stragi a carattere politico-mafioso degli anni 1992-1994. Nello svolgimento delle attività, ci si è dovuti confrontare con le acquisizioni della precedente Commissione e, soprattutto, con una serie di accadimenti, emersi sin dall’inizio dei lavori e per tutto il corso degli stessi, che trovavano la loro naturale sede di analisi e sviluppo nell’ambito giudiziario. Uno di questi eventi era il dibattimento del cosiddetto “Borsellino-quater”, celebrato a Caltanissetta in seguito alla revisione dei precedenti processi, cioè il “Borsellino” e il “Borsellino-bis, che erano stati fondati sulle dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia, le quali, in seguito alle propalazioni rese, a partire dal 2008, da Gaspare Spatuzza, appartenuto alla “famiglia” capeggiata dai fratelli Graviano, finirono per rilevarsi false e contaminate. Mentre per i soggetti che erano stati ingiustamente condannati e che avevano subito oltre un decennio di detenzione, la corte d’assise d’appello di Catania, il 27 ottobre 2011, disponeva la sospensione della pena, a sua volta, la direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta istruiva il nuovo procedimento che vedeva quali indagati sia alcuni altri appartenenti a cosa nostra quali responsabili della strage di via D’Amelio, sia i quattro “falsi pentiti”, collaboratori costruiti a tavolino o indotti a mentire, quali autori di dichiarazioni calunniose. Esercitata l’azione penale, alcuni imputati optavano per il rito abbreviato nel cui ambito, il 13 marzo 2013, il GUP di Caltanissetta condannava i collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina per il ruolo avuto nella strage, nonché il falso collaboratore Salvatore Candura per il delitto di calunnia aggravata. La restante parte del processo, celebrata con il rito ordinario, si concludeva, invece, con la recente sentenza della corte di assise di Caltanissetta del 20 aprile 2017. In particolare, venivano condannati alla pena dell’ergastolo gli altri due mafiosi accusati della strage, Salvino Madonia (del mandamento di San Lorenzo, tra i mandanti) e Vittorio Tutino (del mandamento di Brancaccio, tra gli esecutori), nonché, alla pena di dieci anni di reclusione, per il delitto di calunnia aggravata, i “falsi pentiti” Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Nei confronti di Vincenzo Scarantino, invece, veniva dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato essendo stata riconosciuta l’attenuante di cui all’articolo 114 del codice penale, che già da ora può lasciare intendere che egli sia stato indotto da terzi a commettere il delitto. Infine, veniva disposta la trasmissione degli atti alla procura della Repubblica di Caltanissetta per nuovi approfondimenti. Contestualmente allo svolgimento del processo “Borsellino-quater”, venivano svolte le indagini, dalla stessa procura di Caltanissetta, a carico di alcuni appartenenti al gruppo investigativo, appositamente istituito con decreto ministeriale per indagare sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, capeggiato da Arnaldo La Barbera. Si era ipotizzato, invero, parallelamente ai fatti che avevano portato alla revisione dei due processi, che lo stesso La Barbera, ormai deceduto, tramite altri tre funzionari, avesse indotto i falsi collaboratori, come detto verosimilmente costruiti a tavolino o indotti a mentire, anche con continue violenze e pressioni psicologiche, a rendere quelle dichiarazioni auto ed etero calunniose. Il procedimento veniva definito con un’articolata archiviazione, in cui si fa riferimento a numerose difficoltà sia di natura probatoria, che non avrebbero permesso di giungere a una univoca ricostruzione dei fatti, sia di natura tecnico-giuridica, che non avrebbero consentito il proficuo esercizio dell’azione penale. L’inquinamento delle indagini, allo stato, non trova dunque alcuna dichiarazione giudiziaria di responsabilità. Mentre a Caltanissetta si trattavano i predetti procedimenti, a Palermo aveva inizio il dibattimento, innanzi alla corte di assise, per la cosiddetta “trattativa Stato-mafia” che, sebbene non avesse a oggetto le stragi in sé, si proponeva di accertare alcuni retroscena che avrebbero potuto incidere nella ricostruzione degli eventi di quel periodo. Del lungo e complesso processo, ancora in corso, non si conoscono ancora le conclusioni. Di non poco rilievo sono le intercettazioni delle lunghe conversazioni, registrate in momenti e in penitenziari diversi, di alcuni dei principali protagonisti del periodo stragista, cioè Totò Riina e Giuseppe Graviano, ciascuno dei quali, dialogando con i rispettivi co-detenuti, faceva riferimento, in termini più o meno chiari, proprio alla stagione delle stragi. Conversazioni queste ancora oggetto di esame da parte della magistratura, chiamata alla complessa verifica della veridicità delle confidenze registrate e dell’eventuale consapevolezza dei due capimafia di essere intercettati. È proprio in questo peculiare contesto giudiziario, particolarmente delicato e in itinere, che la Commissione ha cercato di contribuire a fare luce su quegli accadimenti inauditi che si proposero di minare le istituzioni democratiche. Con il consueto spirito di collaborazione con la magistratura e del rispetto degli ambiti delle proprie competenze, la Commissione, innanzitutto, ha seguito da vicino lo svolgimento di quelle indagini e di quei processi che avrebbero potuto aggiungere nuovi tasselli alla complessiva ricostruzione dei fatti. Per tale ragione si è proceduto, più volte, ad audizioni di magistrati della procura palermitana e di quella nissena – spesso necessariamente segretate – sì da ottenere ogni notizia e ogni aggiornamento che potesse fornire ulteriori elementi di conoscenza all’organo parlamentare e sì da porre agli inquirenti, di converso, una serie di interrogativi volti ad approfondire gli accertamenti pur senza interferire con le loro attività. Inoltre, si è ritenuto di analizzare, attraverso alcune audizioni che non potevano sovrapporsi alle indagini e ai processi in corso, il tema dell’eccidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, che era al centro, seppure per profili diversi, dei dibattimenti in corso a Caltanissetta e a Palermo, e che, comunque, rappresenta per questa Commissione lo snodo cruciale per la lettura degli eventi luttuosi ed eversivi di quegli anni. La Commissione, inoltre, ha inteso attribuire un particolare rilievo alle audizioni dei familiari di Paolo Borsellino. Infatti, il 12 luglio 2016, veniva ascoltata, a Roma, la figlia Lucia Borsellino, la prima volta, dopo quasi venticinque anni, che un membro della famiglia del giudice assassinato è stato audito dalla Commissione parlamentare antimafia. Più tardi, il 20 febbraio 2017 venivano sentiti, a Palermo, i fratelli del magistrato, Rita e Salvatore Borsellino, i quali evidenziavano alcuni dati di interesse per il prosieguo delle investigazioni sulla strage fornendo alcuni spunti di riflessione sulle modalità dell’attentato che, anche da sole, potrebbero rivelare presenze o complicità non ancora accertate. Inoltre, il 19 luglio 2017, a Palermo, veniva ascoltata la figlia Fiammetta Borsellino la quale, oltre a porre taluni quesiti e a evidenziare alcune anomalie sulle indagini e i dibattimenti svolti, sollecitava fermamente la ricerca di una giustizia che, dopo venticinque anni dalla strage di via D’Amelio, la celebrazione di ben quattro processi e lo svolgimento di numerose indagini preliminari concluse con le archiviazioni, appare ancora lontana. Il senso delle audizioni dei familiari di Paolo Borsellino era anche quello, dunque, di condurre formalmente nella sede parlamentare l’urgente richiesta di verità rappresentata dalla famiglia del magistrato, ma che riguarda tutti i cittadini e il Paese, sull’eccidio e su tutte le altre responsabilità politiche e giudiziarie che emergono dai fatti, per nulla confinabili nel mero circuito della colpevolezza penale degli uomini di cosa nostra. Infine, si è ritenuto di procedere all’audizione del dottor Gianfranco Donadio che era stato, per diversi anni, procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia dove si era occupato dell’inchiesta sulle stragi, al fine di ottenere un resoconto unitario sulle ultimi possibili piste al vaglio degli investigatori. L’inchiesta della Commissione, nonostante le suddette peculiarità del momento in cui si è svolta, si è proposta comunque di comprendere, alla luce dei più recenti accadimenti, quale fosse, dopo oltre un ventennio dalle stragi, lo stato complessivo delle ricognizioni e cosa sia ancora possibile compiere per giungere alla verità. Sebbene occorra ancora un lungo lavoro di investigazione e di analisi, si ritiene, però, dalla lettura coordinata delle risultanze dei lavori delle Commissioni delle due ultime legislature, che ci si trovi in presenza di alcune acquisizioni sempre più nitide che, seppure bisognevoli di ulteriori verifiche, possono rappresentare un nuovo punto di partenza. Può ritenersi assolutamente condivisibile l’affermazione, prodotta all’esito di quei lavori parlamentari, secondo cui, nelle stragi che hanno colpito il Sud e il Nord del nostro Paese, accanto alla mano mafiosa, vi era una mano “esterna”. Si tratta, del resto, di conclusioni che, negli ultimi anni, sono sempre più ricorrenti anche nei provvedimenti giudiziari in cui spesso ci si riferisce a mandanti “esterni” o “occulti”, mentre, d’altro canto, i coinvolgimenti di cosa nostra in episodi destabilizzanti sono già emersi, come per la strage del rapido 904 e il fallito golpe Borghese, anche in sentenze passate in giudicato. Se si parte da queste acquisizioni, diventa chiaro che ciò che deve essere focalizzato nel prosieguo delle investigazioni, non è soltanto l’interesse in sé, vendicativo, rivendicativo o di qualsiasi altra natura, che cosa nostra perseguiva tramite la realizzazione delle stragi, ma l’interesse “terzo”, perché tale finalità “esterna” fosse stata perseguita tramite quelle stragi, quelle vittime, quei luoghi e quella tempistica. Le conclusioni del processo “trattativa”, qualunque saranno, non potranno rispondere a questa più ampia domanda. La possibile “contrattazione” Stato-mafia, nel cui contesto l’ala militare di cosa nostra era motivata dalla necessità di costringere le istituzioni a concedere loro condizioni favorevoli, non può spiegare, da sola, tutta la concatenazione degli eventi, che partono dal 1989 con l’attentato all’Addaura ai danni di Giovanni Falcone, né la presenza, sempre più ventilata, nella realizzazione degli attentati, di soggetti esterni all’associazione mafiosa, né il condizionamento delle indagini su via D’Amelio, che certamente non mirava a tutelare i protagonisti mafiosi delle stragi, Salvatore Riina e i Graviano, chiamati in causa dai finti pentiti. Né, in ogni caso, la “trattativa”, che incoraggiava gli uomini di cosa nostra a pressare lo Stato con la strategia stragistica, può escludere, da sola, che, accanto a essa, siano intervenuti altri accordi o vi siano state convergenze con i cosiddetti “poteri occulti”. Né la “trattativa” può distogliere dalla circostanza che le stragi volute dai vertici corleonesi costituirono un irreparabile danno per l’associazione mafiosa, mentre ebbero, invece, evidenti effetti politici e causarono chiare trasformazioni nell’assetto istituzionale del Paese. Una seria analisi dei fatti, della loro sequenza temporale, della loro interruzione improvvisa, va condotta di pari passo a una, altrettanto seria, analisi degli accadimenti politici e macroeconomici del tempo, essendo questo il passaggio essenziale che potrebbe contribuire a disvelare quale interesse si volesse perseguire. L’elezione del Presidente Oscar Luigi Scalfaro prima, all’indomani della strage di Capaci, la formazione del primo governo di sinistra affidato a Carlo Azeglio Ciampi nei giorni immediatamente antecedenti l’inizio delle stragi del nord poi, la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi coeva al tacere delle bombe infine, potrebbero aiutare a comprendere la storia di quel tempo. Non ci si può accontentare, dunque, almeno in questo momento di oscurità, di rispondere a tutti gli interrogativi attraverso la “trattativa” che, altrimenti, finirebbe per rappresentare, anziché un momento di verità, un altro depistaggio culturale che allontana da una verità più ampia. Alle conclusioni della precedente Commissione sulla complicità e cointeressenza dei “poteri occulti”, si è aggiunto, in perfetta continuità, il nuovo tassello delle recenti acquisizioni del processo “Borsellino-quater”. L’iter processuale, che ha portato alla revisione dei precedenti processi, alla condanna per calunnia dei falsi collaboratori indotti a mentire, e all’avvio di indagini sul gruppo investigativo Falcone-Borsellino, lascia emergere un pesante condizionamento delle prime investigazioni sull’eccidio di via D’Amelio che conduce verso una lettura dei fatti in termini di depistaggio e spinge, anche per questo aspetto, verso la ricerca dell’interesse “terzo”. Non convince, infatti, la spiegazione minimalista, talvolta proposta, secondo cui si agì in quella direzione pur di dare il rassicurante segnale che si erano trovati i responsabili dell’allarmante delitto, fatto questo che, comunque, seppure per altri versi, attenta anch’esso ai meccanismi democratici. Arnaldo La Barbera, con esperienze significative di appartenente alla polizia di Stato e di collaboratore del SISDE, era un abile investigatore e un profondo conoscitore di cosa nostra e, proprio per questo era stato posto a capo del gruppo costituito con decreto ministeriale per indagare sulle morti dei due magistrati palermitani. Né le sue conoscenze del fenomeno mafioso né il suo specifico mandato, dunque, gli avrebbero mai potuto consentire di pilotare un’operazione al solo fine di trovare un qualunque colpevole piuttosto che cercare il vero colpevole. È soprattutto la perseveranza con cui si volle fare di Vincenzo Scarantino un collaboratore di giustizia, che stride, in una condizione di normalità, con il buon senso. Non bastarono né le ritrattazioni, né le segnalazioni di alcuni magistrati sull’inattendibilità del balordo della Guadagna, né gli avvertimenti, in più vasto ambito giudiziario, sull’inverosimiglianza di quei racconti che mal si conciliavano con la storia e l’organizzazione di cosa nostra, per condurre a un passo indietro. Anche i metodi usati, pure violenti secondo quanto riferito da Scarantino, appaiono abnormi rispetto a un disegno “bonario” che, del resto, a quel punto, poteva anche essere tralasciato dato che, nel frattempo, altri collaboratori di giustizia iniziavano a entrare nella scena delle indagini e a indicare i nomi dei veri responsabili. Di particolare rilievo, quanto dichiarato a tal proposito, il 22 ottobre 2012, alla Commissione parlamentare antimafia precedente, quando cioè ancora non si conosceva l’esito del processo “Borsellino-quater”, dall’allora Procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, attuale Presidente del Senato: «Perché si costruisce un depistaggio? Un depistaggio si costruisce perché si deve coprire qualcos’altro: è questa l’ipotesi principale. Non solo, ma quando verifichi che le cose che dovevi trovare al loro posto non le trovi al loro posto e che certi filoni di indagine non sono stati completamente percorsi e approfonditi, viene qualche sospetto che vi siano una regia e una strategia che qualcuno mette in atto. Nel nostro Paese, nella nostra storia, sono tanti i fatti, gli eventi che si sono creati, in cui si può certamente desumere che ci sia qualcosa di non trasparente, che non è assolutamente visibile e che opera di nascosto. La definizione ‘centri occulti di potere’ sarà generica, ma dà l’idea di qualcosa che opera in parallelo rispetto a cosa nostra”. Del resto, quel possibile depistaggio sembra porsi in una linea di continuità con la precedente vicenda dell’agenda rossa di Borsellino mai più ritrovata. Non rileva, in questa riflessione, che il processo intentato a carico dell’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, non ebbe esito, perché rimane egualmente inquietante il fatto che l’agenda scomparve proprio nei momenti immediatamente successivi all’esplosione e in un contesto in cui erano presenti le forze dell’ordine e la magistratura. Così come è inquietante che anche gli stessi appartenenti alle istituzioni fornirono poi sull’agenda versioni contrastanti mai sanate, contraddittorie con precedenti dichiarazioni e piene di “non ricordo”. Può ritenersi ormai assodata, inoltre, un’ulteriore anomalia della strage di via D’Amelio e cioè l’improvvisa “accelerazione” all’eliminazione di Paolo Borsellino che portò cosa nostra a interrompere i piani di attuazione di altri delitti per dedicarsi, con rapidità inusuale, all’esecuzione dei fatti verificatasi il 19 luglio 1992. Anomalia che impone, oggi, alla luce delle ultime risultanze, altri interrogativi e apre altre prospettive. Se il processo sulla “trattativa” risponderà al quesito se il magistrato costituisse, secondo cosa nostra, un ostacolo alla contrattazione con le istituzioni, rimane però da verificare quale fosse l’interesse “terzo” alla morte di quel giudice e in quel preciso momento. Appare cioè doverosa anche la verifica se l’accelerazione prima e il depistaggio poi, potessero servire alla parte “terza”, a far ritenere la strage di via D’Amelio, cronologicamente e logicamente, una mera prosecuzione di quella di Capaci, sì da evitarne la riconducibilità a un contesto investigativo diverso dal maxiprocesso. La travagliata vicenda del poliziotto Rino Germanà, pure audito dalla Commissione il 6 maggio 2015, e che subì un attentato a Mazara del Vallo il 14 settembre 1992, a breve distanza da quel 19 luglio 1992, potrebbe, quindi, assumere un altro significato. Così come la complessa ricostruzione contenuta nella recente sentenza sull’omicidio di Mauro Rostagno del 13-15 maggio 2014, depositata il 27 luglio 2015, può offrire illuminanti chiavi di lettura su quel contesto territoriale. Rispondere a queste domande non sarebbe, però, egualmente sufficiente a dipanare tutte le ombre che l’eccidio di Paolo Borsellino presenta. Tanti altri aspetti vanno ancora chiariti, seppur con grave ritardo, anche con riguardo alle evidenti responsabilità istituzionali e giudiziarie che dimostrano intollerabili carenze del sistema democratico complessivo che non comprese, o non volle comprendere, la portata della sfida insita nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Tra questi vi è certamente il mancato rafforzamento, dopo la morte di Giovanni Falcone, delle misure di sicurezza nei confronti di Paolo Borsellino. Le parole di sua figlia Lucia, affidate alla Commissione, lasciano emergere con evidenza la superficialità preoccupante con cui si cercò di tutelare la vita del giudice e della sua scorta, subito dopo la strage di Capaci: “Noi in qualche modo eravamo preparati a ciò che purtroppo sarebbe accaduto, in quanto soprattutto negli ultimi giorni della vita di mio padre era evidente a tutti– ma evidentemente cercavamo di rimuoverlo dalla nostra mente – che mio padre corresse un pericolo assolutamente tangibile e preventivabile. Un’analoga riflessione deve essere compiuta anche sull’inadeguatezza del sistema giudiziario. Come accennato, a parte il cosiddetto “Borsellino-ter”, conclusosi con sentenza definitiva a carico di taluni mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio, il primo e il secondo processo furono oggetto di revisione, sicché, dopo venticinque anni, rimangono ancora tante incognite da decifrare. Anche in questo caso, le dichiarazioni di Lucia Borsellino si rivelano di sicura efficacia: “Attualmente si sta celebrando il cosiddetto “Borsellino-quater”, siamo arrivati alla quarta fase di un processo lunghissimo che dura da circa 24 anni e, se siamo arrivati a questo punto, è perché sicuramente qualcosa non è andata. (…) Nel caso della strage che ha tolto la vita a mio padre e agli uomini della scorta ritengo che non sia stato fatto ciò che, invece, era giusto che si facesse. Il lavoro pare che sia stato tanto, ma ritengo che per quello che sta emergendo in questa fase processuale ci si debba interrogare sul fatto se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni. Scusatemi se lo dico in una sede istituzionale autorevolissima, ma il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiano potuto tradire un altro uomo dello Stato – lo dico non da figlia, ma da cittadina – mi fa vergognare”. È un dato incontrovertibile che le indagini e i relativi processi per i fatti più importanti della storia d’Italia degli ultimi venticinque anni siano stati condotti dall’autorità giudiziaria nissena che, quantomeno numericamente, non era attrezzata, né del resto venne particolarmente attrezzata, per far fronte ad accertamenti epocali, peraltro in concomitanza con la gestione di tutta quella serie di procedimenti e processi che, normalmente, gravano su una procura della Repubblica. Non si vuole ignorare che, in quelle condizioni, era facile commettere errori e farsi trarre dall’urgenza di offrire e offrirsi una risposta, così come era facile essere più vulnerabili rispetto a un depistaggio portato avanti da stimatissimi appartenenti alle forze dell’ordine, anche se tutto questo non spiega il perché Paolo Borsellino non fu sentito sulla morte di Giovanni Falcone nonostante lo avesse pure richiesto pubblicamente. Tuttavia, nel caso della strage di via D’Amelio, al di là dei singoli magistrati e dei singoli errori ma anche dei possibili depistaggi, è l’intero sistema giudiziario che non ha funzionato. Nonostante tre gradi di giudizio e i sospetti che gli stessi giudici sottolineavano, nelle loro sentenze, sulle dichiarazioni dei falsi collaboratori, si giunse egualmente, in due processi, alle condanne definitive. Bisogna comprendere, allora, anche per il futuro, quali siano stati i meccanismi di controllo del processo penale e dell’ordinamento giudiziario che non si siano attivati, consentendo che quattro balordi condizionassero la storia del Paese, e come tutto questo, a partire quantomeno dalla sospensione della pena del 2011 per i soggetti ingiustamente condannati, non abbia ancora trovato una spiegazione. Lo sfogo del procuratore aggiunto di Caltanissetta, dottor Gabriele Paci, dà il senso non solo della gravità di quanto accaduto, ma di come quel peculiare passato renda oggi difficoltose le nuove prospettive di ricerca della verità: “Siamo rimasti molto scottati dalla vicenda Scarantino, perché siamo noi a scoprire la vicenda e siamo noi vent’anni dopo a dire che non possiamo andare avanti perché dobbiamo guardare indietro. Noi attendiamo con ansia la fine di questo processo, perché vogliamo fare queste indagini per andare oltre, però la procura nissena, che è numericamente ridotta e si trova a svolgere un lavoro immenso nonostante sia composta da pochi, quando si trova di fronte a un depistaggio che ha caratterizzato due processi di stragi deve prendere tutto quello che è successo in dieci anni di attività e, anziché utilizzarlo come basamento per sopraelevare il piano, deve fare le prove di carotaggio e verificare per ogni pilone se con una nuova prova da sforzo quegli elementi possano reggere a tutto ciò che si sovrappone (...). Questo è quello che abbiamo fatto in questi anni, che è una cosa – credo – unica nella storia giudiziaria italiana, cioè una procura che ha il coraggio di dire che sono stati fatti degli errori con sentenze irrevocabili, e vi prego di credere con quale scetticismo noi rilevammo la presenza di un collaboratore che diceva: ‘guardate che tutto quello che è scritto in due sentenze passate in giudicato con tanto di ergastoli applicati è fondato su qualcosa di falso’. La procura ha fatto questo lavoro e, come abbiamo detto in requisitoria, quello non è sicuramente l’ultimo dei depistaggi. (...) Tengo a sottolineare che, se ci sono delle sentenze della Cassazione, delle sentenze di quattro corti d’assise, non diciamo che quei giudici fossero degli sprovveduti o in malafede, ma diciamo che il sistema è andato in tilt. Questa è l’occasione del processo Borsellino, perché forse tutti dobbiamo trarre una lezione da quanto è successo, ossia capire perché un sistema è andato in tilt, in quanto il sistema dei collaboratori di giustizia nella lotta alla mafia non può franare, però, se un collaboratore la dice veramente grossa, il famoso principio della frazionabilità delle dichiarazioni lo possiamo ancora applicare in questo modo, così come è stato applicato per Scarantino? Poniamoci questo problema, perché ci siamo trovati (…) quattro collaboratori «farlocchi», perché sono quattro le collaborazioni che hanno determinato quei processi, e sono stati commessi degli errori. Attenzione, perché se non capiamo quali sono stati gli errori corriamo il rischio di basare il prossimo “Borsellino-quinquies” ancora su quelle false verità, che riteniamo qualcuno abbia a volte interesse a inserire nel circuito”.Occorre salvare la memoria integrale degli eventi che insanguinarono quella terribile stagione della storia della Repubblica. Nel tempo, la Commissione ha già proceduto ad acquisire e informatizzare molti documenti inerenti alla stagione delle “stragi di mafia”, ma l’opera va adesso completata. A conclusione dei propri lavori, nell’ambito dei compiti previsti dall’articolo 1, comma 1, lettera f) della legge istitutiva, la Commissione ha pertanto convenuto unanimemente di adottare un’iniziativa concreta di raccolta di tutti gli atti e documenti, giudiziari e non, afferenti a quegli eventi, ampliando l’orizzonte della ricerca e dell’analisi alla tematica dei possibili mandanti e coautori occulti, anche al fine di una ricomposizione archivistica razionale e fruibile delle fonti esistenti. Al riguardo, la commissione ha pertanto individuato un elenco di tematiche, che è pubblicato nell’allegato 5 ed è parte integrante della presente relazione. Tutti gli atti e i documenti relativi a tali tematiche dovranno essere raccolti, nel modo più ampio e sollecito possibile, presso l’archivio della Commissione, e successivamente versati presso l’Archivio Storico della Camera dei deputati, favorendo la loro più ampia accessibilità. La nostra democrazia ha retto all’urto eversivo di quegli anni. La mafia stragista è stata sconfitta e l’impunità su cui fondava la sua forza attrattiva è rimasta soltanto nel ricordo nostalgico di tanti capimafia che invecchiano all’ergastolo. Tuttavia, sulla campagna di destabilizzazione realizzata per mano corleonese restano ombre e interrogativi che i processi non hanno chiarito nonostante l’impegno profuso, specie negli ultimi anni, dalla magistratura con il coordinamento e l’impulso della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Le indagini giudiziarie hanno limiti, regole e termini precisi oltre i quali non si può sconfinare sicché, nei ristretti argini del processo penale, volto ad accertare singole responsabilità, fisiologicamente si dà luogo a visioni frammentarie e a valutazioni necessariamente miopi rispetto agli antefatti, ai post-fatti e ai fatti paralleli degli eventi. Questo non significa rinunciare alla giustizia dei tribunali. Vuol dire invece che, dopo venticinque anni, la sede naturale in cui cercare la verità storica complessiva sulle stragi è quella politica. Si tratta di un percorso complesso in cui sarebbe auspicabile anche che i protagonisti, diretti o indiretti, o soltanto testimoni del perseguimento di quegli interessi “terzi”, finalmente contribuissero a far luce sulle pagine buie della storia italiana557.Ma è un lavoro fattibile e possibile che questa Commissione rimette al futuro Parlamento. Ciò che è accaduto è grave e non riguarda soltanto il circoscritto settore del crimine, ma la dignità di questo Paese che, ora, ha un debito di verità. Sul punto appare un dovere morale ricordare le parole che, due giorni dopo l’udienza del 26 novembre 2013 del processo “Borsellino-quater”, il fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore, scelse di scrivere in una lettera aperta al capo della Polizia, prefetto Alessandro Pansa: “Avvalersi della facoltà di non rispondere è molto peggio che non ricordare, avvalersi, come testimoni, della facoltà concessa agli imputati di reato connesso – e si tratta di poliziotti – significa, per quelli che dovrebbero essere dei servitori dello Stato, mettere deliberatamente degli ostacoli sulla strada della Verità e della Giustizia. Significa continuare a essere corresponsabili di uno dei peggiori depistaggi della storia d’Italia, che pure di stragi di Stato e di successivi depistaggi letteralmente trasuda. Significa, ed è davvero intollerabile proprio perché di servitori dello Stato si tratta, mostrarsi più omertosi dei mafiosi…”. Il processo Borsellino quater  termina con le condanne dei boss Vittorio Tutino e Salvo Madonia e i falsi pentiti Francesco Andriotta, Calogero Pulci e Vincenzo Scarantino.

Le mafie oggi: relazione della Commissione commissione parlamentare antimafia

COSA NOSTRA (dal 2017 ad oggi)

Cosa nostra non è un fenomeno nuovo. Dopo l’introduzione, con la legge Rognoni-La Torre del 1982, del reato di associazione mafiosa, dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta del 1984 e la celebrazione del maxiprocesso, tale associazione segreta ha iniziato ad essere sempre più disvelata, sia tramite le centinaia di collaborazioni con la giustizia, sia attraverso le numerose intercettazioni che hanno registrato, all’interno dei contesti mafiosi, veri e propri summit o dialoghi tra sodali o anche soltanto singoli sfoghi. Ci si trova di fronte, cioè, ad una situazione diversa rispetto a quella della ‘ndrangheta che, sebbene sia anch’essa un’associazione mafiosa secolare, ha una storia giudiziaria più recente. Sul tema mafioso, in Sicilia la mafia agisce per accreditarsi con le pubbliche amministrazioni in vista dell’aggiudicazione degli appalti, utilizzando come mezzi il perseguimento di interessi personali e di avanzamento di carriera di alcuni appartenenti al mondo politico, delle professioni e, talvolta, della stessa magistratura. Già durante il periodo post-stragi, successivo all’arresto del “capo dei capi”, Totò Riina, in cui l’associazione rimase sotto la guida di Bernardo Provenzano, iniziava a parlarsi di una mafia sommersa e silente.

La mafia nelle province siciliane

In via generale, può affermarsi che, dalla lettura complessiva del materiale raccolto: risulta la presenza di cosa nostra in ciascuna provincia siciliana; che l’associazione mafiosa si muove principalmente nel settore delle estorsioni; prova ad infiltrarsi nell’economia pubblica e privata; va alla ricerca di contatti, diretti o indiretti, con interlocutori istituzionali; ha ampliato i suoi affari nel settore più nuovo dell’accoglienza dei migranti e, comunque, laddove vi sia la possibilità di ottenere ingenti ritorni economici. Emerge anche, però, che in tutte le parti dell’isola deve fare i conti con i continui arresti i quali, sebbene compensati, in qualche modo, dalle scarcerazioni di sodali che hanno scontato la pena, riducono il livello, ma non il numero, dei propri uomini di onore. Dalle dichiarazioni emerse dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ha competenza anche sulle province di Agrigento e Trapani, emergono, innanzitutto, taluni dati costanti relativi alle tre province interessate, e cioè la sussistenza: di una serie di operazioni aventi ad oggetto l’arresto di un numero rilevante di indagati per il delitto di cui all’articolo 416-bis del codice penale e/o per altri reati aggravati dall’articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991; di nuove collaborazioni con la giustizia, anche se di consistenza diversa rispetto a quelle degli anni ‘90; di continui sequestri, in via penale o di prevenzione, di cospicui patrimoni mafiosi; di mafiosi scarcerati per avere scontato la pena loro inflitta che ritornano ad occupare le precedenti posizioni se non, addirittura, ruoli direttivi; della suddivisione mafiosa in mandamenti e famiglie che, tuttavia, specie a Palermo, risente della figura del relativo vertice in base alla cui importanza, almeno recentemente, vengono stabiliti gli ambiti territoriali; del controllo capillare delle attività economiche a cui corrisponde un numero elevato di imprenditori che ancora subisce silenziosamente il pizzo; di omicidi tra mafiosi che, di tanto in tanto, si compiono per rideterminare gli assetti o per finalità punitive; del ruolo di primo piano dei centri più piccoli delle province (quali Corleone, Bagheria, Castelvetrano, Favara) nel mantenere gli aspetti tradizionali della mafia che ne costituiscono la forza e che ne consentono la sopravvivenza nonostante l’intensa azione repressiva. Con specifico riguardo al contesto del palermitano, l’attività criminale per eccellenza, continua ad essere rappresentata dal racket delle estorsioni e al rilevamento delle attività commerciali in crisi. Nella città si paga il pizzo, esattamente come avveniva anni fa, in ogni borgata e in ogni quartiere del centro. Anche rinomati esercizi commerciali, come si scopre quasi quotidianamente, sono sottoposti alle imposizioni mafiose a cui soggiacciono nel più rigoroso silenzio. E' vero che alcuni commercianti si sono ribellati, è vero che associazioni come “Addiopizzo” continuano a svolgere un lavoro straordinario, ma il numero di coloro che sono disposti a denunciare non ha assunto una costante portata crescente. Se il pizzo, anche in un sistema economico moderno, resta al centro degli interessi e si rivolge ancora anche al piccolo artigiano, ciò non significa, tuttavia, che cosa nostra sia rimasta arcaica nei mezzi a cui ricorre. Cosa nostra si sta riorganizzando nella sua “struttura interna”, dalle “famiglie” ai “mandamenti” secondo un modello di cooperazione orizzontale tra le famiglie appartenenti al medesimo mandamento o, addirittura, a mandamenti differenti. Il business è basato sulla pervasiva infiltrazione nell’economia legale di altri Paesi: Cosa nostra ricorre all’utilizzo di professionisti, dipendenti del settore bancario o anche semplici “intermediari” che le consentono di penetrare nei circuiti bancari e finanziari internazionali, in particolar modo nel mondo finanziario di Paesi caratterizzati da un basso grado di regolamentazione. Ulteriori fonti di finanziamento di Cosa Nostra sono: il traffico di sostanze stupefacenti, l’acquisizione di commesse pubbliche tramite la turbativa d’asta ovvero imponendo aziende o lavoratori vicini alle cosche tramite il subappalto di gare vinte da altre imprese, l’agromafia per l’acquisizione illecita di fondi statali ed europei di sostegno all’agricoltura. Al fine di garantirsi il reimpiego e riciclaggio dei proventi illeciti di cui dispone, Cosa nostra ha da tempo aggredito le regioni lontane dalla Sicilia. I territori scelti sono quelli del nord e del centro Italia con particolare riferimento alla Lombardia e al Piemonte, ove sono stati riscontrati fenomeni di riciclaggio in aziende operanti nei settori della ristorazione, del trasporto merci e del movimento terra. Cosa nostra trapanese importa hashish lungo la tratta Marocco-Spagna-Italia da destinare al mercato lombardo. Un altro settore che sempre più ha interessato la mafia palermitana è quello del gioco e delle scommesse clandestine. Una volta ritenuto poco onorevole (insieme al racket della prostituzione) e lasciato ai “cugini” americani, oggi è tenuto in grande considerazione e spazia dal controllo delle macchine da gioco collocate nei vari esercizi commerciali ad ambiti di più elevato spessore. Quanto alla forza numerica di cosa nostra palermitana, secondo quanto riferito dall’attuale procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Francesco Lo Voi13, nell’audizione del 12 gennaio 2016, in quel momento, nonostante gli arresti continui, erano sottoposte ad indagini per reati di mafia ben 1.658 persone identificate. Anzi, particolarmente importante al riguardo, appariva alla Commissione, un ulteriore passaggio di tali stesse dichiarazioni del procuratore della Repubblica nella parte in cui riferiva di una operazione eseguita lo stesso giorno dell’audizione evidenziando anche il coinvolgimento di professionisti: “gli arresti che sono stati effettuati questa mattina (sono) un'indagine particolarmente importante e significativa, per più aspetti. Non soltanto è stato colpito in maniera piuttosto severa il patrimonio di un gruppo mafioso molto ben consolidato nel territorio palermitano, facente capo alle famiglie dei Graziano e dei Galatolo, (..) ma anche alcuni soggetti appartenenti al mondo delle professioni (..) che si sono prestati (..) a riciclare gli enormi capitali prodotti da quelle famiglie e a intestarsi fittiziamente i beni (..) compiendo una serie di operazioni finanziarie che hanno necessità di essere svolte ed eseguite da persone non note agli ambienti mafiosi né ovviamente alle forze di polizia e agli inquirenti in genere, ma che appartengono al mondo delle professioni. È un settore sul quale personalmente (..) ho ritenuto di dover investire e ho chiesto alle forze di polizia di investire le migliori energie e risorse, perché non siamo più ai tempi in cui il reinvestimento delle ricchezze frutto delle attività illecite della mafia avveniva con l'acquisto di terreni o con la costruzione di qualche fabbricato. È invece un periodo in cui ormai, sia per l'evoluzione della stessa società, sia per l'evoluzione della finanza e dei circuiti finanziari, c’è necessità che determinate attività illecite inevitabilmente vengano svolte col contributo di professionisti, di commercialisti, di ingegneri, di avvocati, di esperti in materia fiscale, di esperti in transazioni anche internazionali, che possano consentire da un lato l'occultamento e dall'altro lato il riciclaggio e il reinvestimento”. Una cosa nostra, dunque, che, per quanto falcidiata dagli arresti, non solo riesce a inglobare il mondo delle professioni e a mantenere la propria vis attractiva anche rispetto a ceti sociali medio-alti, ma che si adegua al cambiamento economico e sociale. La provincia agrigentina, invece, è stata sempre considerata una zona assai povera dell’isola che sembra attrarre scarso interesse nel panorama criminale mafioso siciliano. Gli interessi mafiosi di quest’area si concentrano in Emilia Romagna. Tuttavia, negli ultimi tempi, sono stati avvertiti numerosi segnali che impongono una seria rivalutazione di quel contesto criminale. Per comprenderne la portata, bisogna partire dai punti di forza di tale associazione che la rendono una impenetrabile roccaforte della mafia tradizionale. E’ stato, infatti, riferito alla Commissione nazionale antimafia che “nella provincia di Agrigento ci sono soltanto 43 comuni e 450 mila abitanti. Una provincia in cui il numero di abitanti è inferiore a quello di una città come Palermo. Questo comporta una familiarità di sangue tra coloro che fanno parte di cosa nostra in questi piccoli centri, il che permette a sua volta una possibilità di controllo da parte dei vertici di cosa nostra sui singoli affiliati. Questo spiega perché in provincia di Agrigento da diversi anni non vi siano collaboratori e spiega anche l’impermeabilità alle indagini”. La mafia agrigentina gode da tempo di pari dignità rispetto alle mafie delle vicine province di Palermo e Trapani: “il quadro è anche quello di una non subordinazione a cosa nostra palermitana. Nell’ambiente così delineato si sono registrati alcuni eventi di rilievo. Intanto, si è appreso che la stidda, dopo la sanguinosa guerra conclusasi nei primi anni ’90, e dopo un periodo di convivenza pacifica con cosa nostra, è stata parzialmente riassorbita da quest’ultima, il che incide in termini di rafforzamento dell’associazione mafiosa. Si è data, inoltre, una descrizione complessiva di un territorio in cui sono ritornati in libertà storici capimafia, in cui vi è una ripresa degli omicidi con l’avvio di guerre sanguinarie anche verso l’estero, come in Belgio, in cui si dispone di arsenali, in cui rimane invariato il controllo capillare del territorio. Per fare solo un esempio a quest’ultimo proposito, se in un tranquilla cittadina, vocata al turismo, come quella di Sciacca, ben diversa dai contesti di Favara o di Palma di Montechiaro, si iscrivono quotidianamente decine di procedimenti per danneggiamenti, e se, anche qui, “è inutile dire e registrare che, quando vengano sentite le persone offese, ovviamente la collaborazione è praticamente nulla e che nessuno avanza mai sospetti. (..) non c’è ancora alcuna forma di apertura da parte della cosiddetta ‘società civile e imprenditoriale’ si ha, dunque, l’idea di ciò che accade in altre località con una maggiore densità mafiosa. Tuttavia, pure in questi territori tradizionali si riscontra la continua ricerca di contatti sia con la pubblica amministrazione - che ha portato allo scioglimento di comuni, a condanne per fatti di mafia di sindaci e a procedimenti inerenti l’indirizzamento del consenso elettorale verso prescelti candidati, alla realizzazione di numerosi atti intimidatori sul territorio della provincia in danno di pubblici amministratori, come segnalato dal prefetto di Agrigento -, sia con il mondo delle professioni e, in particolare, con quello del settore bancario. Il senso di questa particolare vitalità mafiosa nel territorio agrigentino che, peraltro, è quello in cui fu trucidato barbaramente il giudice Rosario Livatino, è sintetizzato nell’operazione sul “mandamento della Montagna” che ha portato all’arresto di oltre una cinquantina di associati mafiosi accusati di voto di scambio, di gestione di appalti pubblici, di imposizione dei propri uomini nelle amministrazioni comunali, di estorsioni ai centri di accoglienza per i migranti, ma anche di affari, più tradizionali, nel settore delle slot machine e del traffico di stupefacenti. Anche la mafia trapanese si è rivelata, nel panorama mafioso generale di particolare pericolosità e insidia, e ciò proprio perché, al contrario di altri territori, è rimasta sostanzialmente uguale a sé stessa e priva di eclatanti novità. Pur essendo un’espressione tradizionale di cosa nostra che, peraltro, ha operato in stretto contatto con la mafia palermitana guidata dai corleonesi, l’associazione presenta aspetti propri che fanno di essa una organizzazione moderna e, per questi aspetti, più assimilabile alla mafia catanese. Tradizione e modernità sono, del resto, le caratteristiche che, parallelamente, contraddistinguono il capo della provincia mafiosa di Trapani, il latitante Matteo Messina Denaro. Si tratta, innanzitutto, di un territorio storicamente caratterizzato da una massiccia presenza della massoneria, e dall’accadimento di eventi difficilmente spiegabili solo in termini di criminalità mafiosa. Inoltre, si tratta di un territorio dove non si ricorre all’imposizione indiscriminata del pizzo poiché, spesso, è la stessa imprenditoria ad essere essa stessa mafiosa ovvero socia in affari della mafia. In particolare, il latitante Matteo Messina Denaro, da almeno un ventennio, gestisce l’associazione mafiosa trapanese secondo regole solidaristiche volte all’acquisizione del potere economico nonché del consenso sia degli associati che della società civile. Anche per questo l’imprenditoria non è vessata ma riceve l’aiuto finanziario e il sostegno mafioso offrendo in cambio, sinallagmaticamente, la titolarità di quote delle imprese. Stando alla quantità e alla qualità dei sequestri, si coglie che gli affari sono in crescita nei settori più moderni, quali quelli del turismo e delle energie alternative, mentre il pizzo, a maggior ragione, rimane confinato nei settori di bassa manovalanza. Inoltre, a parte i contatti con il mondo della politica che, stando ai provvedimenti giudiziari, possono in ipotesi ritenersi sporadici, ma comunque vi sono, particolarmente significativi appaiono sia i numerosi procedimenti penali sui condizionamenti degli appalti dove si evince l’assoggettamento dei pubblici interessi a quelli particolari dell’associazione mafiosa sia, soprattutto, i diversi scioglimenti delle amministrazioni del trapanese ex articolo 143 TUEL (sette enti dal 1992 al 2012) e i molteplici provvedimenti di accesso ispettivo adottati negli anni, sebbene non conclusi con la misura sanzionatoria, fino a giungere, nel giugno 2017, allo scioglimento per infiltrazioni mafiose di Castelvetrano, comune di origine di detto latitante. Probabilmente anche la modernità degli affari della cosa nostra trapanese, che comporta contatti con interlocutori di profilo diverso rispetto al mafioso tradizionale, ha inciso sul fatto che, Messina Denaro, sebbene capomafia legato al territorio, non abbia sentito la necessità di permanervi stabilmente e di mantenere comunicazioni continue con la base dell’associazione. A questa mafia imprenditoriale moderna si affianca, però, anche una mafia tradizionale che lo stesso Messina Denaro riesce ad incarnare e ad alimentare, coniugandola con il proprio tratto innovativo. In effetti, anche in questo territorio le operazioni di polizia sono state pressoché costanti, specie per la necessità di giungere alla cattura del latitante. Le relative indagini, che hanno comportato decine di arresti, hanno tutte avuto un filo comune: la persistenza di una mafia conservatrice ancora legata alla catena dei pizzini che consente al capo provincia di Trapani di gestire l’associazione mafiosa ancorché assente. I sistemi di comunicazione immediati o moderni, che pure sono stati individuati, hanno riguardato invece rapporti diversi, cioè quelli del latitante con la famiglia che, sebbene sia essa stessa, in parte, famiglia mafiosa, gode naturalmente di un canale diretto e più immediato. In tale circuito, vecchi fidati uomini d’onore scarcerati ritrovano presto un posto nel sistema di comunicazione del latitante che, non per questo, perde le sue caratteristiche di sicurezza, e comunque, si attivano per mantenere i contatti, per conto del loro capo, tra famiglie, mandamenti e province limitrofe. Scarsissimo pertanto il numero dei collaboratori di giustizia e, anzi, emblematico è apparso il recente caso del dichiarante Lorenzo Cimarosa, cugino di Matteo Messina Denaro ed unico soggetto di quell’ambito familiare che ha offerto informazioni agli investigatori minando, per la prima volta, l’intangibilità di quella famiglia. La reazione, rispetto a tali dichiarazioni di apertura, da parte di taluni concittadini, fino a giungere, dopo l’improvvisa morte del Cimarosa, avvenuta nel gennaio del 2017, alla profanazione, nel mese di maggio 2017, della sua tomba, riporta indietro di tanti anni, a quella mafia che si riteneva scomparsa. Dalle audizioni della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, competente anche sulla provincia di Enna, e in particolare dalla relazione scritta dall’allora procuratore Sergio Lari, dalle dichiarazioni di quest’ultimo, nonché da quelle del suo successore alla guida della procura, dott. Amedeo Bertone, viene confermata l’esistenza, ancora, della mafia di Piddu Madonia nonché la pacificata convivenza, inizialmente burrascosa, tra cosa nostra e stidda. Anche qui si segnala la pervasiva presenza della mafia sul territorio, il ricorso alle estorsioni come strumento di predominio, l’infiltrazione nei pubblici appalti, il controllo esercitato su talune amministrazioni comunali e, di converso, l’esecuzione di numerosi provvedimenti di carcerazione per delitti di mafia. Emerge anche una certa ripresa. Il mandamento di Gela appare in fase espansionistica, coinvolto in traffici in ogni area della Sicilia (da Catania a Palermo a Trapani), in piazze italiane (Roma e Milano), con interessi anche fuori dai confini nazionali (in Nord Africa), e con contatti e relazioni con la mafia delle altre province quasi a creare una sorta di coordinamento. Accanto ai grandi affari, è tuttavia anche l’aspetto microcriminale che deve far riflettere sulla pericolosità di quella zona e sulle sue potenzialità criminali. La Commissione nazionale antimafia ha appreso dal procuratore della Repubblica di Gela che in quel territorio si verificano «più che quotidianamente» incendi di autovetture fino a registrare «circa 600 episodi delittuosi di questo genere, quindi circa un episodio o quasi due al giorno sul territorio gelese. ». Episodi questi che si affiancano ad un’altra forma di ricorrente intimidazione, quella degli «spari contro esercizi commerciali in orari notturni o contro portoni di abitazioni private». Di converso, le vittime, che non sono soltanto commercianti e imprenditori ma anche appartenenti al mondo delle professioni, non collaborano, “scatta il famoso muro di omertà”. In sostanza, un controllo militare del territorio, una vessazione a tappeto che ancora genera timore e senso di sopraffazione nella popolazione. Un fatto ancora più allarmante è, inoltre, quello che il territorio di Gela, secondo le dichiarazioni del procuratore, rappresenta una sorta di laboratorio della delinquenza giovanile che si risolve in costanti fenomeni di violenza tanto che “la consistenza quantitativa delle notizie di reato per lesioni personali dolose è, in totale, di circa una lesione personale dolosa al giorno”. Pure la arroccata provincia di Enna, che respira più l’aria catanese che quella nissena, dà segni di una particolare crescita criminale. Ed invero, se il procuratore di Caltanissetta, dava contezza di collegamenti con ambienti della criminalità organizzata catanese, di efferati omicidi consumati in quel territorio, di atti vandalici, in taluni comuni dell’ennese, in danno di amministratori locali e forze dell’ordine e dell’uccisione a Pietraperzia, nell’ottobre 2016, di un noto avvocato che aveva appena acquistato un importante fondo agricolo, a sua volta, il procuratore della Repubblica di Enna, riferiva di rilevantissime indagini che evidenziavano “cointeressenze tra reati comuni e delinquenza organizzata in un ampio filone di indagine che riguarda le truffe AGEA, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura dei contributi forniti dall’Unione europea, che opera in sede locale con i Centri di assistenza agricola, ai quali vanno presentate per essere istruite le domande per ottenere i contributi (..). Agricoltori ed esponenti della malavita organizzata hanno avuto quindi tutto l’interesse ad apparire nella disponibilità di terreni”. Si descriveva, dunque, un contesto collegato al crescente e ampio fenomeno della cosiddetta mafia dei Nebrodi (che coinvolge i territori di Enna, Messina e Catania), di cui si tratterà più avanti, che assume dimensioni sempre più imponenti e riguarda un lucroso sistema di speculazione. Se si passa alla provincia di Messina, un tempo considerata zona in cui le varie mafie catanesi e calabresi transitavano ma non si fermavano, invece, secondo gli accertamenti della Commissione, pare meno innocua di come era stata rappresentata nel passato. Il dott. Guido Lo Forte, allora procuratore della Repubblica di Messina, sentito il 27 ottobre 2014, infatti, offriva una prospettiva che portava a rivalutare la cosa nostra della provincia messinese come una mafia autoctona e strutturata e a comprendere le rilevanti trasformazioni avvenute nel capoluogo. Spiegava, innanzitutto, che “nel passato si alimentò una tendenza leggermente fuorviante (..), nel senso di indurre l’opinione che la provincia di Messina come tale non fosse produttiva di una criminalità organizzata strutturale autoctona, ma fosse, piuttosto, il terreno di passaggio e di influenza di altre criminalità organizzate come quella calabrese o quella catanese. Tuttavia così non era e così non è. In effetti, le indagini hanno evidenziato, in sintesi, che la provincia di Messina ha una sua criminalità organizzata di tipo mafioso strutturata (con controllo sistematico del territorio e organizzazione gerarchica tendenzialmente piramidale) (...). Inoltre, questa provincia dialoga secondo le regole tradizionali di cosa nostra, a pari livello con le altre province”. Tale mafia strutturata, inoltre, almeno nell’ultimo decennio, ha installato il suo epicentro di comando nella città di Barcellona Pozzo di Gotto (prima era invece a Mistretta) che, sebbene colpita da numerosi arresti, rimane attualmente la roccaforte della cosa nostra tradizionale (come dimostrato dagli arresti eseguiti in tale contesto dalla procura di Messina, ora guidata dal dott. Maurizio de Lucia). Particolarmente interessante, appare la situazione della città di Messina che, secondo, il procuratore Lo Forte, “fa un po’ eccezione nel senso che, per motivi storici, (...) è rimasta per un certo periodo zona franca perché i ricorrenti disegni ora di cosa nostra palermitana, ora della ‘ndrangheta di insediarsi a Messina (...) non ebbero esito. Quindi, si è sviluppata una criminalità organizzata che, a differenza di quella barcellonese, non è organicamente inserita in quello che definiamo ‘cosa nostra’, anche se ne svolge tutte le attività (...). Questa criminalità (...) è molto simile a quella che era la realtà criminale di Catania prima dell’insediamento di una famiglia di cosa nostra a opera di Giuseppe Calderone. (..) Anche lì c’erano gruppi criminali territoriali organizzati che non erano cosa nostra. Poi, a metà degli anni Settanta si è insediata la famiglia di cosa nostra – quindi a Catania c’è, mentre a Messina non si è insediata – ma anche dopo questo insediamento cosa nostra non ha totalizzato il controllo della realtà catanese perché ha continuato a coesistere con diversi gruppi criminali che non appartengono a cosa nostra e che nel panorama criminale sono, talvolta, più noti e più famosi della stessa cosa nostra. Quindi, a Messina c’è stata e continua registrarsi una sorta di evoluzione simile a quella dei gruppi criminali catanesi, che, però, ha avuto notevoli progressi”. Si è evidenziata, dunque, una certa tendenza alla modernità della mafia messinese “nel senso che negli ultimi anni si è passati (...) dalla mera predazione del territorio basato sulle estorsioni e sul controllo del traffico di stupefacenti al riciclaggio del denaro, sotto forma di creazione di un’imprenditoria mafiosa. Vi è, quindi, la tendenza a investire il denaro non più nei tradizionali acquisti immobiliari, ma in forme di attività commerciale, imprenditoriale e così via”. Per questo motivo la cosa nostra barcellonese “non ha proiettato direttamente i suoi uomini d’onore nel territorio messinese, bensì i suoi imprenditori. Questo attualizza un fenomeno antico. (...) Quando cosa nostra palermitana (e in misura minore la ‘ndrangheta) a un certo punto, anziché perseguire l’obiettivo che le avrebbe creato dei problemi sia con Catania sia con Reggio Calabria di insediare una sua famiglia mafiosa direttamente qui, ha preferito esportare a Messina non uomini d’onore, ma la borghesia mafiosa per fare affari”. A ciò si aggiunga, come si accennava, che negli ultimi tempi anche nel territorio messinese opera, quale espressione di cosa nostra, la cosiddetta mafia dei Nebrodi che potrebbe apparire una mafia rurale dei pascoli in controtendenza rispetto alla finora descritta evoluzione imprenditoriale. In realtà, essa ha ben poco di antico se non nei metodi. Un fenomeno sempre più cruento riguarda i territori di Catania ed Enna in cui si realizzano numerosi gravi episodi di violenza, minaccia, danneggiamento, ma anche attentati e omicidi, con l'obiettivo di entrare in possesso dei fondi agricoli dell'area e di ottenere gli ingenti contributi economici concessi dall'Europa. Si tratta di un campo molto remunerativo, per questo oggetto di svariati interessi criminali, al cui ambito la stampa ha ricondotto anche il preoccupante, anche per le sue modalità, attentato del 17 maggio 2016 a Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi, oggetto di indagini in corso, bloccato da un commando armato mentre viaggiava a bordo della sua auto sulla statale che collega San Fratello a Cesarò, forse perché promotore di un protocollo che ha dato luogo alla revoca dei contributi per migliaia di ettari di terreni ricadenti nelle aree di riserva naturale del Parco dei Nebrodi. Una situazione estremamente interessante si registra nella Sicilia orientale, storicamente zona di influenza delle famiglie Santapaola-Ercolano di Catania. Cosa nostra catanese continua a rivelarsi la mafia imprenditoriale per eccellenza. Considerata una mafia inferiore rispetto a quella palermitana, al contrario, si è rivelata più capace di infiltrarsi nel tessuto economico e politico rispetto alle altre fazioni siciliane di cosa nostra. Chiara, sul punto, è l’analisi del dott. Giovanni Salvi, allora procuratore della Repubblica di Catania, secondo il quale “Catania in qualche maniera possa dirsi un luogo dove si è sperimentato in passato quello che poi oggi vediamo diffondersi anche altrove, cioè un legame tra alcuni settori dell’imprenditoria e alcuni settori della politica e organizzazioni criminali, nelle quali il rapporto è diverso rispetto a quello che conosciamo, per esempio, a Palermo”.  Precisava, al riguardo, anche che “Catania è stato, negli anni, un laboratorio di nuove forme di criminalità organizzata (...). I capi di cosa nostra palermitana sono i mafiosi ‘con la coppola’. A Catania i capi di cosa nostra non sono gli imprenditori collusi o che chiamiamo mafiosi, ma sono imprenditori. Sono i Santapaola, i Mangion, gli Ercolano. Questo avrà un significato. Questa non è una cosa nostra più debole. Santapaola uccide o fa uccidere. (…). Di pari passo, nella relazione della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo per l’anno 2016, si dava atto, altresì, della compenetrazione di questa mafia imprenditoriale con “taluni esponenti politici ed amministratori locali, come emerso in vari processi in cui sono stati accertati episodi di patto di scambio politico mafioso e il condizionamento di competizioni elettorali da parte dei sodalizi criminali, che hanno procurato pacchetti di voti consistenti a candidati che ne facevano richiesta e quale contropartita hanno ottenuto l’aggiudicazione di pubblici appalti in favore di imprese colluse o infiltrate dalle stesse cosche”. Anche in questi territori si registra l’espansione di interesse verso nuovi settori, quali quelli dell’accoglienza dei migranti, quelli del - sempre in crescita - mercato ortofrutticolo del ragusano e quelli delle sovvenzioni della comunità europea. Il fatto, inoltre, segnalato dal procuratore Salvi, che anche questa mafia “spara” veniva ulteriormente avvalorato dalle sue dichiarazioni rese sia il 24 marzo 2014, nel corso della missione a Catania, sia durante l’audizione del 15 gennaio 2015, in cui riferiva di gravi e recenti episodi omicidiari nel Calatino e a Biancavilla, ma anche a Vittoria, evidenziando, peraltro, che e “a Librino è stato recentemente sequestrato uno dei più potenti arsenali nella storia recente delle organizzazioni criminali: vi erano vari kalashnikov, varie mitragliette di immediata portabilità, una ventina di pistole nuove di zecca e alcuni fucili a pompa”.

 

 

Lo stato attuale e le prospettive di cosa nostra

Le indagini svolte hanno fatto emergere gli interessi mafiosi economici-criminali del clan Laudani e del clan Mazzei nonché del mandamento di Pagliarelli e del mandamento della Noce, come pure la famiglia di Pietraperzia (EN) in Lombardia. Anche Cosa nostra trapanese con riferimento alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazzara ha posto alcuni presidi nel territorio lombardo con lo scopo di sfruttare e rafforzare il traffico di droga destinata a rifornire la piazza di spaccio milanese importando hashish lungo la tratta Marocco-Spagna-Italia da destinare al mercato lombardo. Nel Friuli Venezia Giulia si registra la presenza della famiglia mafiosa dei Graziano. Nell’area centro-settentrionale: in Emilia Romagna opera la famiglia mafiosa di Campobello di Licata; a Ravenna vi è la presenza dei Nicotra di Misterbianco. In Italia centrale, nel Lazio, è stata registrata la presenza del clan catanese Mazzei finalizzata al riciclaggio dei proventi illeciti di soggetti vicini al clan dei tortoriciani e dei barcellonesi dediti al reimpiego di proventi illeciti nell’economia legale della famiglia Rinzivillo di Gela che unitamente ad un’altra cellula criminale con base in Germania si occupava dell’organizzazione e gestione dei traffici di sostanze stupefacenti, riciclaggio nel settore edile e ristorazione, in particolare i clan stiddari di Vittoria (RG) nel settore agro-alimentare con accordi di cooperazione posti in essere tra stidda e il clan camorristico dei casalesi per governare i servizi di trasporto su strada dei prodotti ortofrutticoli, quello di Vittoria (RG) e quello di Fondi (LT) e da ultimo della famiglia Santapaola Ercolano attiva  nei settori di giochi e scommesse. In Toscana sono stati censiti membri della famiglia palermitana di Corso dei mille appartenente al mandamento Brancaccio i cui settori illeciti di interesse erano il traffico di stupefacenti, le estorsioni, il gioco illegale e il controllo di numerose attività economiche.

La presenza di Cosa nostra all’estero

Le proiezioni più lontane nel tempo sono quelle nel Canada e negli Stati Uniti rispettivamente con le famiglie Cuntrera-Caruana e Rizzuto, oltre alle famiglie Gambino, Bonanno, Genovese, Lucchese e Colombo. Negli anni è stato rilevato l’interesse di Cosa Nostra verso l’Argentina paese di trasformazione e transito delle sostanze stupefacenti, ma anche verso Colombia e Venezuela.

La presenza di Cosa nostra in Europa

La Spagna è un nodo importante per il traffico degli stupefacenti, nonché una base ove nascondere i latitanti nostrani. 

NDRANGHETA

Si caratterizza per il profondo radicamento, la potenza finanziaria delle cosche calabresi e la loro capacità di essere anti-Stato senza sfidarlo apertamente. L’Ndrangheta organizzazione criminale nata in Calabria: ha una struttura verticistico-federativa organizzata sul territorio in unità minori sono dette “ndrine” che, riunite in gruppi formano le “locali”, ossia le strutture operative; è articolata secondo uno schema patriarcale di tipo orizzontale. Spesso le famiglie mafiose ricalcano le famiglie di sangue e i vincoli parentali. La solidità del vincolo associativo garantisce all’associazione un ferreo controllo del territorio in ragione della capacità di intimidazione che riesce a creare. Al vertice dell’intera organizzazione potrebbe esserci una ristretta cerchia di affiliati che formano la cosiddetta Provincia, ossia un organismo con funzioni direttive e strategiche a cui è affidata la gestione di tutte le iniziative strategiche e che fa da trait d’union con le altre articolazioni sia nazionali che internazionali. La consapevolezza della forza e della pericolosità della ‘ndrangheta è comunque un dato recente. Per molto tempo è stata descritta come mafia secondaria, subalterna e arretrata. Questa immagine deformata ha proiettato un cono d’ombra che le ha permesso di crescere e di espandersi sotto traccia, oltre i confini della Calabria.  L’ascesa criminale della ‘ndrangheta, di cui si sono in parte già analizzate le ragioni all’inizio di questa relazione, avviene dopo le stragi di Falcone e Borsellino, quando, sfruttando le difficoltà di cosa nostra, divenuta il bersaglio principale delle attività di contrasto dello Stato, le cosche calabresi investono i profitti dei sequestri di persona nella droga, inviando i loro uomini in Sudamerica. La ‘ndrangheta diventa il principale broker del traffico internazionale degli stupefacenti, che in quel periodo stava realizzando il passaggio dall’eroina alla cocaina, e conquista un rapporto privilegiato con i grandi fornitori centro e sudamericani grazie alla sua affidabilità economica, all'assenza fino a tempi recenti di collaboratori di giustizia di un certo spessore che invece ora cominciano a fornire importanti elementi investigativi, e a un rapporto con gli uomini delle istituzioni decisamente meno conflittuale, rispetto alla mafia dei corleonesi.

La struttura unitaria della ‘ndrangheta

La ‘ndrangheta è il fenomeno criminale che ha occupato le cronache giudiziarie, su cui gli inquirenti hanno svolto un'attività più penetrante, dirompente per certi aspetti, portando al vaglio dei giudici una ricostruzione sistematica del fenomeno. È possibile affermare che l'ultimo decennio ci consegna una migliore conoscenza della struttura e delle sue caratteristiche, tanto che solo nel 2010 il termine ‘ndrangheta ha avuto riconoscimento legislativo nel testo dell'articolo 416-bis del codice penale e questo fenomeno criminale è emerso dal contenitore generale e indistinto delle altre organizzazioni, acquisendo rilievo autonomo. Nel 2014 e nel 2016 le sentenze della Cassazione hanno quindi messo il sigillo sui procedimenti delle procure di Reggio Calabria e di Milano “Crimine” e “Infinito”, confermando le ipotesi investigative sulla struttura unitaria, il modus operandi e le strategie di espansione della ‘ndrangheta. Già in passato diversi elementi emersi da indagini condotte dalla procura di Reggio Calabria avevano fatto intuire i tasselli di un mosaico che sarà ricomposto dal punto di vista giudiziario solo molto più tardi, e cioè che la ‘ndrangheta è un'organizzazione unitaria con articolazioni territoriali che rispondono al “crimine”, cioè alla Calabria, e che ha un organo apicale, di natura collegiale e con competenza generale, denominato la “provincia”. In altri termini oggi sappiamo che la ‘ndrangheta in Calabria è strutturata in tre diversi mandamenti: ionico, tirrenico e di Reggio Calabria, all'interno dei quali operano locali”; ha articolazioni territoriali anche in diverse regioni del Nord Italia e all’estero (in Europa, Nord America e Australia) ma ciascuna di queste locali risponde alla “provincia”, che si configura come il vertice di una vera e propria organizzazione trasnazionale. Un vertice che rappresenta tutte le famiglie di ‘ndrangheta della Calabria, capace di dirimere le controversie interne, con il potere di aprire o chiudere locali, conferire cariche, dare il nulla osta per gli omicidi eccellenti o di particolare rilevanza da compiere anche fuori dalla regione. L'equilibrio fra le scelte che hanno effetti esclusivamente all'interno della locale, che nessuno può sindacare, e le scelte che coinvolgono altre locali comporta, ovviamente, che le decisioni più importanti non possano esse prese dalla singola locale ma spettano alla provincia”. La 'ndrangheta nasce come organizzazione unitaria e orizzontale ma con il tempo cambia e si dota di una struttura più complessa e gerarchica. Questo processo evolutivo di tipo piramidale si rende necessario per scongiurare nuove sanguinose guerre di mafia, come quella che tra il 1985 e il 1991 provoca più di settecento morti, e al tempo stesso per inserire l’organizzazione nel traffico mondiale di stupefacenti e accompagnare il salto nei grandi appalti nazionali grazie a nuove relazioni con livelli più alti della pubblica amministrazione, delle istituzioni e del mondo delle professioni e dell’economia. La creazione della santa, alla fine degli anni Sessanta, costituisce un’ulteriore novità, “una rivoluzione interna alla ’ndrangheta” che si struttura con una componente più riservata di cui fanno pare “‘ndranghetisti autorizzati a entrare nella massoneria per avere contatti con i quadri della pubblica amministrazione e, quindi, con medici, ingegneri e avvocati”. Con la creazione della santa la 'ndrangheta si “sprovincializza" e al tempo stesso si rafforza la tendenza a creare una struttura che limiti l'autonomia della singola locale per spostare verso l'alto il potere ed accrescere le potenzialità dell'intera organizzazione mondiale di stupefacenti e accompagnare il salto nei grandi appalti nazionali grazie a nuove relazioni con livelli più alti della pubblica amministrazione, delle istituzioni e del mondo delle professioni e dell’economia. La creazione della santa, alla fine degli anni Sessanta, costituisce un’ulteriore novità, “una rivoluzione interna alla ’ndrangheta” che si struttura con una componente più riservata di cui fanno pare “‘ndranghetisti autorizzati a entrare nella massoneria per avere contatti con i quadri della pubblica amministrazione e, quindi, con medici, ingegneri e avvocati”. Con la creazione della santa la 'ndrangheta si “sprovincializza" e al tempo stesso si rafforza la tendenza a creare una struttura che limiti l'autonomia della singola locale per spostare verso l'alto il potere ed accrescere le potenzialità dell'intera organizzazione

Le ragioni del successo

Questo modello organizzativo e le sue dinamiche decisionali, funzionali all’accumulazione della ricchezza, si sono rivelati efficaci per disciplinare l’attività delle cosche in tutta la Calabria e nel resto d’Italia e nel mondo. Proprio in ragione della diffusione e della ramificazione sul territorio nazionale e mondiale dei suoi interessi economici, la ‘ndrangheta ha necessità di sapere, ovunque e comunque, chi comanda nel territorio in cui vuole concludere un affare. Se si tratta di organizzare lo sbarco di un carico di cocaina, se si devono acquisire vantaggi (incarichi, commesse, posti di lavoro) in relazione a un appalto, se si deve effettuare un rilevante investimento è necessario sapere chi “comanda" su quell'area, con chi si deve trovare un accordo e se insorge una controversia quali sono le regole per definirla. Non sono consentite incertezze soggettive e temporali. La struttura, le “doti” (le gerarchie interne) servono a controllare gli uomini, sono funzionali all'esigenza d garantire le relazioni necessarie a gestire il traffico internazionale di droga e i grandi appalti, è un problema di legittimazione mafiosa e criminale. Molte famiglie mafiose non sono direttamente riconducibili alle storiche ‘ndrine della provincia di Reggio Calabria, con le quali non sono neanche imparentate, ma se vogliono fregiarsi del nome di ‘ndrangheta devono sottostare alle regole e alla signoria mafiosa dei vertici reggini. Il livello superiore di comando interviene solo nel momento in cui sorgono motivi di contrasto tra le varie ‘ndrine. Oppure entra in azione quando è minacciata l’unitarietà della ‘ndrangheta, com’è accaduto con l’omicidio di Carmelo Novella che comandava la ‘ndrangheta in Lombardia ma avrebbe voluto svincolarsi dalla casa madre. La forza della ‘ndrangheta risiede soprattutto nella sua struttura familiare, nei legami di sangue che assicurano la continuità delle cosche, nel loro radicamento territoriale e nella capacità di gemmazione delle ‘ndrine fuori dei confini della Calabria. Questo spiega anche le poche collaborazioni significative: “nessun capo locale di ’ndrangheta di serie A si è mai pentito". Accusare un affiliato, il più delle volte, significa tradire un fratello, un cugino, uno zio, il padre, infrangere un duplice giuramento, quello di affiliazione e quello naturale iure sanguinis. La struttura familiare delle ‘ndrine e la “compartimentazione” della 'ndrangheta permettono di reggere meglio la pressione delle forze dell’ordine e ne fanno un'organizzazione altamente affidabile, sia nei rapporti con le altre organizzazioni criminali che con gli interlocutori economici, istituzionali, politici. Le inchieste degli ultimi anni hanno rivelato l’espansione territoriale ed economica delle cosche calabresi, la capacità di colonizzare parti significative delle regioni settentrionali adeguando ai nuovi contesti il modello organizzativo e le strategie criminali. Ma sia in Calabria che altrove le ‘ndrine si nutrono di consenso, non sono un corpo estraneo e separato della società, anche laddove questo consenso si esprime nelle forme più arcaiche di soggezione indotta dalla paura. La violenza resta una risorsa irrinunciabile, anche se sempre meno esibita e solo in casi estremi, quando non è più sufficiente ogni altra forma di pressione, intimidazione e delegittimazione. Il consenso raccolto dalla ‘ndrangheta nelle terre d’origine è ancora in larga parte frutto dei ritardi e delle carenze dello Stato. Le scritte “meno sbirri e più lavoro” apparse a Locri mentre si celebrava la Giornata nazionale della memoria delle vittime di mafia il 21 aprile del 2017 hanno reso evidenti i termini di una sfida che nel Mezzogiorno, e in particolare in Calabria, vede le mafie fare leva sui bisogni più vitali delle popolazioni locali e offrire servizi decisivi (assistenza, casa, sicurezza, salute, occupazione) che le istituzioni pubbliche faticano a garantire. Il successo della ‘ndrangheta va letto in questa chiave, nella sua straordinaria capacità di muoversi dai livelli più bassi della società ai più alti, di abitare al tempo stesso la dimensione locale e quella globale, di intrecciare relazioni sempre più significative con mondi che non sono mafiosi ma che diventano essenziali per raggiungere gli scopi criminali delle cosche.

La ‘ndrangheta in Calabria

Gli interessi economici

La ‘ndrangheta si conferma solidissima e agguerrita lì dove è nata. Nel corso delle missioni nei due distretti di Reggio Calabria e Catanzaro sono state raccolte significative conferme e nuove indicazioni sugli interessi e le attività criminali nella regione. Un ruolo di primissimo piano è rivestito dal traffico di stupefacenti. La Calabria resta il centro propulsore delle strategie ‘ndranghetiste in questa attività illegale, che vede le cosche dei mandamenti tirrenico e ionico di Reggio Calabria e quelle di Vibo Valentia esercitare una vera e propria egemonia nel mercato mondiale della cocaina in particolare in Colombia. I vertici delle cosche calabresi mantengono rapporti privilegiati, se non addirittura esclusivi, con i principali cartelli di narcotrafficanti del Centro e Sud America, dove la ‘ndrangheta ha realizzato basi logistiche e operative che consentono un rapido e costante rifornimento della merce, l’organizzazione di trasporti sicuri e la gestione diretta degli affari con la presenza nei diversi paesi di broker e fiduciari delle cosche. La ‘ndrangheta è considerata dai narcos un partner affidabile e solvibile e queste caratteristiche ne hanno favorito la globalizzazione, agevolata dalla diffusa presenza di ‘ndrine in tutto il mondo. Il traffico internazionale di stupefacenti si avvale di solidi contatti oltre oceano negli Stati Uniti e in Canada anche in partnership con esponenti di cosa nostra; e soprattutto in Europa, dalla Germania al Belgio, dall’Olanda alla Spagna, queste ultime, da sempre, sponde accoglienti di molti latitanti calabresi. In tutti questi paesi le locali della ‘ndrangheta reinvestono gli ingenti profitti del narcotraffico in nuove attività e consolidano la loro presenza, moltiplicando la forza espansiva delle famiglie calabresi. Il porto di Gioia Tauro è uno dei crocevia del traffico di droga lungo le rotte che dal Sud America si proiettano in Europa. Le cosche egemoni nella Piana controllano le attività di gestione dei servizi interni del porto, dove le cosche possono contare sulle complicità e il supporto di tecnici e i lavoratori per le operazioni di transhipment della droga dai container a terra. Malgrado l’intensa e continua attività di contrasto, che registra numerosi arresti e sequestri davvero imponenti (1.533,785 Kg di cocaina solamente nel porto di Gioia Tauro), si fa ancora fatica, per ammissione degli stessi investigatori, a intercettare la circolazione di denaro che serve a muovere le partite di droga. “Se non interveniamo e non blocchiamo i meccanismi finanziari che consentono ai trafficanti di muovere le partite sul piano planetario di droga, non andremo mai al cuore del problema. Bisogna individuare e colpire i meccanismi finanziari che stanno a monte dei traffici di stupefacenti." Se la droga rappresenta il core business della ‘ndrangheta globalizzata, le cosche calabresi continuano a operare un controllo penetrante in molte attività economiche della regione, con maggiore incisività e diffusione nella provincia di Reggio Calabria che presenta un quadro particolarmente allarmante. Le cosche reggine (della città, delle fasce ionica e tirrenica) esercitano un pesante condizionamento in tutti i settori dell’economia legale, dall’edilizia al commercio, dalla ristorazione ai trasporti, dall’import export di prodotti alimentari al turismo. E’ una ‘ndrangheta sempre più imprenditrice, che non si limita a esercitare le estorsioni e l’usura o taglieggiare imprenditori e commercianti in una logica parassitaria ma si è affermata con la gestione diretta delle attività economiche, alcune emergenti e molto popolari come le scommesse e il gioco on line, dove il rischio di essere smascherati è peraltro più basso mentre altissime sono le opportunità di riciclare i proventi delle attività illecite. Le ultime inchieste hanno consolidato le conoscenze sulle capacità di inquinare non solamente il sistema economico privato ma soprattutto la pubblica amministrazione. Grazie alla rete di relazioni consolidate con esponenti della politica, delle istituzioni e delle professioni, le cosche - sia attraverso prestanome sia con imprenditori e professionisti di riferimento - riescono ad aggiudicarsi importanti pubblici appalti, imporre le proprie ditte e la propria manovalanza nei sub-appalti, e questo vale sia nel caso dell’appalto milionario per la ristrutturazione del Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria che per la ristrutturazione di un noto bar del capoluogo reggino. Un modus operandi che non ha bisogno di ricorrere alla violenza ma che trova nella convergenza di interessi con ampi settori della classe dirigente locale e regionale una leva per mantenere potere e consenso e garantire l’impunità delle cosche. Nel distretto di Catanzaro, che comprende anche le province di Cosenza, Crotone e Vibo Valentia, le ‘ndrine si muovono con altrettanto cinismo e aggressività, e dove primeggiano le famiglie Grande Aracri di Cutro e i Mancuso di Limbadi con importanti proiezioni nell’Italia settentrionale e all’estero. Anche in queste territori si va affermando il modello imprenditoriale, con le cosche che allargano il proprio raggio d’azione nel campo delle energie rinnovabili, della depurazione delle acque e nell’assistenza ai migranti. Significativa, in tal senso, l’indagine della procura di Catanzaro sulle infiltrazioni mafiose nella gestione del CARA Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, dove la cosca egemone degli Arena era riuscita ad accaparrarsi per molti anni gli appalti indetti dalla prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione destinati agli ospiti del centro di accoglienza, grazie alle complicità anche del rappresentante locale delle Misericordie, l’ente gestore del CARA, e di un parroco di Isola Capo Rizzuto. Il mondo delle professioni è decisivo per assicurare il radicamento e l’espansione delle attività criminali. Non è esagerato dire che non c’è professione che sia rimasta impermeabile alla penetrazione mafiosa: commercialisti, notai, ingegneri, medici, avvocati si sono messi al servizio delle cosche nei contesti più diversi, compresa la delicata funzione di amministrazione di beni sequestrati e confiscati alle cosche e purtroppo non sono rimaste immuni né la magistratura né le forze dell’ordine.

I rapporti con la politica

La presenza mafiosa negli enti locali costituisce un indice significativo del controllo capillare esercitato dalle ‘ndrine sul territorio calabrese e dei solidi rapporti tra la ‘ndrangheta e la politica che investono i livelli comunale, provinciale e regionale. L’imponente numero dei comuni sciolti per mafia in Calabria, gli ultimi cinque alla fine del 2017, attesta la fragilità delle istituzioni locali, esposte alle infiltrazioni criminali che si realizzano non solamente attraverso forme di condizionamento esterno dei consigli comunali, ma sempre di più attraverso la presenza diretta di affiliati nella compagine amministrativa, con un preoccupante salto di qualità nella capacità di inquinamento della vita democratica. Su questo versante la Commissione parlamentare antimafia  ha svolto un costante monitoraggio, non solo in occasione delle diverse tornate elettorali che nel corso della legislatura hanno visto il rinnovo di numerosi consigli comunali calabresi, ma anche con un immediato approfondimento sulla situazione del comune di Reggio Calabria, il primo e finora unico capoluogo di provincia sciolto per infiltrazioni mafiose nell’ottobre del 2012. La ‘ndrangheta coltiva il preciso obiettivo di soggiogare e mantenere in condizioni di arretratezza e di isolamento la terra dove ha avuto genesi e da cui trae legittimazione. Il rapporto con la politica è da questo punto di vista indispensabile a consolidare il potere delle cosche, ed è efficacemente illustrato dal procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria, Nicola Gratteri: “25 anni fa erano i mafiosi che andavano col cappello in mano dal politico a chiedere cortesie o a chiedere l’assunzione alla forestale. Oggi, invece, sono i politici che vanno a casa dei capimafia, a chiedere pacchetti di voti in cambio di appalti.... Oggi se è il politico che va a casa del capomafia a chiedere i voti, vuol dire che nel comune sentire si ritiene che il modello vincente è il capomafia. Perché il capomafia interviene anche sulla ristrutturazione di un marciapiede da 20.000 euro? Con tutti quei soldi che hanno si interessa pure di un marciapiede? Sì, perché farà lavorare per venti giorni cinque padri di famiglia e quando sarà ora di votare quei cinque padri di famiglia si ricorderanno di votare per il candidato prescelto dal capomafia. Nei piccoli comuni, ad esempio, è molto facile per le mafie decidere chi sarà il sindaco. Le mafie sono una minoranza… anche nei paesi a più alta densità mafiosa, ma la differenza è che si tratta di una minoranza organizzata. Loro contano sul 15 o al massimo sul 20 per cento dei voti, però spostando quel 20 per cento a destra o a sinistra loro determinano chi sarà il sindaco e quindi poi gli chiedono il conto”. L’operazione “Stige”, nel gennaio del 2018 coordinata, della DDA di Catanzaro e che ha coinvolto a vario titolo sindaci, ex sindaci, consiglieri comunali, assessori dei comuni di Cirò Marina, Mandatoriccio, Strongoli, Casabona, Crucoli, San Giovanni in Fiore e della provincia di Crotone, che ha disarticolato una potente cosca del crotonese con ramificazioni in diverse regioni italiane, in Germania e in Svizzera, ha offerto un’ulteriore allarmante conferma della mutazione genetica delle cosche calabresi che si muovono inserendo direttamente propri rappresentanti, senza distinzioni ideologiche tra forze politiche, nelle istituzioni locali. D’altra parte, il potere dei clan non arretra neanche laddove gli amministratori non intendono piegarsi. Significative, in proposito, le vicende del comune di Rizziconi, ricostruite in Commissione dall’allora procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Cafiero de Raho. Nel comune di Gioia Tauro, la potente famiglia dei Crea aveva condizionato e guidato per anni l’andamento della pubblica amministrazione, non a caso sciolta per due volte nel 1996 e poi nel 2000. Quando però, nel 2010 viene eletto un sindaco riluttante a cedimenti e compromessi mafiosi, i vertici della cosca fanno terra bruciata intorno al primo cittadino e di fatto impongono l’autoscioglimento del consiglio comunale, costringendo la maggioranza dei consiglieri a presentare le dimissioni. “Così aveva voluto la ‘ndrangheta che comanda e controlla il territorio in modo talmente pressante e pervasivo da condizionare l’espressione del voto”. Altrettanto pesante la situazione nella Locride, dove la Commissione ha acceso un faro su numerosi casi di minacce e veri e propri attentati ai danni di amministratori pubblici. Un fenomeno in cui non sempre appare evidente la regia ‘ndranghetista delle intimidazioni, ma che comunque conferma le pesanti criticità di un territorio ad alta densità criminale, come hanno riferito nel corso della missione a Locri il prefetto di Reggio Calabria, i componenti delle commissioni straordinarie dei comuni di Bovalino e Africo e alcuni amministratori minacciati. “In alcuni casi, i pubblici amministratori si rivelano vicini agli ambienti della criminalità organizzata o comune, oppure gli episodi maturano in un contesto riconducibile a interessi o dissidi che possono poi divenire evidenti sotto forma di atti e danneggiamenti. Non è escluso che, per altri aspetti, alcuni episodi possano essere riconducibili ad accordi elettorali poi disattesi o a semplici promesse non mantenute”. In altre occasioni tali eventi maturano in un contesto politico poco sereno o addirittura litigioso. Possono, inoltre, sussistere ipotesi di opportunistiche interpretazioni di questi episodi al fine di pretesi accreditamenti o eventuale legittimazione, o ancora forme strumentali di eterogenesi dei fini per più o meno visibili interessi di varia natura. Spesso i tentativi di superare prassi amministrative approssimative e opache e avviare un’azione di bonifica delle infiltrazioni criminali si scontrano con l’inadeguatezza degli apparati burocratici e le diffidenze, quando non l’aperta ostilità, dei cittadini. A Bovalino, ad esempio, è stato segnalato che quando la commissione straordinaria ha bandito la gara per il servizio della raccolta differenziata, l'unica ditta che aveva presentato l'offerta era risultata in realtà destinataria di interdittiva antimafia o ancora che nessuna ditta si era resa disponibile per demolire un manufatto abusivo e lo sforzo dei commissari di ripristinare la legalità era stato contrastato con una raccolta di firme tra la popolazione, secondo una modalità tipica della ‘ndrangheta di delegittimare chi ostacola i propri interessi. In alcuni comuni sciolti per mafia non si è stati capaci di utilizzare i fondi POR richiesti per il recupero dei numerosi beni confiscati presenti nel territorio. La vicenda più emblematica, anche sul piano nazionale, dei rapporti tra ‘ndrangheta e politica resta quella che ha portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Reggio Calabria e che aveva evidenziato le infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle società partecipate dall’ente locale, per drenare ingenti risorse pubbliche e consolidare il proprio potere e consenso, pilotando un numero significativo di assunzioni. Le indagini della DDA di Reggio Calabria nel 2016, hanno gettato nuova luce sul sistema criminale che condizionava il capoluogo reggino. I procedimenti che hanno coinvolto esponenti di primo piano della politica locale, regionale e nazionale (dall’ex sindaco ed ex presidente della regione Calabria Giuseppe Scopelliti, agli ex assessori regionali Alberto Sarra e Umberto Pirilli, eletto poi al Parlamento europeo, fino al senatore Antonio Caridi), e che sono giunti alla fase dibattimentale, hanno drammaticamente rivelato come la ‘ndrangheta abbia condizionato le attività amministrative, le scelte in materia di servizi pubblici strategici, come il sistema integrato delle acque, drenato risorse pubbliche senza alcuna ricaduta sullo sviluppo della città e orientato attraverso il controllo di un consistente pacchetto di voti il consenso elettorale nell'ultimo decennio. Secondo le valutazioni dei magistrati, nella città di Reggio Calabria si sarebbe creata una struttura riservata di comando, formata da esponenti di primissimo piano della cosca De Stefano, accreditati professionisti della città legati alla massoneria, come l’avvocato ed ex parlamentare Paolo Romeo e uomini della politica locale e nazionale. Un vertice in realtà non conosciuto né dalle strutture della ‘ndrangheta né dalle logge ufficiali dalla massoneria, ma che costituiva una “rete di legamifinalizzata a condizionare organi comunali, ma anche costituzionali, se si pensa ai rapporti con parlamentari”. “Quello cui ho fatto riferimento è lo strumento attraverso il quale negli ultimi dieci-quindici anni la ‘ndrangheta ha intrattenuto i propri rapporti con quell’area grigia che era anche inserita nella massoneria, quindi la massoneria è stata piegata all’esigenza della ‘ndrangheta di entrare in contatto con la società schermandosi. La componente riservata è formata da soggetti diversi, che restano occulti alla stessa massoneria, perché sono persone che, dovendo schermare l’organizzazione ed essendo note soltanto a determinanti appartenenti all’organizzazione dei vertici più elevati, non si possono esporre a nessuna altra forma evidente”.Grazie a questa struttura riservata la ’ndrangheta ha potuto avvantaggiarsi negli ultimi dieci anni dei rapporti con quell'area grigia che era anche inserita nella massoneria e la massoneria è stata piegata all'esigenza della ’ndrangheta.Sui rapporti di lunga data tra massoneria e mafie, si rinvia alla relazione della Commissione in cui sono illustrati i risultati di una lunga e approfondita inchiesta sulle infiltrazioni di cosa nostra e della ‘ndrangheta nelle logge massoniche di Sicilia e Calabria e di cui si riferisce anche in un capitolo della presente relazione.

L’espansione della ‘ndrangheta in Italia e all’estero

Si è già sottolineata la struttura transnazionale della mafia calabrese, che grazie alla leadership nel traffico mondiale di stupefacenti, esporta all’estero prassi di insediamento e radicamento sempre  più incisive. Qui si vuole anticipare un tema che sarà affrontato nel capitolo sulla internalizzazione delle mafie e dell’antimafia. Nelle missioni in Spagna, in Olanda, a Malta e in Canada, la Commissione ha potuto registrare una buona e crescente collaborazione tra le rispettive autorità giudiziarie e gli apparati inquirenti, in particolare nella lotta al traffico di stupefacenti. Ma in nessuno di questi Paesi le istituzioni, sia quelle politiche che quelle preposte al contrasto della criminalità, hanno mostrato una soglia di consapevolezza e attenzione adeguate a fronteggiare le nuove dinamiche criminali e le capacità della ‘ndrangheta, l’organizzazione più radicata e attiva, di individuare i varchi normativi e le opportunità imprenditoriali per investire e riciclare l’enorme massa di denaro frutto delle attività illecite. Significativa in proposito l’inchiesa “Acero-Krupy” delle procure distrettuali di Reggio Calabria e Roma, con il coordinamento della DNA e in collaborazione con le autorità olandesi e canadesi, che ha accertato la presenza in Olanda e Canada di storiche cosche del mandamento ionico della provincia reggina (Commisso e Crupi di Siderno e Aquino-Colucci di Gioiosa Ionica) stabilmente inserite in segmenti strategici delle economie di quei Paesi, dall’import-export di fiori da Amsterdam all’Italia e agli investimenti immobiliari in Canada. Dalle indagini emerge la grande flessibilità imprenditoriale della ‘ndrangheta, in grado di adattarsi a ciò che offre il mercato e al tempo stesso di intercettare i settori emergenti e diventare punto di riferimento per le attività di riciclaggio. Gli investimenti all’estero sono favoriti da legislazioni nazionali meno rigorose negli accertamenti sulla provenienza illecita del denaro e dall’assenza di norme paragonabili al nostro reato di associazione a delinquere di stampo mafioso con il suo efficace corollario delle misure di prevenzione patrimoniale. Non a caso è molto difficile sequestrare e confiscare beni mafiosi in Europa e le cosche comprano alberghi, palazzi di pregio, ristoranti, strutture ricettive in Spagna, Germania, Svizzera, Francia e Malta avviando attività d’impresa che consentendo alle famiglie mafiose di operare alla luce del sole e nella legalità. Anche nel resto d’Italia la ‘ndrangheta ha ormai messo radici profonde: dalla Toscana al Piemonte fino alle Valle d’Aosta, dall’Umbria fino al Friuli Venezia Giulia. In particolare le modalità di colonizzazione delle regioni settentrionali, di cui si dirà più compiutamente in un capitolo successivo, segnalano la forza di un fenomeno in espansione. Dalle inchieste più importanti degli ultimi anni emerge una 'ndrangheta affaristica, dinamica, duttile, flessibile, profondamente infiltrata nel vitale tessuto sociale ed economico di queste realtà produttive, nel quale molti imprenditori, professionisti, dirigenti pubblici e amministratori locali hanno mostrato una sorprendente cedevolezza e friabilità rispetto agli interessi e agli appetiti delle locali di ‘ndrangheta saldamente radicate nei nuovi territori.

L’Ndrangheta allo stato attuale e nuove prospettive

I settori operativi della mafia calabrese sono molteplici fra cui si annoverano: traffico d’armi, smaltimento illegale di rifiuti, condizionamento della vita amministrativa locale specie nel settore degli appalti, l’usura e l’estorsione, l’acquisizione e il controllo diretto o indiretto di società o attività commerciali operanti nel settore della ristorazione, del gioco di azzardo e dell’immobiliare, nonché da ultimo il gaming online. Vi rientra anche il traffico di stupefacenti con i cartelli colombiani. I proventi illeciti prodotti tramite le attività criminali sono riciclati e reimpiegati tramite veicoli societari formalmente sani intestati a prestanome incensurati, che riescono poi a raggiungere posizioni dominanti in diversi settori economici. L’”attitudine colonizzatrice” sia sull’intero territorio nazionale che all’estero ha posto i mafiosi calabresi tra gli interlocutori più affidabili per la gestione di affari criminali che hanno basi di appoggio in Italia, in Europa e nel mondo. L’ampiezza operativa dell’Ndrangheta si può definire come una vera e propria holding con sede legale e amministrativa in Calabria e quelle secondarie nei Comuni del Centro-Nord Italia e in molti paesi stranieri. In particolare, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Liguria e Lazio sono le regioni nei quali le ‘ndrine hanno rivolto la loro attenzione dedicandosi all’acquisizione di appalti pubblici e privati, al traffico degli stupefacenti e delle armi e al riciclaggio. In particolare l’Ndrangheta ha un forte controllo anche dei fenomeni illeciti che avvengono in Piemonte. Nel Lazio, e Roma, in particolare la Ndrangheta opera acquisendo il controllo e la direzione di imprese attive sul territorio in qualità di soci-finanziatori occulti con particolare riferimento a quelle operanti nei settori della ristorazione ed immobiliare. All’estero le aggregazioni calabresi tendono a concentrarsi dove l’emigrazione è più cospicua e radicata. Consistenti risultano le presenze in Germania, Francia, Belgio, Olanda, nei Balcani e nell’Europa dell’Est, nonché in sud America. Più in generale, dal sud America la cocaina arriverebbe via mare nell’area mediterranea seguendo la cd rotta atlantica con il Brasile quale paese di transito e i porti della Spagna e l’Italia quali scali di destinazione privilegiati per l’Europa specie per quanto riguarda il territorio nazionale, quelli lungo il versante tirrenico, in particolare quello di Gioa Tauro.

CAMORRA

Premessa

Dalla seconda metà degli anni Novanta del Novecento la camorra ha assunto un ruolo crescente e, assieme alla ‘ndrangheta calabrese, ha scalzato cosa nostra dal ruolo leader rivestito fino alla cattura di Totò Riina. L’offensiva dello Stato contro la mafia siciliana e la contestuale evoluzione del mercato delle droghe con il passaggio dall’eroina alla cocaina, hanno permesso a camorristi e ‘ndranghetisti di occupare lo spazio lasciato da cosa nostra, specializzata nel traffico di eroina grazie ai rapporti con la mafia statunitense, e divenire interlocutori privilegiati dei narcotrafficanti del Sud America. Ancora una volta è una merce, o un commercio illegale o proibito, a fornire a Napoli basi di massa e consenso sociale alle organizzazioni criminali. Napoli diventa così una “narco-città” dal punto di vista della distribuzione all’ingrosso e dello spaccio (così come nel passato era stata “città-contrabbandiera” per eccellenza) e Scampia (e poi altre zone della città e del suo hinterland) si trasforma per decenni nel “narco-quartiere” per antonomasia. Se per un periodo storico la camorra aveva incontrato e utilizzato il contrabbando di sigarette per espandersi, e poi la vendita di prodotti contraffatti all’estero, ora è la droga e il suo commercio a ribadirne le prevalenti caratteristiche mercantilistiche-criminali. Senza il ruolo occupato nel commercio delle droghe a livello nazionale e internazionale, non sarebbe possibile spiegare l’ascesa della camorra nell’élite della criminalità mondiale. Mentre la ‘ndrangheta si è diffusa a partire dalle cellule di calabresi che riproducevano all’estero o nel nord dell’Italia il modello delle ‘ndrine, la camorra non ha esportato un suo modello organizzativo o di vita ma solo criminali in affari, che si stanziano nei posti strategici della produzione e delle rotte del narcotraffico o in ogni luogo dove è possibile fare investimenti, smerciare prodotti contraffatti, senza seguire necessariamente le rotte dell’emigrazione napoletana e campana. Anche per questo sarebbe sbagliato pensare a un’unica organizzazione, cui fanno riferimento e si rapportano i malavitosi di Napoli e della Campania, né tanto meno la parola “camorra” indica una élite criminale che si differenzia dalla delinquenza comune. I diversi clan non hanno mai avuto una “cupola” né su base comunale né provinciale né tanto meno regionale; nessuna struttura verticale di comando, di coordinamento o di condizionamento sulle singole attività; non hanno modalità per dirimere controversie, o per rispondere unitariamente ad una eventuale azione repressiva dello Stato. Ogni tentativo di unificazione sotto forma di un unico comando è degenerato in una carneficina. Tranne nel caso del clan dei casalesi, dove ha operato per anni una specie di federazione criminale, circoscritta al territorio di Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa. Questa caratteristica rappresenta la maggiore pericolosità sociale delle camorre. Ciò che ha consentito il loro lungo durare non è stato l’agire unitario ma proprio un’anarchica frammentazione. Ma soprattutto la sua secolare capacità di trarre vantaggio e organizzare l’emarginazione e il disagio sociale dei ceti più poveri della città di Napoli e della sua provincia, dove è storicamente forte la tolleranza alle attività di sopravvivenza e ai commerci illegali. La camorra va considerata come una criminalità catalizzatrice di tutte le attività criminali-illegali e di una parte consistente dell’economia informale-sommersa, che si sviluppa nel tessuto economico della città essenzialmente modellato sulle attività commerciali piuttosto che su quelle industriali o dei servizi. Ed è qui che i camorristi, specializzati nei ruoli di mediazione, si sono inseriti, facendo leva sulla violenza come fattore competitivo. La frammentazione si è dimostrata più congeniale a farla aderire a tutte le ampie, diffuse e stabili forme di illegalità che, variamente, hanno caratterizzato la vita economica e sociale della città di Napoli e del suo hinterland in tutti i periodi storici. E la sua organizzazione reticolare le ha consentito di aderire con naturalezza a tutta l’economia informale che caratterizza una parte non secondaria dell’economia napoletana e campana. Il successo di questa criminalità “trafficante” è dovuto alla grande massa di consumatori disposti a comprare beni o merci contraffatte di grandi marche venduti a prezzi più convenienti rispetto al circuito legale (sigarette, ad esempio, o cd) o perché mette a disposizione beni il cui consumo è proibito, ma la domanda è ampiamente sostenuta (come nel caso delle droghe, della prostituzione e degli altri settori che fanno parte della cosiddetta “economia dei vizi”). Sotto questo profilo la camorra a Napoli e in Campania, come ha sottolineato il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, è “elemento costitutivo, dato strutturale permanente, che ci trasciniamo dall'unità d'Italia ad oggi senza che sia stato mai affrontato. Parliamo del cuore del problema, perché l'intervento giudiziario è sì necessario, ma è una parte dell'intervento dello Stato per recuperare questi territori che stanno morendo”.

Il quadro d’insieme

Gli approfondimenti sviluppati dalla Commissione nelle missioni presso le DDA di Napoli e Salerno e nelle regioni italiane in cui le camorre mostrano una forte operatività, nonché le audizioni svolte in sede con i magistrati napoletani, i sindaci di diversi comuni della regione e studiosi del fenomeno, hanno confermato il quadro di una realtà criminale multiforme e complessa, difficile da inquadrare in una definizione unitaria che mai come oggi appare forte e aggressiva, con un esteso controllo del territorio regionale, uno stretto rapporto con la politica e le istituzioni di alcune aree, una vasta proiezione nazionale e internazionale. In base ad alcune stime, la Calabria risulta essere la regione italiana con la più elevata densità di reati in rapporto alla popolazione; Napoli invece ha il primato per omicidi ogni 100 mila abitanti e il record assoluto nel numero di clan e di affiliati. Se si analizzano le ordinanze di custodia cautelare dal 1992 al 30 giugno del 2017 per il reato di cui all’articolo 416-bis del codice penale, si può verificare come la camorra tocchi la cifra di 3.100 unità, la ‘ndrangheta quella di 2.707, cosa nostra 2.093, mentre la criminalità mafiosa pugliese arriva a 751. Nel 2015 si contavano ben 180 clan camorristici a Napoli e provincia, un numero record in rapporto alle altre criminalità mafiose italiane. E se si dà uno sguardo alle mappe della presenza delle mafie nel centro-nord d’Italia, in Europa e negli altri continenti, si resta colpiti dal maggior radicamento e dalla più alta capacità di espansione di camorra e ‘ndrangheta rispetto a cosa nostra. Nel mondo criminale nazionale e internazionale si parla sempre più il napoletano e il calabrese che il siciliano. Per numero complessivo di morti ammazzati negli ultimi quarant’anni i clan di camorra detengono il primato tra le organizzazioni mafiose italiane. Da quindici anni la media annuale di omicidi di camorra è superiore a quelli di cosa nostra e della ‘ndrangheta. In Campania le armi non hanno mai taciuto, anche quando si è sfiorato il numero zero negli omicidi in Sicilia e in Calabria. Da quindici anni la media annuale di omicidi di camorra è superiore a quelli di cosa nostra e della ‘ndrangheta. Nella provincia di Napoli nel 2015 ci sono stati quarantacinque omicidi di stampo camorristico, mentre nel 2016 si è toccata la soglia dei sessantacinque, concentrati in gran parte nei quartieri del centro storico e nell’area nord della città. Negli ultimi due anni si sono verificate cinquantadue “stese” in cinque diversi quartieri della città partenopea. Dal 2010, un solo omicidio camorristico si è verificato a Caserta, ma questo dato non va interpretato come la crisi delle strutture militari del clan dei casalesi, quanto piuttosto come una scelta strategica tesa a realizzare un modo diverso di governare e controllare il territorio. Mentre nel distretto di Salerno si sono registrati quattro omicidi di stampo camorristico, segnali inquietanti di un’inversione di tendenza in un territorio tradizionalmente ritenuto meno esposto a influenze camorristiche. Ciò che rende eccezionale e complesso il caso criminale campano è proprio il fatto che convivano fenomeni diversi sotto il profilo dei metodi adottati, dei settori economici occupati e delle classi sociali di riferimento.

Il distretto di Napoli

La camorra di Napoli città e quella del suo immediato hinterland presentano tratti abbastanza simili, mentre hanno caratteristiche del tutto diverse i clan che si sono ramificati ad appena 25 chilometri di distanza, cioè quelli dei casalesi o quelli delle zone al di là del Vesuvio. Più camorra-massa la prima, più camorra-impresa quella casertana, nolana, vesuviana. Più frammentata e gangsteristica la prima, più solida e radicata la seconda. Meno dipendente dal rapporto con il ceto politico e amministrativo la prima, più relazionata permanentemente ad esso la seconda. Ed è proprio per queste caratteristiche che i capi camorra di provincia hanno lasciato indubbiamente un segno più duraturo, da Nuvoletta di Marano a Bardellino di San Cipriano d’Aversa, da Cutolo di Ottaviano ad Alfieri di Saviano, da Zagaria di Casapesenna a Fabbrocino di San Gennaro Vesuviano, da Bidognetti di Casal di Principe ai Moccia di Afragola, da La Torre di Mondragone a Galasso di Poggiomarino. Le due camorre, quella napoletana e quella casertana, hanno reagito in modo totalmente differente all’incisiva azione repressiva che ha riguardato negli ultimi anni le due province criminali. A Napoli si assiste all’assalto di giovanissimi killer al potere criminale dei vecchi clan indebolito dai numerosissimi arresti e la repressione spinge alla creazione di nuove formazioni criminali anziché ridurle. La frammentazione delle bande crea un potere meno verticistico e strutturato, meno stabile e radicato, più esposto agli assalti dei nuovi, decisi a scalare velocemente le gerarchie. In questo senso la camorra si presenta più aperta con barriere di accesso basse e facilmente superabili. Al tempo stesso se la repressione colpisce i capi non si assesta di per sé un colpo risolutivo all’organizzazione, la quale si rigenera continuamente proprio per la fluidità degli apparati di comando e per la bassa soglia di accesso alle élite criminali. Inoltre, i gruppi più strutturati non impediscono né limitano le attività predatorie, il confine tra attività camorristiche e attività di delinquenza comune è molto labile. Alcuni clan pretendono dai criminali comuni che operano nelle loro zone la consegna di parte dei proventi dei furti, delle rapine, degli scippi e di altre attività di strada, in particolare del settore della contraffazione. Vi è, di conseguenza, un continuo passaggio di malavitosi comuni ai gruppi camorristici. Le nuove bande che attaccano anche i quartieri controllati da clan storici non hanno ridimensionato il ruolo delle solide organizzazioni della città, alcune delle quali si trasmettono il dominio da diverse generazioni. Emerge piuttosto un intreccio del tutto particolare tra potere di vecchi clan e modalità criminali giovanilistiche. C’è la convivenza forzata tra gruppi che interagiscono tra loro in equilibrio instabile ma con una connotazione comune: essi agiscono in territori caratterizzati da una densità abitativa molto alta, dove si concentrano povertà, emarginazione, assenza di nuclei familiari coesi da un’integrità di valori e tassi elevati di evasione scolastica. Il mercato della droga, gestito sia nelle fasi di importazione che di spaccio rappresenta, insieme alle estorsioni e alla contraffazione, continua a rappresentare la principale fonte di accumulazione delle ricchezze criminali. Nelle attività collegate al commercio della droga sono impiegati tutti i componenti della famiglia: dal nonno al nipote, dalla madre ai figli. Particolarmente allarmante il coinvolgimento sempre più massiccio di adolescenti, e persino bambini, nelle attività di spaccio, una sorta di pony express che provvedono alla consegna direttamente a domicilio per i consumatori di maggiore riguardo che vogliono conservare la loro privacy63. Né deve essere sottovalutato il ruolo attivo e di comando rivestito dalle donne dei clan, i cui capi sono tutti in carcere, più volte sottolineato dagli inquirenti: “assistiamo al fenomeno delle madri di camorra, cioè di donne che sostituiscono i capi e lavorano come ‘zarine’ della camorra”64. A questi aspetti emergenti e allarmanti la Commissione ha dedicato un lungo approfondimento e un capitolo specifico di questa relazione, a cui si rinvia. Le fibrillazioni che interessano i quartieri del centro storico, con i violenti contrasti tra gruppi contrapposti nei quartieri del centro storico e le veloci trasformazioni della devianza giovanile in forme criminali più o meno strutturate, non devono distogliere l’attenzione dai circuiti affaristici più sofisticati nei quali i clan della camorra si sono da tempo indirizzati sia con crescenti investimenti all’estero, in cui riciclano i profitti del narcotraffico sia con vere e proprie attività imprenditoriali. In particolare nella zona che va dalla cintura di Napoli nord ed est fino alla zona nord del casertano, anche dopo la disarticolazione del clan dei casalesi, nuove aggregazioni camorristiche che esercitano penetrante controllo del territorio e si sono inserite nella gestione degli affari perseguendo lo stesso modello di espansione fondato sui rapporti con il ceto politico e amministrativo. Permane la presenza del clan Moccia, la cui operatività è ormai distinta e ripartita sia sulla Campania, sia sulla città di Roma; sono ancora attivi i gruppi dei Contini, dei Polverino, dei Mallardo, dei Ferrara. Vi è una significativa ripresa di una presenza camorristica nella zona di Nola che si spinge sull'intero Vallo di Lauro, in cui si manifesta un preoccupante fenomeno di infiltrazione nelle amministrazioni locali. Ne è testimonianza la nomina della commissione d’accesso al comune di Pago del Vallo di Lauro, disposta dal prefetto di Avellino, nell’ottobre del 2017. Particolarmente attivo in quella zona è il clan Cava e vi sono segnali di una ripresa di attività dello storico rivale, il clan Graziano, entrambi protagonisti di una sanguinosa faida durata decenni e culminata con la cosiddetta “strage delle donne”, dopo la scarcerazione per fine pena dei suoi esponenti di spicco. I clan di camorra hanno potuto sempre contare sulla disponibilità di ingenti quantitativi di armi, come attestano anche i sequestri operati tra il 2016 e il 2017 di veri e propri arsenali: granate per uso bellico, kalashnikov, mitra di vario tipo, mitragliette veloci, pistole di grosso calibro o comunque di tipo militare. Così nella zona sud di Napoli, zona Barra-Ponticelli, in cui Polizia e Carabinieri congiuntamente hanno operato sui due gruppi criminali che si fronteggiavano in quel territorio con scorrerie armate negli stessi comuni. Così, ancora, nel territorio a nord di Napoli e nel casertano dove sono stati arrestati gli appartenenti ai clan Bidognetti e Schiavone. Sul versante casertano, dopo la cattura di tutti i capi storici, il clan dei casalesi non esiste più nelle forme e nei modi conosciuti. Il comando dei vecchi capi è passato ai figli che continuano a operare ma in settori diversi rispetto a quelli tradizionali. Si tratta di una camorra ancora molto forte, violenta, organizzata essenzialmente sul vincolo familiare e che può contare sul prestigio ancora alto dei boss, ristretti in carcere al 41-bis, in una parte della popolazione. I clan ricavano rilevanti profitti dal controllo estorsivo delle piazze di spaccio, un dato che segnala il rischio di un'evoluzione di quella camorra che è stata nel corso degli anni strutturata, secondo una deriva più napoletana, con tendenze alla violenza”. Ma si sono orientati anche nella nuova frontiera della gestione del gioco d’azzardo on line, operato da piattaforme per lo più collocate all’estero. I guadagni in questa filiera sono duplici “nell'imporre l'estorsione del pizzo al bar e al locale che deve tenere la macchinetta del gioco d'azzardo e nel ricavato del provento del gioco d'azzardo in sé e per sé”.Un elemento rilevante è rappresentato dalla presenza sul territorio di vecchi affiliati ai gruppi Bidognetti, Zagaria e Schiavone tornati in libertà mentre alcuni degli esponenti di rilevo si trovano in condizione di fine pena, prossimi alla scarcerazione, come Pasquale Zagaria, fratello del più noto Michele. Per i magistrati della DDA di Napoli, si potrebbero ricreare le condizioni che consentirono agli inizi degli anni Ottanta lo sviluppo di una delle più agguerrite compagini mafiose conosciute nel nostro Paese. Il rischio di una riorganizzazione finalizzata alla riappropriazione degli spazi di controllo illegale in quei territori, considerate le risorse economiche e umane di cui ancora possono disporre, non va quindi sottovalutato.  Vi è la certezza che buona parte dei patrimoni accumulati nel tempo dai casalesi siano ancora nelle mani di imprenditori che per anni sono stati la sponda economica dei clan, attraverso i meccanismi delle intestazioni fittizie e della schermatura societaria. Patrimoni che si sono riversati in numerosi mercati legali, in particolare nel campo dell’edilizia, nei grandi centri commerciali e turistici e nelle forniture agli enti pubblici. Inoltre si suppone che molti dei politici che si sono fatti strada grazie all’appoggio dei capi clan siano ancora operativi e presenti nelle amministrazioni, e non solo locali. Il quadro di conoscenze sull’operatività e la struttura del clan si è arricchito negli ultimi tempi, grazie alle dichiarazioni di Antonio Iovine, ex boss dei casalesi, arrestato il 17 novembre 2010 dopo quattordici anni di latitanza, divenuto collaboratore di giustizia dal maggio 2014. Le informazioni raccolte hanno dato avvio a nuove indagini che potranno rivelarsi utili anche al fine di intercettare preventivamente i segnali di una possibile riorganizzazione del clan. Le dichiarazioni di Iovine hanno permesso di ricostruire l’evoluzione dall’associazione e i suoi rapporti con il mondo dell’imprenditoria e della pubblica amministrazione. La camorra era divenuta “imprenditrice” creando relazioni stabili con le imprese, inserendosi e imponendosi in maniera sempre più attenta e oculata nel mondo degli appalti. Il camorrista si era trasformato da estortore in socio, in un collaterale dell'imprenditore stesso, o a sua volta in imprenditore in grado di fornire servizi alle altre imprese. In questa nuova prospettiva erano altresì mutati i rapporti con il mondo della politica. Una metamorfosi pervasiva che risulta tristemente essere ancora presente. Non vi è stata più necessità per il camorrista latitante di interagire personalmente con il politico. Tale rapporto è stato affidato alla mediazione dell'imprenditore stesso; è quest’ultimo che da allora in poi si è premunito di trovare i necessari riferimenti per conseguire l'oggetto finale delle sue aspettative, cioè l'appalto; che si è relazionato con la politica; che ha pagato, nell’eventualità, il funzionario o il politico, e in ogni caso la camorra per ottenere la possibilità di partecipare e di aggiudicarsi la gara; è l’imprenditore che ha scelto, una volta offertagli l’opportunità, di rivestire quel ruolo che gli ha consentito di consolidarsi sul mercato, di sbaragliare ogni concorrenza, di conseguire profitti. Forte del suo rapporto con la camorra, si presenta al politico come l'imprenditore di riferimento di quel mondo e assume verso l’esterno una posizione di vero e proprio monopolio, in quanto tutte le parti sono consapevoli che nessun’altra impresa potrà mai svolgere quel lavoro al suo posto. Il meccanismo creato genera una comunanza di interessi: il camorrista riceve la tangente dall'imprenditore; l'imprenditore versa a sua volta una tangente a chi gli garantisce l'acquisizione dell'appalto e, nel frattempo, chi garantisce l'acquisizione dell'appalto si garantisce un appoggio e una sicurezza dalla base. Una triangolazione che delinea un rapporto nuovo su base non più violenta, ma fiduciaria e si sviluppa su tre livelli, che vanno dalla corruzione, alla collusione, alla stessa cointeressenza nell’associazione. Sempre più la corruzione è divenuta lo strumento generalizzato attraverso cui la criminalità organizzata è riuscita ad acquisire il controllo di attività economiche e del territorio, assicurando la connivenza e la fedeltà anche per il futuro e non più solo in relazione ad un singolo episodio. E’ stato rilevato che se “un appaltatore vince tutti gli appalti perché riesce a corrompere l'amministratore, costituisce un modello per gli altri che, per sopravvivere, devono perseguire strade analoghe, altrimenti sono destinati a soccombere. Costituisce, quindi, un modello comportamentale, negativo che si propaga come una forma di contagio”. Le indagini svolte negli anni e i processi celebrati, al di là degli esiti dibattimentali, hanno posto all’evidenza come la partecipazione societaria tra i clan camorristici e gli imprenditori ha comportato, grazie alle “compiacenza” di una parte della classe politica e di certe istituzioni, che imprese direttamente riconducibili a Michele Zagaria fossero divenute destinatarie degli affidamenti e delle commesse nel periodo dell’emergenza rifiuti in Campania68; degli appalti dei servizi dell’ospedale di Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, ove “a decidere le nomine era la politica, per gli appalti decideva Franco Zagaria”69, cognato di Michele. Sempre quelle imprese avevano gestito gli appalti per i lavori della rete idrica della regione campana, attraverso il meccanismo degli affidamenti diretti per le opere di somma urgenza. E’ stata rilevata la pervasiva presenza nelle amministrazioni pubbliche dei comuni di quei territori, nonché tentativi di legittimazione degli imprenditori, al fine di evitare misure interdittive e di continuare ad operare indisturbati, attraverso fittizie adesioni alle associazioni antiracket70. Il livello di infiltrazione e di collegamento della criminalità organizzata per il tramite degli imprenditori nelle istituzioni appare ancora più allarmante ove riferito a soggetti appartenenti alle forze di polizia. Casi di collegamento tra criminalità e forze dell’ordine sono, purtroppo, emersi in vari procedimenti71.  In proposito, il procuratore di Napoli, Giovanni Colangelo, ha riferito alla Commissione anche in merito alle indagini sulla inquietante vicenda della pen drive che sarebbe stata consegnata da Michele Zagaria durante il blitz che portò alla sua cattura presumibilmente ad un uomo delle forze dell’ordine, presente al momento dell’irruzione nel bunker del latitante o nei momenti immediatamente successivi72 .

Il distretto di Salerno

Il quadro complesso e multiforme della criminalità organizzata in Campania non può ignorare le dinamiche criminali nell’area meridionale della regione. La Commissione ha approfondito questa realtà nel corso della missione a Salerno, raccogliendo dagli investigatori e dai magistrati della DDA del capoluogo elementi di sicura rilevanza, che smentiscono la vulgata di un territorio a lungo considerato meno interessato, se non addirittura esente, alle pressioni della camorra. Il procuratore Giovanni Lembo ha infatti sottolineato “la capacità di penetrazione nel tessuto economico-sociale e anche politico-imprenditoriale, con la realizzazione in alcuni casi di veri e propri cartelli criminali, che hanno monopolizzato alcune attività economiche di primaria importanza, direi importanza strategica, nell’economia salernitana”73. I recenti fatti di sangue (quattro omicidi di stampo camorristico), lo scioglimento per infiltrazioni mafiose dei comuni di Pagani (2012), Battipaglia (2014) e Scafati (2017), dove è stato evidenziato un controllo penetrante sull’amministrazione comunale fin dal 2008; le inchieste sul traffico di stupefacenti, sul caporalato, anche collegato agli sbarchi di migranti nel porto di Salerno, la presenza di esponenti del clan dei casalesi che hanno trasferito nella provincia interessi imprenditoriali nello smaltimento dei rifiuti e nelle bonifiche ambientali sommato alle attività nel traffico di stupefacenti, fanno di quest’area un bacino preoccupante di solidi e agguerriti interessi camorristici. La procura di Salerno è stata anche tra le prime a individuare le infiltrazioni della criminalità nella gestione del gioco d’azzardo on line, che vedono imprenditori vicini alla camorra utilizzare e installare, su tutto il territorio nazionale, piattaforme di gioco i cui server sono collocati all’estero e che consentono rilevantissimi profitti (operazione “jamm jamm”74). Delicata appare infine anche la situazione del Cilento, dove sono state avvertite presenze inquietanti dal punto di vista criminale e dove resta ancora irrisolto il caso del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo. Si tratta di un’area vasta, rispetto alla quale i magistrati antimafia lamentano insufficienti presidi di sicurezza garantite soltanto da piccole stazioni dell’arma dei carabinieri. 

Scenari futuri

E’ probabile che i giovanissimi che negli ultimi anni hanno creato una fibrillazione permanente all’interno della camorra napoletana tornino a cercare la loro ascesa criminale dentro i clan più strutturati, dopo aver verificato che la loro sopravvivenza come clan autonomi è limitata. Non possono, infatti, permettersi una violenza quotidiana che attira sulla città e sui loro affari un’attenzione scomoda. E in ogni caso, le iniziative degli ultimi anni della magistratura napoletana, che ha sferrato dei colpi durissimi alla camorra imprenditrice e a quella del riciclaggio, dimostrano la piena consapevolezza della capacità di diversi clan di competere nei circuiti internazionali illegali e legali. Le ultime dichiarazioni del nuovo procuratore della Repubblica presso il tribunale di Napoli, Giovanni Melillo, sulle responsabilità di una borghesia delle professioni, fanno ritenere che l’attenzione alla frammentazione delle bande di camorra e l’analisi del nuovo fenomeno che investe le giovanissime leve del crimine non allenterà la tensione su quella camorra che si propone come referente di professioni e ambienti imprenditoriali della città e della sua provincia e che finora non si erano lasciati coinvolgere dagli affari criminali in maniera così ampia. Nel suo intervento all’evento conclusivo degli Stati generali dell’antimafia a Milano, il 24 novembre 2014, il procuratore Melillo ha tratteggiato con lucidità l’evoluzione delle dinamiche criminali nella regione: “I principali cartelli camorristici coincidono ormai con sofisticate costellazioni d’impresa, con reti in cui si stabiliscono relazioni invisibili ma solidissime. Basta che un’impresa fiduciaria d’interessi mafiosi si collochi in una posizione dominante perché espanda le sue capacità di controllo su una più ampia filiera affaristica, commerciale e imprenditoriale. La dissoluzione dei corpi intermedi, a sua volta, finisce per assegnare alle organizzazioni camorristiche il riconoscimento tacito di una sorta di pretesa ad assumere direttamente le funzioni di rappresentanza politica e sociale”. La camorra napoletana non è solo mera devianza sociale, né è possibile racchiuderla nella sola immagine di frammentazione organizzativa, anche se non si può prescindere da queste caratteristiche. Essa si inserisce in una rete di relazioni socio-economiche spesso non configurabili in una fattispecie giuridica o solamente penale. La sua configurazione a rete le permette di entrare in contatto con più ambienti sociali, con più interessi, con diverse imprese legali e illegali. Ma nel considerare l’insieme delle sue caratteristiche, l’indubbia predilezione per le reti commerciali e di impresa, non si deve trascurare la sua composizione sociale e di contesto. Così come la sua notevole capacità di reinvestire i capitali accumulati non deve fare perdere di vista il suo carattere informale di organizzazione. E’ un fenomeno complesso e come tale deve essere affrontato, senza semplificazione e senza analisi rassicuranti. Si può discutere a lungo se definire e inquadrare nella camorra anche le bande giovanili che si fronteggiano nel capoluogo della regione. Ma non si può sicuramente sottovalutare la pericolosità di questo fenomeno dal punto di vista dell’ordine pubblico in una città che torna ad essere al centro di flussi turistici internazionali. L’attenzione verso le “paranze dei bambini” ha distratto l’opinione pubblica dalla camorra vera? Può darsi. Ma che questa distrazione sia stata una strategia perseguita volutamente dai capi storici della vera camorra per distogliere l’attenzione degli inquirenti dai loro affari e concentrarla sui delitti dei ragazzini è improbabile, anche se non del tutto da escludere. I camorristi non sono capaci di strategie così raffinate. E’ indubbio che a volte con il termine camorra si mettano insieme fenomeni criminali diversi, una vera e propria élite criminale consolidata, un gangsterismo giovanile legato allo spaccio di droga, e bande di scippatori, ladri e altre tipologie di criminali tipiche del disagio sociale urbano. I confini tra l’uno e l’altro mondo sono meno netti che nelle altre mafie, e il passaggio tra l’uno e l’altro è più agevole che in altri contesti. Per ora i giovanissimi assassini non sono riusciti a fondare un autonomo potere alternativo a quello dei clan storici, ma questo miscuglio di forme criminali diverse resta una caratteristica da non sottovalutare.

MAFIE PUGLIESI

Tradizionalmente, la mafia pugliese è stata identificata con la sacra corona unita (SCU). Le prime tracce dell sua esistenza risalgono al 1983: nell'ottobre di quell'anno un uomo, Vittorio Curci, dichiarò ai magistrati della procura della Repubblica di Bari di aver assistito, in piena notte, alla cerimonia d'affiliazione ad una mafia “nuova", autoctona.bLe immediate indagini disvelarono l’esistenza, all’interno della casa di reclusione di Bari, e precisamente nella cella del detenuto Giuseppe Rogoli, di un manoscritto costituente lo statuto di una consorteria denominata sacra corona unita, e in cui si indicava persino la data di fondazione: «La Scu è stata fondata da G.R. l'1 maggio 1983 e con l'aiuto dei compari diritti», dove G.R. sta per Giuseppe - detto Pino - Rogoli, un comune rapinatore di banche proveniente da Mesagne ed i “compari diritti” devono identificarsi in appartenenti alla ‘ndrangheta calabrese.bLe ragioni sottese alla nascita di tale sodalizio apparvero sin da subito chiare: opporsi all'invasione dei camorristi appartenenti alla fazione di Raffaele Cutolo che, in cerca di nuovi territori da conquistare, già sul finire degli anni Settanta, si erano spinti in Puglia radicandosi sul territorio soggiogando o soffocando, le famiglie criminali locali dove non riuscivano a stringere redditizie alleanze. Tale originaria vocazione regionalista sarebbe rimasta inalterata anche dopo. Il processo celebratosi dinanzi al tribunale di Bari nel 1986, con l’escluderne la natura mafiosa, paradossalmente fornì nuova linfa al progetto iniziale. Infatti, nelle more, gli associati della prima ora, riacquistata la libertà, costituirono i primi nuclei mafiosi nei luoghi di origine: nel Foggiano, nel Barese e nel Tarantino, operando in piena autonomia. Cosicché, sin da subito, la mafia pugliese palesò quella che sarebbe stata la sua principale caratteristica anche dopo la repressione da parte delle forze dell’ordine e della magistratura: la pluralità delle consorterie, tra loro paritarie e ciascuna, al suo interno, gerarchizzata e a vocazione monopolista. Il disegno di Rogoli trovò una sua parziale realizzazione più a sud avendo egli investito nella guida dei clan i suoi uomini più fidati. Tuttavia questo disegno unitario sarebbe fallito, e definitivamente tramontato, sotto i colpi della reazione dello Stato. Ma se questa organizzazione mafiosa - che per oltre un ventennio ha instaurato in Puglia e, in particolare, nel Salento un vero soggiogamento mafioso - è venuta meno già nei primi anni del Ventunesimo secolo, ciò non vuol dire che il fenomeno mafioso sia scomparso. Anzi! Scomparsi i capi storici, i gruppi malavitosi, ormai radicatisi sul territorio, del tutto slegati da una comune appartenenza ed in assenza di vincoli verticistici, ormai operano ciascuno nei rispettivi “locali”, adottando, a seconda degli avvenimenti, un atteggiamento tra loro collaborativo o aggressivo, nel segno di una tradizione ormai trentennale, ottenendo sul territorio, dall’evocazione delle imprese della SCU., una maggiore carica criminale che perpetua quel clima di paura, omertà e soggiogamento tra la popolazione, clima tipico dell’esperienza sacrista. Il contesto pugliese non fa, insomma, eccezione al trend nazionale di disgregazione degli organismi mafiosi unitari, esclusa la ‘ndrangheta, ed anzi ne rappresenta uno dei paradigmi se è vero che il territorio è segnato da tanti gruppi, grandi, medi o piccoli, che replicano moduli intimidatori e di assoggettamento tipici del metodo mafioso, che operano autonomamente e dunque con una violenza non controllata. Appare evidente che lo sviluppo dell’intera regione, a vocazione turistica - ma non solo - risulta palesemente condizionato dalla massiccia presenza di gruppi criminali radicatisi a macchia di leopardo sull’intero territorio e il salto di qualità in atto mediante la trasformazione da una dimensione familiare e rurale a quella prevalentemente imprenditoriale preoccupa non poco.

La criminalità organizzata nella città di Bari e provincia

La criminalità organizzata nella città di Bari risulta particolarmente radicata e caratterizzata dalla presenza di clan che si contendono il territorio al fine di imporre la propria egemonia nel campo delle attività illecite maggiormente lucrose quali il traffico di stupefacenti e le estorsioni. Dunque una criminalità con struttura di tipo orizzontale, e non piramidale, in cui le varie organizzazioni hanno pari dignità sul territorio, tant’é che, talvolta, nei quartieri più popolosi, operano più organizzazioni contrapposte che danno luogo a momenti di contrapposizione che spesso sfociano in fatti di sangue. Situazioni di fibrillazione appaiono essere all’ordine del giorno: recentemente, nel quartiere di San Girolamo, alla contrapposizione tra i clan Campanale e Lorusso sono seguiti due omicidi e negli anni precedenti tre persone innocenti, onesti lavoratori, sono state uccise a seguito dei conflitti tra organizzazioni criminali; nel quartiere Carrassi - San Pasquale il conflitto tra i clan Fiore e Caracciolese ha mietuto quattro vittime nei mesi di aprile e maggio 2014. Ma è il quartiere San Paolo a far registrare le maggiori problematiche sotto il profilo della sicurezza pubblica a causa della contrapposizione fra il clan Montani-Telegrafo e una componente dei Misceo contro il clan Mercante. Nell’intera provincia il quadro non è dei migliori: nei soli mesi di aprile, maggio e giugno 2017, sono stati commessi cinque omicidi tre dei quali sicuramente riconducibili, per modalità di esecuzione e per lo spessore criminale delle vittime, al crimine organizzato. Due di tali fatti di sangue si sono verificati nel capoluogo. Attualmente nella città di Bari sono operanti nove clan (Parisi - in cui va ricompreso anche il cosiddetto gruppo Palermiti; Strisciuglio; Capriati - in cui va ricompreso anche il cosiddetto gruppo Lorusso); Di Cosola; Telegrafo; Mercante - Diomede, Montani; Anemolo; Misceo) che manifestano una particolare capacità di rigenerarsi anche all’indomani della loro decimazione a seguito dell’incisivo intervento repressivo delle forze di polizia e della magistratura, grazie all’intervento delle seconde linee, all’impiego di soggetti spesso incensurati, all’utilizzo di persone minorenni a cui vengono affidati i ruoli di detentori della sostanza stupefacente, di pusher, di “ragazzi fondina”, detentori, per conto terzi, delle armi “scomode” e di esecutori di reati predatori. La diversificazione degli interessi delle cosche, che vanno al di là delle tradizionali attività criminali, emerge, invece, dall’azione di contrasto ai patrimoni illeciti: buona parte dei beni sequestrati sono infatti costituiti da società di gestione di slot machine, società che rappresentano per i clan una forma di introiti e di riciclaggio, conti correnti bancari ed ancora bar, pizzerie, immobili vari, ristoranti e resort, un centro scommesse, imprese individuali e una cartolibreria, persino un centro ippico ubicato ad Aversa, terra dei casalesi. La contiguità dell’area urbana con quella “metropolitana” sembra favorire l’interazione criminale tra il capoluogo e i comuni della provincia, come peraltro pienamente confermato dalle evidenze acquisite nell’ambito delle indagini portate a termine dalla magistratura inquirente: l’area murgiana, ed in particolare Altamura, si conferma un importante canale di collegamento con la Basilicata, territorio di espansione per il traffico di droga e per la commissione di reati predatori; il contesto criminale nel comprensorio di Monopoli, dopo la disarticolazione dei sodalizi avvenuta negli anni Novanta, appare condizionato dalle organizzazioni criminali operanti nei confinanti comuni di Conversano, Fasano e Mesagne, nonché del capoluogo; la città di Putignano, dove ha avuto origine la prima associazione mafiosa barese, denominata clan la Rosa appare sempre più condizionata dai circuiti della criminalità del capoluogo e, in particolare, dal clan Parisi; la provincia BAT (Barletta - Andria - Trani) è caratterizzata dalla presenza di organizzazioni malavitose aventi una spiccata autonomia operativa nonostante l’influenza esercitata dai sodalizi dei territori confinanti, in primis di Cerignola, con cui sono state avviate sinergie criminali per la gestione delle attività illecite; la situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica in Bitonto, caratterizzata dall’incidenza dei reati contro il patrimonio e soprattutto in materia di stupefacenti, si attesta su livelli che destano viva preoccupazione atteso che il tentativo di esercitare il monopolio delle attività delinquenziali, in particolare, della gestione delle varie piazze di spaccio da parte dei gruppi malavitosi bitontini genera la commissione di reati contro la persona particolarmente gravi, spesso commessi con l’uso delle armi, che determinano, come nell’ultimo efferato fatto di sangue del 30 dicembre 2017, un elevato allarme sociale. Nell’occasione ignoti esplodevano vari colpi d’arma da fuoco contro un pregiudicato che causavano il decesso di una vedova, pensionata, colpita, verosimilmente, da una pallottola vagante. Nella città di Andria la locale criminalità organizzata appare essere di assoluto spessore: i clan “Pesce-Pistillo” e “Pastore”, pur ridimensionati da numerosi arresti, mantengono il controllo del territorio. Dunque: pluralità di sodalizi, mancanza di un vertice aggregante e assoluta incapacità di elaborare strategie a lungo termine, di mantenere stabili alleanze o anche perduranti assetti organizzativi interni appaiono essere le principali caratteristiche della mafia barese. Ciò che appare connotare le organizzazioni mafiose del capoluogo di regione e della sua provincia è la vocazione commerciale e l’intraprendenza della popolazione che ha trasformato il territorio in una realtà economica e sociale particolarmente vivace, sicuramente tra le più avanzate del Sud Italia; dall’applicazione del metodo mafioso a tale duttilità affaristica ne è derivata una criminalità organizzata più incline a realizzare immediati vantaggi economici che ad elaborare complesse strategie di lungo termine, che utilizza i metodi violenti sia a difesa dei propri interessi che per espandere il proprio dominio affaristico e territoriale, ma anche per eliminare dal proprio interno coloro che rappresentano un ostacolo al perseguimento degli obiettivi del sodalizio foss’anche, solo per sete di affermazione personale, piuttosto che cercare accordi e/o alleanze.

La mafia del Foggiano

La mafia operante nella provincia di Foggia presenta delle caratteristiche diverse da quelle del circondario di Bari. Storicamente suddivisa tra “mafia dei montanari”, riferita ai sodalizi della zona garganica, e “mafia della pianura”, riferita alla zona della Capitanata, le organizzazioni mafiose operanti nel territorio in esame, pur presentando tratti analoghi a quelli della criminalità barese, in quanto frammentate e prive di un vertice aggregante, evidenziano una solida struttura interna, basata sul familismo mafioso, tipico della “ndrangheta”, ed una non comune capacità di programmare e attuare strategie criminali, di intessere alleanze sia tra i diversi gruppi operanti sul territorio, sia con sodalizi mafiosi campani e calabresi. Profilo quest’ultimo conseguente all’azione di contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura che ha determinato, nel tempo, necessitati mutamenti negli equilibri di potere con continue aggregazioni e disgregazioni dei gruppi dei quali si compone la “società foggiana”. La solidità strutturale appare derivare da un’impenetrabilità propria del contesto sociale in cui operano tali gruppi, caratterizzato da arretratezza culturale, omertà e illegalità diffusa, condizioni che, tuttavia, non hanno impedito l’applicazione, nello svolgimento delle attività criminali, di modelli di modernità e flessibilità propri di una “mafia degli affari”, nonostante essa rimanga caratterizzata da metodologie di imposizione delle regole, all’interno e all’esterno dei clan, fondate sulla forza che spesso si trasforma in pura ferocia, con vendette e punizioni mutuate dalle più arcaiche comunità agricolo-pastorali e dal modello della camorra cutoliana. Il risultato è un micidiale connubio tra: 1) modernità e lungimiranza negli obiettivi (dimostrata da una spiccata vocazione agli affari, dalla capacità d’infiltrazione nel tessuto economico-sociale nei centri nevralgici del sistema economico della provincia, e cioè l'agricoltura, l'edilizia e il turismo); 2) valori e metodi arcaici e capillare controllo del territorio, ottenuto e consolidato attrave rso una lunga scia di omicidi la gran parte costituiti dalla sparizione delle vittime (cosiddette lupare bianche); 3) omertà da parte della popolazione e assenza di collaborazioni con giustizia; 4) oggettive difficoltà nello svolgimento delle indagini stante la ostile morfologia del territorio (caratterizzato da zone impervie o boscate, da coste frastagliate, non coperte dal servizio di telefonia) che ostacola anche le più comuni metodologie di investigazione. La storia giudiziaria del territorio consegna all’interprete l’esistenza di tre grosse organizzazioni la cui mafiosità è cristallizzata da sentenze definitive: la prima operante sul capoluogo e i comuni del centro-nord della provincia, denominata “società" o “società foggiana", strutturata in "batterie" che fanno diretto riferimento ad un vertice costituito da personaggi carismatici del crimine locale, ciascuno a capo della rispettiva batteria; la seconda operante principalmente a Cerignola e nei comuni del sud Foggiano, denominata "Piarulli-Mastrangelo-Ferraro", a struttura verticistica e con a capo due fratelli, entrambi residenti a Milano, organizzata su due livelli: "i grandi" e "i piccoli”, ulteriormente suddivisa in "squadre", stanziate principalmente a Cerignola, che gestiscono operativamente le attività illecite, in particolare il traffico di sostanze stupefacenti; la terza, egemone sull'area garganica, denominata "clan dei Montanari”, avente una struttura mista, con modulo di tipo federativo e forte caratterizzazione di tipo familiare, facente capo alle famiglie Li Bergolis, di Monte Sant'Angelo, e Romito, egemoni sui territori di Monte Sant'Angelo e Manfredonia, e alla famiglia Ciavarrella, che opera sulla zona di Sannicandro Garganico. Ad esse si affianca il gruppo lucerino "Bayan - Ricci - Papa - Cenicold'‘ che, pur se non annoverato tra le principali associazioni mafiose, ha con queste rapporti di partenariato che ne preservano l'autonomia operativa e organizzativa. Un cenno particolare merita la zona di Vieste dove è stata accertata l'operatività di un sodalizio criminale originatosi dalla scissione di altre organizzazioni. Il territorio è funestato da attività estorsive finalizzate, soprattutto, all'imposizione della guardiania abusiva, attività particolarmente vantaggiosa stante la vocazione turistica dell’economia locale. Il susseguirsi di atti d’intimidazione e soprusi di vario genere, perpetrati in modo seriale in un clima connotato soprattutto dalla paura, rischia di strozzare l’imprenditoria in una zona che costituisce sicuramente un polo di attrazione per gli affari e in cui la circolazione di rilevanti capitali è legata anche alla realizzazione/gestione di strutture ricettive, spesso, invece, utilizzate, per la posizione strategica fronte-mare, al presidio delle coste, attività strumentale al controllo del traffico di stupefacenti con la vicina Albania, che costituisce, per un verso, l'affare più lucroso e, per l’altro, il trait d’union tra le diverse organizzazioni criminali operanti sul territorio della provincia foggiana.

Il fenomeno del caporalato

Quello del "caporalato", è un fenomeno criminale che interessa tutto il territorio della provincia di Foggia e che ha assunto dimensioni tali da costituire una vera e propria emergenza a carattere nazionale. Le indagini della magistratura hanno accertato il coinvolgimento della criminalità organizzata nella gestione dello sfruttamento del lavoro degli immigrati in quanto fenomeno da cui derivano rilevanti introiti economici, resi ancor più lucrosi dalla connessa attività illecita delle truffe ai danni dell’erario e degli enti previdenziali. Infatti le organizzazioni mafiose s’inseriscono in ogni fase del rapporto lavorativo: da quella prodromica del reclutamento all'estero delle persone da avviare allo sfruttamento, a quelle successive del trasporto e dell'ingresso in Italia delle persone reclutate, della loro allocazione sul territorio e della utilizzazione in lavorazione agricole con modalità tali da costituire vere e proprie forme di riduzione in schiavitù al servizio di imprenditori in rapporti diretti con le stesse organizzazioni criminali. La riduzione dei lavoratori in condizione di totale asservimento al “sistema” si connota per le disumane condizioni in cui i braccianti sono costretti a lavorare nei campi, a ritmi difficilmente sostenibili per il numero di ore in cui vengono impiegati, in spregio alle più elementari norme a tutela della condizione del lavoratore e con retribuzioni più che misere e, per di più, decurtate delle spese di affitto, di vitto e trasporto. Ma soprattutto per le condizioni in cui costoro sono costretti a sopravvivere, sopportando la sottrazione dei documenti personali di riconoscimento, e la ghettizzazione presso strutture fatiscenti sottratte, di fatto, al controllo delle forze dell’ordine alle quali, spesso, è interdetto l’accesso, e governate, quindi, dai “caporali” spalleggiati dai sodalizi mafiosi i quali esercitano un penetrante controllo sugli ospiti consapevoli del potere ricattatorio da essi esercitato, gestendo essi l’unica forma di sostentamento degli immigrati. All’interno dei ghetti solitamente si pratica lo sfruttamento della prostituzione ma anche il traffico di sostanze stupefacenti. Paradossale è l’omertà nel denunciare tali condizioni: spesso ad iniziali accuse hanno fatto seguito complete ritrattazioni. Frequenti sono stati infine i casi in cui, dopo le denunce si sono perse le tracce delle vittime che avevano osato rompere il muro del silenzio.

La criminalità minorile

Negli ultimi anni si è assistito ad una maggiore frequenza dell’impiego di minorenni nella perpetrazione di reati di tipo predatorio, con un ulteriore abbassamento dell'età dei giovani autori, spesso ai limiti della imputabilità. Infatti, molte rapite a mano armata (effettuate con pistole, di regola giocattolo, o taglierini) ai danni di esercizi commerciali, o di passanti, sono state commesse da minorenni tra i 15 e i 18 anni i quali non sempre versavano in precarie condizioni economiche ma che, attraverso il ricavato dell’atto criminale, miravano a soddisfare piccole esigenze personali, tipiche dell’età, spesso sperperando nella stessa serata il denaro così ottenuto. Atti che, per un verso, costituiscono motivo di esaltazione per la sfida alle forze dell’ordine e, per l’altro, motivo di affermazione all’interno del “branco”. Ad esempio, in San Severo, ove si registra una radicata presenza della criminalità organizzata legata alla “società foggiana”, a febbraio 2017 sono state commesse tre rapine nello stesso pomeriggio. Due degli autori sono stati arrestati, in flagranza di reato, dopo la terza rapina: si trattava di due giovani poco più che ventenni ma i due complici, arrestati il 15 marzo 2017 nel corso di altra rapina in Torremaggiore, sono risultati essere due minorenni, nell’occasione armati di una “replica” di pistola, non proprio un’arma giocattolo. All’arrivo dei Carabinieri, il minore, classe 2001, ha puntato la pistola contro il carabiniere. Solo la professionalità del militare ha evitato l’utilizzo dell’arma in sua dotazione. La vicenda delle tre rapine ha avuto un particolare clamore mediatico a seguito dello sciopero della fame effettuato dal Sindaco di San Severo al fine di attirare l’attenzione sulla situazione dell’ordine pubblico in quel comune. L’ultimo di numerosi episodi è del 4 aprile 2017: un’altra rapina ai danni di una tabaccheria, anche in tal caso commessa da un minorenne classe 2000 e da un giovane classe 1999. Lo spirito di emulazione, il senso di appartenenza ad un gruppo delinquenziale, induce i giovani a fare, poi, il salto di qualità con il loro inserimento in contesti di criminalità organizzata dove vengono utilizzati inizialmente per compiti marginali, al fine di testarne l'affidabilità (ad esempio per assicurare i contatti tra gli associati, effettuare telefonate o richieste estorsive), per poi farli partecipare a crimini importanti quali gli omicidi. Tuttavia, la risposta dello Stato non si è fatta attendere, anche per effetto dell’interessamento e delle iniziative di sensibilizzazione istituzionale della Commissione parlamentare antimafia: è stato aumentato il numero di uomini delle forze dell’ordine impiegate su tutto il territorio della provincia di Foggia ed in particolare nella zona di San Severo; è stato elevato, al contempo, il livello di professionalità degli investigatori con l’istituzione del Nucleo Prevenzione Crimine del ROS presso il comando provinciale dei Carabinieri di Foggia e con l'assegnazione di 15 unità specializzate nelle indagini contro la criminalità organizzata, è stato istituito il Reparto Prevenzione Crimine della Polizia di Stato nel comune di San Severo.

Considerazioni conclusive

In conclusione, il caso della criminalità foggiana, impostosi con forza alle cronache di mafia nel corso della legislatura 2013-2018, appare questione che, nonostante il ruolo periferico della città e del suo hinterland nel sistema criminale nazionale, non può essere considerata secondaria. Al contrario, il “fenomeno Foggia” assume un rilievo esemplare, giocando un ruolo di metafora proprio su di un piano generale. Il primo dato di riferimento è costituito dal fatto che la criminalità organizzata ha, a Foggia, una storia incostante e carsica, del tutto al di sotto di quella delle maggiori organizzazioni nazionali. Ha conosciuto qualche fasto provvisorio tra la fine degli anni Settanta e i primissimi anni Ottanta, quando Raffaele Cutolo cercò di espandere il suo regno dalla Campania verso sud, partendo dalla prima provincia confinante della Puglia e dando vita alla già citata società foggiana, come detto sorta di cartello criminale pulviscolare. Tentativo che naufragò presto, insieme con le fortune della sua creatura, la nuova camorra organizzata, che aspirava a diventare in Puglia forza colonizzatrice. Anche nel periodo di egemonia della sacra Corona Unita il baricentro territoriale di questa consorteria fu, fondamentalmente, il sud della regione, tra Brindisi e Lecce, sulle ali degli sbarchi albanesi e dai traffici con i clan montenegrini. Di talché Foggia, in questo scenario, non giocò ruoli di rilievo, rimanendo sullo sfondo con i suoi gruppi malavitosi, costretti in un ruolo locale e gregario, e caratterizzati, dicono le ricerche, da un elevato livello di dispersione. Stride, dunque, il confronto tra uno Stato dotato di professionalità adeguate, forze dell’ordine e magistratura annoverati come i più attrezzati professionalmente in tutta Europa, contro una criminalità precaria. Da qui le domande. Come è stato possibile che in una Puglia, in gran parte bonificata - sin dagli anni 2000 - nei suoi principali “distretti criminali” brindisini e salentini, sin dagli anni 2000, si presentassero sulla scena dall’altra parte della regione, quasi indisturbate, nuove organizzazioni, sia pure come sviluppo di nuclei precedenti? Perché una criminalità discontinua e dotata di modesto retroterra sociale ha potuto impunemente crescere in un capoluogo di provincia e in una delle più pregiate aree turistiche del Paese? Addirittura presentandosi in due versioni, quella foggiana e quella garganica, a conferma di come essa non possegga una unitaria (e dunque più temibile) identità? Bisognerebbe dedurne che chi doveva generare l’allarme sia rimasto vittima del classico e disastroso pregiudizio secondo cui “qui la mafia non esiste”. Che sia prevalsa un’inclinazione collettiva al quieto vivere. Conclusivamente, dunque, la rivitalizzazione della criminalità foggiana dopo 35 anni appare, in realtà, un atto d’accusa oggettivo verso la mentalità e gli atteggiamenti degli apparati del law enforcement e non solo loro. Torna la questione, altrove sollevata in questa Relazione, della distanza tra le capacità professionali dei reparti speciali e quelle dei reparti deputati al normale, ordinario lavoro di controllo del territorio, di prevenzione e arginamento delle pulsioni criminali provenienti “dal basso”. Se un’organizzazione giunge, come è successo a Foggia nel giugno del 2014, a bloccare sei accessi alla città con propri mezzi pesanti per effettuare una rapina, o giunge a trasformare una ex caserma dell’esercito in un fortino criminale, vuol dire che essa si sente onnipotente e impunita, in grado di andare sfrontatamente allo scontro con le forze dell’ordine. Atteggiamento tipico, di fronte a uno Stato incerto, delle organizzazioni senza storia, spesso incapaci di un’amministrazione “saggia” della violenza, e che infatti ha caratterizzato anche la sacra corona unita alla fine del secolo scorso. È in questo senso che Foggia diventa dunque metafora di una lunga e diffusa storia d’Italia. Storia di cessione di spazi, di sottovalutazione, di rimozione, d’incapacità di contestare in tempo reale la pretesa accampata da associazioni criminali di esercitare una giurisdizione territoriale alternativa. C’è voluto l’assassinio feroce, dopo un incredibile inseguimento, dei due contadini innocenti testimoni dell’ennesimo delitto nell’agosto del 2017, con il conseguente arrivo in città del Ministro dell’interno perché, dopo anni di basso profilo, la questione foggiana diventasse questione primaria. Ed è anzi significativo in proposito che un’associazione della società civile come Libera abbia deciso di celebrare proprio a Foggia la giornata della memoria e dell’impegno contro la mafia (riconosciuta con legge 8 marzo 2017, n. 20) nel 2018. Per sottolineare che da sola non bastano le pur importanti visite di esponenti delle istituzioni per stroncare quel che si è lasciato crescere negli anni. E che occorre invece, per riuscirvi, un impegno corale e sistematico, ormai necessariamente di lungo periodo. Foggia non è solo una metafora, Foggia è un banco di prova.

La criminalità organizzata nel Salento

Abbandonata l’originaria struttura piramidale e la successiva rigida suddivisione in gruppi, restii a dialogare tra loro e piuttosto pronti a rivendicare ognuno la propria autonomia e a imporre l’egemonia su altri territori delle province salentine, le consorterie che ancora si riconoscono nella sacra corona unita paiono aver scelto, da qualche tempo, una strategia tesa all’inabissamento delle tradizionali attività criminali, all’apparente scomparsa dell’associazione mafiosa, ricercando invece il consenso sociale attraverso attività che, in un periodo di profonda crisi economica, trovano apprezzamento tra i consociati, quali, ad esempio, il recupero forzoso dei crediti da debitori riottosi o l’offerta di posti di lavoro all’interno di aziende “controllate” dalla stessa organizzazione. Strategia in buona parte agevolata da una sorta di disponibilità della gente nei confronti di questa frange criminali, in assenza di una risposta della Stato non tanto sul piano repressivo quanto su quello sociale, in particolare sul piano del funzionamento dei servizi di primaria importanza tra cui occorre annoverare anche il ritardo della risposta alla domanda di giustizia nel campo civile. Di talché l’azione delle organizzazioni mafiose appare articolata tra i vecchi e tradizionali ambiti criminali e nuovi spazi d’intervento non più limitati ai contesti sociali che in qualche modo già condividevano e fiancheggiavano la metodologia dell’intimidazione, avendo ottenuto un diffuso e inaspettato riconoscimento, da frange della società civile le più disparate, del ruolo regolatore dei rapporti tra cittadini, in sostituzione degli organi istituzionali dello Stato. A riprova di ciò le diffuse manifestazioni di solidarietà della gente comune nei confronti di esponenti della criminalità di tipo mafioso, sintomo evidente del mutato atteggiamento verso gli esponenti di un’associazione che, messi da parte omicidi, bombe e incendi, ha mostrato di sé il lato maggiormente accettabile e “presentabile”. Atteggiamento conciliante riverberatosi anche nello svolgimento delle attività criminali più comuni, laddove il denaro ottenuto in passato con la minaccia esplicita o implicita nell’appartenenza all’associazione mafiosa, viene oggi offerto “spontaneamente” dalla vittima, forse non più tale, alla quale, in cambio, sono offerti servizi di tipo diverso: dalla tradizionale protezione o al recupero forzoso dei crediti, al finanziamento dell’attività economica, all’annullamento della concorrenza, alla possibilità d’inserimento in circuiti di riciclaggio. Fenomeno agevolato dalla perdurante crisi economica che ha interessato il Paese e che ha avuto, come in tutte le regioni del centro-sud, effetti devastanti in molte aree del Salento contribuendo a spostare il ricorso al credito dal circuito bancario al prestito ad usura, praticato anche dalle imprese finanziarie, talvolta non estranee all’ambiente della criminalità organizzata, spesso di proprietà o gestite dall’insospettabile "vicino della porta accanto". Usura ed estorsione appaiono reati strettamente collegati anche nel rimanere nel sommerso in quanto non documentati dal numero delle denunce; i dati statistici appaiono del tutto irrisori a conferma della capacità intimidatoria dei clan mafiosi presenti nei territori delle tre province salentine e della conseguente condizione di assoggettamento e di omertà delle stesse vittime, in una sorta di muta accettazione da parte della popolazione delle regole mafiose e di rifiuto dell’intervento repressivo dello Stato. Nello stesso solco della ricerca del consenso s’inserisce la partecipazione di esponenti di rilievo dell’ambiente mafioso, e di persone ad esso contigue, alle società di calcio, come è stato riscontrato per alcune squadre della provincia di Lecce (Galatina, Monteroni, Poggiardo, Racale, Tricase, Squinzano, Taurisano) nel palese tentativo di ottenere, oltre il consenso, anche la gestione economica di attività che possono costituire canali per il reinvestimento di denaro “sporco”75. Il sostanziale mutamento dei connotati della criminalità organizzata salentina deriva, altresì, dalla perfetta integrazione tra i capi storici dei vecchi gruppi criminali, molti dei quali hanno terminato di espiare le condanne conseguenti all’azione di contrasto e repressione posta in essere da magistratura e forze di polizia negli anni Novanta e gli esponenti della seconda e terza generazione delle famiglie mafiose “tradizionali” assurti nel mentre ai vertici dei clan. Integrazione favorita dal ruolo “storico” e sempre più rilevante delle donne (mogli, madri, sorelle) appartenenti alle famiglie malavitose, sempre attive nella gestione diretta delle attività criminali anche in sostituzione del congiunto detenuto, nel segno della continuità e della sommersione delle attività criminali. A ciò corrisponde una rinnovata attenzione agli equilibri tra i diversi gruppi operanti sul territorio e alla cura nell’appianare eventuali situazioni di contrasto con i clan limitrofi, nella convinzione che la pax mafiosa sia la condizione più conveniente per tutti. Ciò ha prodotto anche una radicale riduzione degli omicidi. Nel 2016 a Casarano (Le) nel piazzale antistante un affollato centro commerciale, proprio nell'orario di maggiore frequentazione; vittima un noto esponente di uno dei clan storicamente presenti sul territorio. A tale fatto di sangue è seguito, a distanza di soli due giorni, anche un tentativo di omicidio nei confronti del sodale dell’ucciso. Le successive indagini, che hanno consentito di accertare sia la matrice del gesto che i suoi esecutori, nonché di prevenire l’assassinio programmato di un’ulteriore vittima, attestano che il conflitto fosse insorto, tra ex appartenenti allo stesso clan, per il controllo del territorio di Casarano e dei paesi limitrofi, finalizzato a stabilire l’egemonia nel traffico delle sostanze stupefacenti e delle attività economiche svolte in quei centri. E’ stato pure messo in luce come il capo di una delle consorterie mafiose antagoniste riuscisse ad esercitare pienamente il suo ruolo direttivo nell’ambito del clan nonostante fosse sottoposto al regime degli arresti domiciliari nel Nord Italia, avvalendosi di complessi sistemi di comunicazione con i propri sodali operativi nel Salento. Scenari ancor più inquietanti evocano le dichiarazioni della moglie della vittima, riportate da una testata giornalistica, in ordine al ruolo di “mediatore” del marito nell’ambito della società casaranese, ritenuto contiguo a componenti dell’amministrazione comunale. Proprio in tema di infiltrazioni nell’apparato della pubblica amministrazione il ripetersi degli episodi di coinvolgimento di amministratori locali in indagini di mafia desta particolare allarme: nel 2015 l’arresto del vicesindaco del comune di Parabita per concorso in associazione mafiosa, avendo egli fornito un contributo significativo, con il suo interessamento, all’assunzione di esponenti del clan e di loro familiari. La consequenziale attività ispettiva ha portato nel febbraio del 2017 allo scioglimento del consiglio comunale di Parabita per infiltrazioni mafiose; l’assegnazione da parte del sindaco di Squinzano, in totale violazione della relativa normativa, di un alloggio dello IACP di Lecce ad un noto esponente della criminalità mafiosa di Squinzano e la rimozione del presidente del consiglio comunale, ai sensi dell’articolo 142 del TUEL, di quel centro cittadino per la comprovata vicinanza ad esponenti del citato sodalizio; l’esito delle indagini sui rapporti tra l’ambiente criminale mafioso e diversi candidati in occasione delle consultazioni elettorali del 2012 per il rinnovo dell’amministrazione comunale di Lecce, laddove è emerso che la gestione dell’attività di affissione dei manifesti e di distribuzione di materiale propagandistico, era coordinata e gestita da appartenenti ai clan attraverso l’esercizio di violenze e minacce nei confronti dei candidati che non intendevano soggiacere alle imposizioni dell’associazione mafiosa e rifiutavano di rivolgersi ad essa; i rapporti con i comitati elettorali e con candidati, fenomeno noto al capoluogo salentino sin dai primi anni 2000 allorquando le indagini posero in evidenza anche la spartizione tra i clan mafiosi leccesi delle sovvenzioni comunali elargite ad una cooperativa di ex detenuti del tutto illegale, in una sorta di pacifica convivenza con le istituzioni, come dichiarato ai media da un assessore dell’amministrazione dell’epoca. Ancora in corso l’indagine sui criteri di assegnazione di alloggi di edilizia residenziale popolare dalla quale, finora, è risultato che sei abitazioni siano state assegnate ad esponenti della criminalità organizzata locale o a loro contigui; a Gallipoli, terra del clan Padovano, sono state avviate indagini sui rapporti di alcuni esponenti della classe politica che aveva espresso la precedente maggioranza in consiglio comunale con l’organizzazione mafiosa in auge, allo scopo di ottenere dall’amministrazione comunale talune concessioni per la gestione di parcheggi pubblici; a Sogliano Cavour dove le indagini hanno attestato la capacità del gruppo criminale dominante nella zona di Galatina e dintorni di condizionare la vita politica di quel comune e persino di penetrare le forze di polizia acquisendo rilevanti informazioni rilevanti sulle indagini in corso. Sempre con riferimento a consorterie infiltratesi nei gangli della pubblica amministrazione, nel mese di luglio del 2017, sono state eseguite nelle cittadine del tarantino, Manduria e Avetrana, circa trenta ordinanze di custodia cautelare a carico di un gruppo criminale. Nell’ambito della stessa operazione di polizia sono stati sottoposti a misura cautelare, altresì, il sindaco di Avetrana, un assessore del comune di Manduria, e il sindaco di Erchie (BR), tutti in relazione ad ipotesi di contiguità con gruppi ritenuti mafiosi. Le mutazioni che hanno interessato negli ultimi la criminalità organizzata presente nel Salento, unite alle potenzialità offerte dallo sfruttamento di nuovi mercati criminali, induce a ritenere che sia fuorviante considerare la “mafia del Salento” come sconfitta e disarticolata per sempre. Se l’azione di contrasto svolta dalle forze di polizia e della magistratura negli anni Novanta ha potuto avere buon gioco, ciò è dovuto al fatto che essa non era così radicata sul territorio come invece tipicamente lo sono le così dette mafie tradizionali. Oggi, alla stregua di una rinnovata capacità operativa, i gruppi mafiosi salentini tentano, nel silenzio e nell’indifferenza, proprio questo salto di qualità, annullando in tal modo il differenziale con le realtà mafiose più note e meglio sviluppate. La dimensione locale del fenomeno non deve trarre in inganno stante lo sviluppo delle attività turistiche e più latamente economiche dell’intera regione. Di talché, se da un lato non può escludersi una sempre maggiore attenzione da parte di chi voglia reinvestire denaro sporco in lucrose attività lecite, dall’altro un assuefatto disinteresse della popolazione alla presenza criminale, l’innalzamento della soglia di tolleranza e la sostanziale accettazione di comportamenti delittuosi dei quali la cittadinanza continua ad essere vittima, senza però più considerarsi tale, costituisce sicuramente terreno fertile per il rafforzamento e l’espansione del fenomeno criminale esaminato. Verosimilmente, il Salento, più che in altri luoghi del Meridione e del resto del Paese, appare necessaria ed urgente un’azione di sensibilizzazione della popolazione che induca ad un radicale mutamento culturale del tessuto sociale, in modo da rompere le radici di un consenso con le mafie locali che si fa sempre più preoccupante.

MAFIE ROMANE

Mafia capitale

La presenza di organizzazioni criminali di tipo mafioso a Roma non aveva mai suscitato un particolare allarme sociale. Fino a qualche tempo fa si riteneva, infatti, che le organizzazioni mafiose, in particolare quelle tradizionali, sfruttassero nella capitale soprattutto le opportunità offerte dalle innumerevoli attività economico finanziarie della città per ripulire i proventi dei traffici illeciti, mimetizzandosi nel tessuto produttivo sano. Una mafia imprenditrice e silente che investiva enormi quantità di denaro sporco e non ricorreva alla violenza per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. Si riteneva anche - per i numerosi provvedimenti di sequestro e di confisca che colpivano i patrimoni di esponenti mafiosi che si erano impadroniti persino dei locali storici della città76- che il prevalente interesse coltivato dalle mafie tradizionali impiantate nella capitale fosse quello del riciclaggio, collegato, appunto, all’esistenza a Roma di una pluralità di esercizi commerciali, di società finanziarie, di enti di intermediazione, di immobili di pregio, e alla conseguente possibilità di mimetizzare gli investimenti più che in altre località meridionali. Un’imprenditorialità mafiosa, dunque, che, pur affondando le radici nei capitali di provenienza delittuosa, si insinuava placidamente nella società, quasi ignara, così confondendosi con il tessuto economico sano del Paese, con il quale riusciva a convivere. Anzi, si constatava che l’ampiezza e la rilevanza delle risorse produttive dell’ambiente romano, dove vi è spazio per tutti, aveva permesso la coesistenza pacifica di più organizzazioni criminali che, pertanto, non avevano avuto la necessità di perseguire mire monopolistiche e di ricorrere a sistematici atti sopraffattivi contro gli antagonisti, lasciando il territorio sostanzialmente immune da manifeste attività delittuose. Secondo le indagini della direzione distrettuale antimafia di Roma era emerso, invero, che le varie entità criminali avevano stipulato un patto di non belligeranza per evitare che, in caso di insorgenza di contrasti, i dissidi potessero degenerare in eclatanti guerre tra rivali, con il rischio di attirare l’attenzione degli inquirenti e di minare il clima di indisturbata serenità in cui da tempo operavano. Da questa situazione di apparente ordine sociale, dunque, ne era conseguita la negazione del fenomeno della penetrazione mafiosa nel territorio romano; negazione che, anche in sede giudiziaria, aveva trovato la sua eco.

La giurisprudenza, infatti, stentava a ricondurre talune organizzazioni autoctone, scollegate dalle mafie tradizionali ma egualmente caratterizzate dall’agire con il metodo mafioso, nel paradigma dell’articolo 416-bis del codice penale. Il caso più eclatante era costituito dalla banda della Magliana, nota per i crimini efferati commessi nella capitale negli anni Ottanta, i cui relativi processi si sono conclusi con esiti opposti (solo nel rito abbreviato si è affermata la sussistenza del delitto di associazione mafiosa, ma non anche nel rito ordinario) così confermando la difficoltà, anche culturale, di applicare la fattispecie di cui all’articolo 416-bis del codice penale fuori dalle regioni meridionali. Solo le pronunce più recenti della Corte di cassazione sulla cosiddetta “mafia delocalizzata”, avevano elaborato il concetto di mafia silente, riconoscendo che, al di fuori dei contesti natali, essa può operare senza manifestazioni di intimidazione ma comunque avvalendosi, grazie al collegamento con la “casa madre”, della fama criminale originaria ormai diffusa oltre i confini regionali e finanche nazionali. Orbene, se le indagini svolte negli anni passati, come sintetizzate nelle periodiche relazioni della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e della Direzione investigativa antimafia, avevano fotografato una mafia apparentemente non violenta, interessata ad infiltrarsi e a mimetizzarsi nel tessuto imprenditoriale romano e se la città di Roma, dal proprio canto, non si era imbattuta in un territorio insanguinato e manifestamente vessato, inevitabilmente le associazioni mafiose non avevano rappresentato per la collettività un motivo di preoccupazione. Nessun allarme si era diffuso nemmeno quando un giornalista de L’Espresso, il 12 dicembre del 2012, aveva pubblicato l’articolo “I quattro re di Roma”, in cui venivano indicati i capi che si erano spartiti il controllo della capitale, tra i quali Massimo Carminati, cioè un criminale proveniente dall’estremismo fascista la cui “influenza si è moltiplicata dopo l’arrivo al Campidoglio di Gianni Alemanno, che ha insediato nelle municipalizzate, come manager o consulenti, molti di quella stagione di piombo”. Eppure, la mattina del 2 dicembre 2014 si apprendeva, grazie alle indagini della procura di Roma, che un gruppo criminale mafioso, denominato convenzionalmente “mafia capitale”, si era persino “insediato nei gangli dell’amministrazione della capitale d’Italia (..) sostituendosi agli organi istituzionali nella preparazione e nell’assunzione delle scelte proprie dell’azione amministrativa”77, così demolendo, d’un tratto, quella sorta di generalizzata tranquillità su cui fino ad allora ci si era adagiati. In particolare, quel giorno si era data esecuzione ad una prima ordinanza di applicazione di misure cautelari, emessa il 28 novembre 2014 dal GIP di Roma su richiesta della locale direzione distrettuale antimafia (doc. 411.1), nei confronti di 37 indagati. A 18 di loro veniva contestato il delitto di associazione mafiosa la cui peculiarità era costituita dal fatto che l’organizzazione, avvalendosi dell’interazione del metodo mafioso con quello corruttivo, era riuscita ad infiltrarsi nel comune di Roma condizionandone le determinazioni nei settori cruciali dell’amministrazione. E, di conseguenza, venivano contestati a diversi degli indagati, come reati satellite della fattispecie associativa, oltre ai delitti di usura, estorsione, intestazione fittizia di beni ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, anche altri reati contro la pubblica amministrazione, quali la corruzione e la turbativa d’asta, spesso con l’aggravante dell’articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, poiché posti in essere con la finalità di agevolare l’associazione mafiosa ovvero avvalendosi della forza di intimidazione tipica di tale sodalizio. Contestualmente si sequestravano, su richiesta della procura di Roma e con decreto del tribunale per le misure di prevenzione, beni per un valore complessivo superiore a 220 milioni di euro. A distanza di qualche mese, le indagini consentivano di delineare ulteriormente l’operatività di quella associazione criminale con l’individuazione di un altro sodale non raggiunto dalla misura del 28 novembre 2014, e con la ricostruzione di altri episodi di corruzione e di turbativa d’asta, alcuni dei quali ancora aggravati dal citato articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991. Pertanto, il 29 maggio 2015 il GIP di Roma emetteva, per tali altri delitti, una nuova ordinanza di applicazione di misure cautelari personali (doc. 621.1) a 44 indagati, mentre la sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma disponeva il sequestro di altri beni per circa 140 milioni di euro (per un totale complessivo, quindi, di circa 360 milioni di euro). Dalla lettura dei provvedimenti giudiziari e dalle informative del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri - ROS (doc. 635.0-5), l’organizzazione mafiosa delineata dalle indagini, denominata “mafia capitale” e facente capo proprio a Massimo Carminati, si presentava come la più alta espressione del cambiamento della criminalità organizzata che, parallelamente all’evoluzione dei tempi e alla sempre più complessa realtà economico-finanziaria, aveva affinato i metodi di penetrazione nella società, diventando particolarmente insidiosa sia per gli obiettivi perseguiti e conseguiti sia per le modalità di assoggettamento sempre meno esplicite. Alla violenza esteriorizzata si era, cioè, sostituita la tacita sopraffazione-collusione imprenditoriale e la permeazione del sistema burocratico e politico, così da rendere invisibile e inafferrabile l’azione del sodalizio il quale, in maniera inversamente proporzionale, si era assicurato ingenti e più facili profitti direttamente dalla res publica. Mafia capitale, dunque, appariva assimilabile alle mafie tradizionali perché, come queste, si avvaleva della forza di intimidazione derivante dal vincolo di appartenenza. Per molti altri versi, invece, l’associazione, definita “originaria”, cioè propria del territorio romano, e “originale”, cioè dotata di connotazioni particolari, generate dal combinarsi di fattori criminali, istituzionali, storici e culturali propri della realtà capitolina, rilevava un profilo differente, nuovo e parimenti preoccupante. In particolare, mafia capitale rappresentava il punto d’arrivo della trasformazione di organizzazioni criminali romane (che avevano preso le mosse dall’eversione nera, anche nei suoi collegamenti con apparati istituzionali, e che si era evoluta, in alcune sue componenti, nel fenomeno criminale della banda della Magliana) e, pertanto, fruiva, ai fini del ricorso al metodo mafioso, di una “accumulazione originaria criminale”78 rafforzata dal prestigio, altrettanto criminale, del suo capo, Massimo Carminati. La militanza in movimenti eversivi di estrema destra, la contiguità con la banda della Magliana, la rete di relazioni intessute con gli ambienti più diversi, il coinvolgimento in vicende processuali di estrema gravità (quali il depistaggio per la strage di Bologna, l’omicidio di Mino Pecorelli, il rinvenimento delle armi nei sotterranei del Ministero della salute) da cui era stato assolto (riportando la mite condanna solo per il clamoroso furto al caveau della banca sita nella cittadella giudiziaria), la storia personale raccontata dai mezzi di comunicazione che ne evidenziavano la caratura delinquenziale con compiacimento dello stesso protagonista, avevano consolidato la fama di Massimo Carminati e accresciuto il mito della sua impunità. Inoltre, mafia capitale si era saputa dotare di un modello organizzativo compatibile con la realtà romana. Sul piano strutturale, infatti, aveva inglobato soggetti di diversa provenienza (delinquenti di strada, imprenditori, pubblici funzionari) destinati ad operare su due fronti solo formalmente distinti ma strettamente interconnessi in quanto tutti funzionali, in ultima analisi, all’infiltrazione nella pubblica amministrazione come settore economico di elezione del sodalizio. Il primo fronte era quello squisitamente criminale, rivolto alla cura delle tradizionali attività lucrative dell’usura, delle estorsioni, del recupero crediti, del traffico di stupefacenti e di armi, governato con metodi violenti, e attraverso cui si rafforzava il potere economico e di intimidazione dell’associazione e si manteneva un rapporto paritetico con le altre organizzazioni criminali del territorio. L’altro fronte era invece quello imprenditoriale/istituzionale, costituito da una schiera di imprenditori che, cooptati nell’associazione, sfruttavano l’opportunità di ottenere appalti sicuri, senza doversi confrontare con la concorrenza. Fronte questo in cui si privilegiava lo strumento della corruzione rispetto a quello dell’intimidazione, che rimaneva però sullo sfondo come extrema ratio. L’elemento di raccordo tra i due fronti era costituito dall’alleanza trasversale tra Massimo Carminati, proveniente dalle file dell’estrema destra, e Salvatore Buzzi79, proveniente dall’estremo opposto.

 

 


 

 


Quest’ultimo, a capo di un importante gruppo di cooperative con oltre 1.300 soci (in realtà dipendenti), da anni forniva una pluralità di servizi all’amministrazione comunale nei settori delle pulizie, della manutenzione del verde pubblico, dei rifiuti e, soprattutto, del sociale, e già, grazie ai suoi appoggi politici e all’abituale metodica corruttiva, aveva conquistato ampi margini di fiducia nell’amministrazione comunale. Le cooperative, le conoscenze, l’esperienza e la “faccia ripulita” di Buzzi, dunque, sommate al prestigio criminale di Carminati e ai suoi storici legami con esponenti dell’estrema destra romana divenuti negli anni importanti personaggi politici o amministratori pubblici, consentivano effetti altrimenti non raggiungibili, tant’è che il fatturato del gruppo era riuscito a lievitare incredibilmente nell’arco di soli tre anni. Ma il risultato più preoccupante era però il c.d. “mondo di mezzo”. Buzzi, formalmente legittimato, per la sua attività, a confrontarsi con pubblici funzionari ed esponenti politici, finiva per essere il tramite attraverso cui il “sovramondo”, costituito da colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni, e il “sottomondo” di Carminati, costituito da batterie di rapinatori, da trafficanti di droga e di armi, riuscivano ad incontrarsi nel “mondo di mezzo”. Tale ultima espressione - mondo di mezzo - che ha dato il nome all’indagine su mafia capitale, era stata utilizzata proprio da Carminati80 per sintetizzare, appunto, il particolare ambito in cui agiva il sodalizio, cioè un’area di confine in cui si componevano gli interessi illeciti dei due mondi solo apparentemente opposti e distanti: “è la teoria del mondo di mezzo compa’, ci stanno, come si dice, i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo (...) ci sta un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici ‘come è possibile..?’ (...) il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra, le persone di un certo tipo, di qualunque cosa, si incontrano tutti là: (...) nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno, e tutto si mischia”. È proprio in questo “mondo di mezzo” che operavano parti politiche di ogni schieramento perché “la politica è una cosa, gli affari so’ affari!”81 ed è qui che ottenevano l’elargizione di somme di denaro e, sinallagmaticamente, assoggettavano le pubbliche funzioni al soddisfacimento degli interessi dell’associazione. L’accoppiata Carminati-Buzzi, favorita dalla desolante permeabilità del panorama politico amministrativo, aveva pertanto consentito di veicolare “la forza di intimidazione dell’associazione (..) all’interno dei meccanismi di funzionamento propri del mondo imprenditoriale e della pubblica amministrazione, alterando, da un lato, i principi di legalità, imparzialità e trasparenza nell’azione amministrativa e, dall’altro lato, quelli della libertà di iniziativa economica e di concorrenza”.82

 

 

 

Ed era riuscita ad accumulare ciò che gli inquirenti chiamano un “capitale istituzionale”, consistente in un articolato sistema di relazioni corruttive che coinvolgeva i vertici delle istituzioni locali, grazie al quale l’organizzazione otteneva, per le imprese da essa controllate (società cooperative sociali, ditte operanti nel movimento terra e nello smaltimento dei rifiuti), affidamenti particolarmente redditizi dal comune di Roma (tra cui quelli relativi all’accoglienza degli stranieri e dei minori non accompagnati e cioè il settore in cui, secondo Buzzi “si guadagna più che con la droga”, degli appalti nella raccolta dei rifiuti, della manutenzione del verde pubblico); si assicurava lo sblocco di fondi destinati alle proprie cooperative sociali sino ad interferire sulla programmazione del bilancio di Roma; orientava l’assegnazione dei flussi di immigrati verso le proprie strutture; condizionava profondamente il contesto politico ed amministrativo romano, determinando la nomina di personaggi graditi in posizioni strategiche e, parallelamente, l’allontanamento e la sostituzione da tali ruoli di quanti non si dimostravano sensibili alle esigenze del sodalizio. La capacità criminale di mafia capitale e la correlata fragilità della macchina politico-amministrativa capitolina emergevano ancora più evidenti dalla circostanza secondo cui l’associazione era riuscita a raggiungere i suoi obiettivi con entrambe le due ultime giunte capitoline, espressioni di forze politiche contrapposte, che si erano succedute nel corso dei due anni in cui erano state espletate le indagini. Questa Commissione, in ossequio all’articolo 1, comma 1, lett. d), e) ed n) della propria legge istitutiva, parallelamente all’esecuzione della prima ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP di Roma, avviava un’inchiesta parlamentare sulla vicenda cominciando, già in data 11 dicembre 2014, con l’audizione del procuratore Giuseppe Pignatone e proseguendo con una lunga serie di approfondimenti che riguardavano non solo le condotte accertate nell’indagine giudiziaria ma anche e soprattutto le gravissime conseguenze dell’infiltrazione di associazioni criminali nel tessuto amministrativo pubblico della città di Roma ed il processo di “bonifica” che si era tentato di iniziare attraverso gli interventi commissariali sul comune e ampi settori della sua struttura burocratica. In tale ottica si sono svolte numerose audizioni83, e si è acquisita corposa documentazione giudiziaria ed amministrativa presso la procura della Repubblica di Roma, il comune di Roma Capitale e la prefettura di Roma (compresa la relazione della Commissione di indagine che ha perso il carattere di riservatezza in quanto declassificata dal prefetto di Roma - doc. n. 661.2 - che concludeva per la necessità dello scioglimento di Roma Capitale). Nelle more dell’inchiesta parlamentare interveniva, sul versante giudiziario, nella fase cautelare del procedimento, la Corte di cassazione che, con sentenza del 10 aprile 201584, confermava la ricostruzione accusatoria in termini di riconducibilità delle fattispecie al delitto di associazione mafiosa e si soffermava su temi di rilevante portata generale. Uno di questi riguarda l’attuale profilo delle mafie, non sempre coincidente con quello tradizionale ma non per questo esulante dal paradigma dell’articolo 416-bis del codice penale, con il quale la collettività, in tutte le sue espressioni, deve imparare a confrontarsi. Al di là di nomenclature e territori, per la Suprema Corte è il “metodo mafioso”, con la conseguente situazione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, che costituisce lo spartiacque tra ciò che è mafia e ciò che non lo è. Metodo mafioso che non può più ravvisarsi soltanto, come del resto condiviso anche dalla dottrina e da quasi tutti gli osservatori del fenomeno, nelle note forme minatorie plateali. Tutte le mafie, quindi sia quelle “tradizionali” che le “nuove”, ricorrono ormai alla minaccia e alla violenza solo come extrema ratio, preferendo invece un approccio di tipo collusivo/corruttivo che, peraltro, non è per nulla incompatibile con la forza intimidatrice che caratterizza l’agire mafioso. Infatti, l’intimidazione mafiosa non agisce “direttamente sui pubblici amministratori per condizionarne le scelte” ma interviene per aggregarli “al proprio apparato organizzativo per la diretta realizzazione di illeciti interessi, ovvero inducendoli a favorire il gruppo attraverso accordi di tipo corruttivo-collusivo che hanno deformato l’intero funzionamento dell’amministrazione (...): in tal modo si (...) esalta (...) la capacità di pressione intimidatoria del sodalizio, la cui direzione è (...) orientata nei confronti di tutti coloro che avrebbero potuto avvantaggiarsi dei provvedimenti amministrativi e dei contratti della pubblica amministrazione, scoraggiandone la concorrenza e inducendoli a lasciare il campo quando sono (...) in giuoco gli interessi delle imprese utilizzate dall’associazione”. Parallelamente, per definire lo stato di assoggettamento che deriva dalla capacità di intimidazione, il modello normativo penale di cui all’articolo 416-bis del codice penale “non può essere enfatizzato” sino ad arrivare “al punto di postulare condizioni di sostanziale ‘plagio’ sociale generalizzato o addirittura … un’adesione generalizzata contro lo Stato all’organizzazione criminale che allo Stato si è sostituita”. Infatti, “fra le possibili ritorsioni che portano ad una condizione di assoggettamento ed alla necessità dell’omertà, vi è anche quella che possa mettere a rischio la pratica possibilità di continuare a lavorare ed apra la prospettiva allarmante di dovere chiudere la propria impresa, perché altri, partecipanti all’associazione o da essa influenzati, hanno la concreta possibilità di escludere dagli appalti colui che si è ribellato alle pretese.”. Conclusivamente, la Cassazione affermava il principio di diritto secondo cui: “Ai fini della configurabilità del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, la forza intimidatrice espressa dal vincolo associativo dalla quale derivano assoggettamento ed omertà può essere diretta tanto a minacciare la vita o l’incolumità personale, quanto, anche o soltanto, le essenziali condizioni esistenziali, economiche o lavorative di specifiche categorie di soggetti. Ferma restando una riserva di violenza nel patrimonio associativo, tale forza intimidatrice può venire acquisita con la creazione di una struttura organizzativa che, in virtù di contiguità politiche ed elettorali, con l’uso di prevaricazioni e con una sistematica attività corruttiva, esercita condizionamenti diffusi nell’assegnazione di appalti, nel rilascio di concessioni, nel controllo di settori di attività di enti pubblici o di aziende parimenti pubbliche, tanto da determinare un sostanziale annullamento della concorrenza o di nuove iniziative da parte di chi non aderisca o non sia contiguo al sodalizio”. La Suprema Corte evidenziava un altro rilevante aspetto della vicenda, e cioè i gravi effetti che tale forma di evoluzione delle mafie comportano a livello istituzionale. Le osservazioni contenute nella sentenza delineavano un quadro inquietante. Si affermava, invero, che l’intervento di mafia capitale su Roma Capitale era stata una vera e propria “occupazione dello spazio amministrativo ed istituzionale”. In particolare, il gruppo criminale si era “insediato nei gangli dell’amministrazione della capitale d’Italia, cementando le sue diverse componenti di origine – criminali ‘di strada’, pubblici funzionari con ruoli direttivi e di vertice, imprenditori e soggetti esterni all’amministrazione” e così “sostituendosi agli organi istituzionali nella preparazione e nell’assunzione delle scelte proprie dell’azione amministrativa e, soprattutto, mostrando di potersi avvalere di una carica intimidatoria decisamente orientata al condizionamento della libertà di iniziativa dei soggetti imprenditoriali concorrenti nelle pubbliche gare, al fine di controllare gli esiti delle relative procedure e, ancor prima, di gestire gli stessi meccanismi di funzionamento di interi settori della vita pubblica”. La Cassazione, quindi, sosteneva che “la dimensione corruttivo-collusiva ha giuocato (...) un ruolo determinante nelle strategie di infiltrazione delle organizzazioni mafiose, ed è anzi in tale momento che la lesione dell’ordine economico e la lesione dell’ordine amministrativo raggiungono il loro massimo livello e vengono a congiungersi in una più ampia aggressione allo stesso ordine politico-istituzionale del Paese”. A tale primo arresto giurisprudenziale seguiva, più tardi, una seconda sentenza della Cassazione, emessa sempre in fase cautelare, che riproponeva le valutazioni di quella poco prima riportata, nonché una sentenza nel merito, emessa dal GUP di Roma il 3 novembre 2015, a carico di alcuni imputati che avevano scelto il giudizio abbreviato (per gli altri aveva luogo il dibattimento davanti al tribunale di Roma, iniziato il 5 novembre 2015) dove, ancora una volta, veniva riconosciuta, seppure incidentalmente, l’esistenza dell’associazione mafiosa mafia capitale e la sussistenza della circostanza aggravante prevista dall’articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, rientrante nell’oggetto di quel giudizio. In sostanza, la giurisprudenza era finalmente riuscita a cogliere l’evoluzione dei tempi e delle mafie, disancorandosi dai criteri che tradizionalmente avevano condotto a riconoscere la sussistenza dell’articolo 41-bis del codice penale solo con riferimento alle cosiddette mafie storiche. Durante l’inchiesta parlamentare, sul versante amministrativo, si rilevava che la situazione appariva molto grave se anche un comune grande e importante come la capitale si era rivelato fragile e indifeso nei confronti di una piccola mafia, “originale e originaria” (come definita dal procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone85) mentre un sodalizio criminale di modeste dimensioni era stato in grado di occupare rilevanti spazi politici e amministrativi, condizionando pesantemente il processo di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi. Era stata, infatti, istituita una commissione di accesso nel dicembre 2014 che, nella sua relazione, aveva poi evidenziato un contesto di complessivo degrado dell’azione amministrativa, “una pluralità di situazioni patologiche connesse all’interferenza del sodalizio, già facente capo a Carminati”, un quadro preoccupante di diffusa irregolarità e violazione delle norme e delle procedure in materia di appalti, di grave inadeguatezza dei controlli, di collusioni e contiguità con Salvatore Buzzi, alter ego di Carminati, nei rapporti con l’amministrazione capitolina. La proposta di scioglimento per infiltrazione mafiosa del comune di Roma, ai sensi dell’articolo 143 del TUEL, avanzata dalla suddetta commissione di accesso, però, non veniva pienamente accolta dal prefetto di Roma, Franco Gabrielli, che proponeva lo scioglimento solo del X Municipio (poi sciolto con decreto del Presidente della Repubblica 27 agosto 2015) e l’applicazione delle misure di cui all’articolo 143, comma 5, del TUEL nei riguardi dei dirigenti e di altri dipendenti di Roma Capitale e dello stesso X Municipio (Ostia). Il Ministro dell’interno, come spiegava nell’audizione del 15 marzo 2016, tuttavia aveva adottato “misure di monitoraggio” della situazione di Roma Capitale e, all’uopo, aveva chiesto al prefetto di Roma di esercitare forme di verifica dell’attività di risanamento dell’ente” così delineando “un processo di ripristino della legalità dell’attività amministrativa, all’interno del quale il ruolo del prefetto si atteggiava in termini di sostegno collaborativo”. Spiegava anche, nella medesima audizione, che “questo percorso di ristabilimento, che già in passato era stato applicato per altre amministrazioni locali, trovava il suo fondamento non certo nell’articolo 143 del TUEL ma nei principi generali che regolano la cooperazione istituzionale”. La soluzione ideata ed avviata già dal mese di settembre 2015 non veniva compiutamente sperimentata in quanto, il 30 ottobre 2015, dopo le dimissioni di 26 consiglieri capitolini, veniva decretato lo scioglimento dell’assemblea del Campidoglio e la nomina di un commissario straordinario. Nel corso della vicenda amministrativa, la presidente della Commissione rendeva comunicazioni in seduta plenaria il 22 luglio 2015 nelle quali, oltre ad affermare la necessità di intervenire sulle norme in materia di scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose, si riallacciava a quanto affermato, a nome del Governo, dal Ministro della giustizia, onorevole Orlando, all’Assemblea della Camera nella seduta del 25 giugno 2015, recante all’ordine del giorno la “informativa urgente del Governo sulle vicende note come ‘mafia capitale’ ”, per sottolineare la necessità di verificare l’adeguatezza degli strumenti di prevenzione e contrasto dell’infiltrazione mafiosa negli enti locali, veicolata soprattutto dalla corruzione e dal malaffare, e di individuare nuove e più efficienti forme di rapporto tra Stato ed enti locali. All’esito dell’attività di inchiesta, la Commissione svolgeva uno sforzo di sintesi su quanto accertato sul piano giudiziario, amministrativo e politico, nella Relazione sulla situazione dei comuni, sciolti per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso o sottoposti ad accesso ai sensi dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (...) in vista delle elezioni del 5 giugno 2016 (Doc. XXIII, n. 16, approvata dalla Commissione il 31 maggio 2016). Nella relazione, a cui si rinvia, oltre a ricostruire tutte le vicende, si evidenziava come le indagini svolte dalla procura della Repubblica di Roma avevano attestato che l’attività criminale aveva di fatto svuotato le amministrazioni delle basilari regole di funzionamento, aprendo il varco a interventi di deviazione dell’azione amministrativa determinati da contiguità alle associazioni criminali per effetto di intimidazioni e/o fenomeni corruttivi, neutralizzandone di fatto qualunque tipo di attività di prevenzione e di controllo. Osservava la Commissione che, nonostante la doverosa cautela necessaria nella valutazione degli esiti investigativi non ancora avallati da sentenze passate in giudicato, l’insieme delle prove acquisite dalla procura di Roma consentiva, “quantomeno, di osservare, al di là delle responsabilità penali e della ricostruzione delle ipotesi di reato, l’evoluzione del fenomeno mafioso, l’ulteriore espansione del modello mafioso in territori ritenuti immuni da tale sistema criminale, considerato a lungo espressione della cultura meridionale, e soprattutto l’evidente indebolimento della struttura pubblica, colta impreparata a contrastare i meccanismi di insediamento, sempre più affinati, delle mafie. Fenomeni questi per i quali non si può attendere la definizione del processo penale per interrogarsi sull’efficacia degli ‘anticorpi’ di un sistema che, evidentemente, non hanno funzionato, e sull’adeguatezza degli strumenti disponibili a prevenire e a impedire il verificarsi di situazioni di siffatta gravità che mettono in pericolo le stesse istituzioni”.86 Inoltre, nella medesima relazione, si rappresentavano le criticità della normativa sullo scioglimento dei comuni per infiltrazione e condizionamento di natura mafiosa, in particolare con riguardo ai comuni di grandi dimensioni (quali Reggio Calabria e il municipio di Ostia, che ha oltre 200 mila residenti) e si proponevano modifiche della normativa sullo scioglimento degli enti locali (analiticamente indicate in altro paragrafo della presente relazione), ad esempio rafforzando la struttura della commissione straordinaria, per numero di componenti e per competenze tecniche e con l’esercizio a tempo pieno delle funzioni commissariali, semplificando le procedure di adozione di provvedimenti urgenti nei confronti di dipendenti e dirigenti e, nel caso di mancato scioglimento dell’ente per infiltrazione mafiosa (quando emergano gravi elementi di diffusa illegalità, seppur non integranti i presupposti richiesti dall’articolo 143 del TUEL), prevedendo un affiancamento esterno per favorire il percorso di trasparenza amministrativa. Una terza ipotesi di conclusione del procedimento di accesso, oltre allo scioglimento o alla conclusione del procedimento senza scioglimento, che porti – ove ne ricorrano le condizioni – ad un decreto di nomina, da parte del Ministro dell’interno, di una commissione di affiancamento per il ripristino della legalità che accompagni l’ente nel suo percorso di risanamento. Dopo l’approvazione della suddetta relazione della Commissione, il 20 luglio 2017 veniva data lettura del dispositivo della sentenza di primo grado che definiva il dibattimento celebrato per il processo sulle vicende di mafia capitale (doc. 1513.1), che, come è noto, pur condannando alcuni imputati a pene elevatissime, riteneva tuttavia non sussistente l’associazione mafiosa e la riqualificava come associazione per delinquere semplice87. In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, però, si dava luogo ad un animato dibattito pubblico tra chi riteneva la correttezza della prospettazione dell’accusa e chi, invece, sosteneva che i fatti illeciti commessi da quegli imputati fossero sussumibili nella fattispecie comune di cui all’articolo 416 del codice penale parlando di “flop giudiziario” della procura di Roma. La Commissione, pertanto, riteneva di intervenire attraverso le ulteriori comunicazioni della presidente rese nella seduta plenaria del 26 luglio 2017, soprattutto per respingere ogni tentativo di mistificazione e ogni intento di delegittimazione del lavoro delle istituzioni, dalla procura alla Commissione al Ministero dell’interno e per affermare che, al di là della vicenda processuale e della qualificazione giuridica dei fatti che compete solo ai magistrati, la sentenza appena pronunciata non mutava certamente il desolante e preoccupante contesto svelato dalle indagini. Non si potevano ignorare, infatti, gli episodi di preoccupante infiltrazione nella cosa pubblica da parte di un gruppo criminale (che criminale rimaneva a prescindere dalla sua qualificazione mafiosa). E, pur con la consapevolezza che si trattava di forme di controllo diverse da quelle tradizionali delle organizzazioni mafiose storiche, capaci di assoggettare ambiti più vasti o interi territori, la pericolosità di quell’organizzazione criminale non poteva comunque essere sottovalutata e, del resto, non sembrava fosse stata sottovalutata dal tribunale di Roma, tenuto conto delle rilevanti pene inflitte. Nella successiva articolata motivazione della sentenza (doc. 1586.1), depositata il 17 ottobre 2017, alla cui lettura deve necessariamente rinviarsi, si spiegavano le ragioni sulla riqualificazione del delitto di cui all’articolo 416-bis del codice penale. Il tribunale rilevava che il metodo mafioso si “sostanzia, perciò, nella sussistenza di tre requisiti specifici, tutti e tre necessari ed essenziali (v. Cass. Sez. 1, sentenza n. 9064 del 2.03.2004 e Cass. Sez. 1, sentenza n. 34974 del 10.7.2007) e cioè: 1) la forza d’intimidazione, intesa come capacità dell’organizzazione di incutere paura in virtù della sua stabile e non occasionale predisposizione ad esercitare la coazione; 2) l’assoggettamento, inteso come stato di sottomissione e succubanza psicologica delle potenziali vittime dell’intimidazione - individuate in base al territorio di influenza della consorteria criminale - assoggettamento derivante dalla convinzione dell’esposizione ad un grave ed ineludibile pericolo di fronte alla forza dell’associazione; 3) l’omertà, intesa come presenza - sul territorio dominato - di un rifiuto generalizzato e non occasionale di collaborare con la giustizia, rifiuto e paura che si manifestano comunemente nella forma di testimonianze false e reticenti o di favoreggiamenti” . Operava poi una distinzione tra le mafie “storiche” e le associazioni non riconducibili a queste ultime. In sostanza, nelle prime “la carica intimidatoria autonoma costituisce elemento formatosi in conseguenza della pregressa pratica criminale già attuata in un determinato ambito territoriale, nel quale è stato esteriorizzato il metodo mafioso attraverso forme di condotta positive (Cass. sez. 6 n. 50064 del 16\9\2015)”. Invece, per le associazioni non riconducibili alle mafie storiche “occorre accertare se si siano verificati atti di violenza e\o di minaccia e se tali atti - al di là della finalizzazione alla commissione di specifici reati, realizzati in forma associata da una comune associazione per delinquere - abbiano sviluppato intorno al gruppo un alone permanente di diffuso timore, tale da determinare assoggettamento ed omertà e tale da consentire alla associazione di raggiungere i suoi obiettivi proprio in conseguenza della ‘fama di violenza’ ormai raggiunta. La riserva di violenza consiste nella possibilità che l’associazione - forte dei metodi violenti già praticati - sfrutti la fama criminale già conseguita senza compierne di ulteriori e riservandone l’uso ai casi in cui ciò si riveli indispensabile: tuttavia, tale situazione può realizzarsi solo in quelle associazioni criminali che siano derivate da altre associazioni, già individuabili come mafiose per il metodo praticato, e non può invece configurarsi nei casi delle mafie di nuova formazione, attesa la formulazione dell’articolo 416-bis del codice penale, unica norma posta a disposizione del tribunale dalla volontà del legislatore. La fattispecie di cui all’articolo 416-bis del codice penale richiede, infatti, l’attualità e la concreta operatività del metodo mafioso (dirimente in tal senso l’uso, nella formulazione normativa, dell’indicativo presente “… coloro che ne fanno parte… si avvalgono (e non : possono avvalersi o si avvarranno) della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento ed omertà…”). Dare spazio, nella interpretazione della norma e nel caso delle mafie non derivate, al tema della riserva di violenza, intesa come violenza solo potenziale, consapevolmente prefigurata dagli associati ma rivolta al futuro, condurrebbe ad una interpretativa estensiva non ammissibile - senza incorrere nella violazione del principio di legalità (nullum crimen, nulla poena sine lege) - oltre i limiti già ampi indicati dalla giurisprudenza di legittimità con riferimento alle sole mafie derivate. In conclusione, estendere ancora l’interpretazione della norma fino ad includervi anche il concetto di riserva di violenza per le mafie non derivate, condurrebbe il tribunale ad una operazione di innovazione legislativa della fattispecie criminosa, innovazione che - per quanto auspicabile - si collocherebbe inevitabilmente fuori dell’ambito della giurisdizione. Sulla base dei principi esposti e dell’interpretazione datane, riteneva il tribunale che nei fatti accertati non fosse configurabile il reato di associazione mafiosa, bensì due associazioni criminose dedite alla commissione di un numero indeterminato di reati: quella costituita presso il distributore di corso Francia, dedita all’usura e al recupero crediti mediante attività estorsive e quella operante nel settore degli appalti pubblici mediante sistematiche corruzioni. Il collegio giudicante sosteneva che nessuna delle due associazioni avesse una mafiosità derivata da altre, precedenti o concomitanti, formazioni criminose (né con la banda della Magliana, né con i NAR – Nuclei armati rivoluzionari né con altri gruppi criminali) né una mafiosità autonoma e che i due gruppi criminali fossero “distinti per la diversità dei soggetti coinvolti nelle due categorie di azioni criminose, per la diversità stessa della azioni criminose e per la eterogeneità delle condotte organizzative ed operative” (pag. 3084). Inoltre, mentre era non provata una forza intimidatrice ed un condizionamento mafioso tale da determinare la conventio ad excludendum volta ad impedire alle altre realtà imprenditoriali la libera partecipazione alle gare pubbliche, era da ritenersi provata “l’esistenza di un diffuso sistema di assegnazione delle gare pubbliche secondo criteri di spartizione politica, realizzati attraverso il sistematico ricorso a gare truccate destinate a garantire la spartizione ed in tale sistema Buzzi ed i suoi sodali si inserivano al pari degli altri “imprenditori” operanti nel settore” (pag. 3129). La procura della Repubblica, in data 1° dicembre 2017 (doc. n. 1662.2), proponeva appello avverso la suddetta sentenza per ribadire la sussistenza della fattispecie di cui all’articolo 416-bis del codice penale, ricostruendo, a tal fine, la convergenza delle decisioni della Cassazione sulla esteriorizzazione del metodo mafioso, sui concetti di “mafia silente” e di “riserva di violenza” e “della evoluzione della giurisprudenza in materia, che invece è da tempo attenta ad individuare le trasformazioni socio-criminali delle mafie, sia quelle tradizionali che quelle nuove, capaci di insediarsi in territori diversi da quelli tradizionali con metodi nuovi e diversi, ma con le identiche finalità di acquisizione di potere economico, mediante l’assoggettamento e la omertà”. Lamentava inoltre la valutazione delle prove operata dal tribunale evidenziando, invece, come sussistenti il rapporto di derivazione dalla banda della Magliana, l’attualità della fama criminale dei sodali, lo stato di assoggettamento e omertà generato dall’organizzazione, le ritrattazioni avvenute in dibattimento, l’utilizzazione del metodo mafioso nel settore imprenditoriale (ricostruendo singoli episodi di intimidazione e gli elementi attestanti la consapevolezza da parte anche degli imprenditori del metodo mafioso). Anche la procura generale presso la corte di appello di Roma, con atto del 30 novembre 2017 (doc. n. 1662.1), formulava appello avverso la sentenza limitatamente ai capi in cui era stata “esclusa la sussistenza della fattispecie di associazione di stampo mafioso prevista e punita dall’articolo 416-bis del codice penale, con derubricazione del fatto associativo all’ipotesi di cui all’articolo 416-del codice penale nonché ai capi della sentenza in cui è stata sancita l’esclusione dell’aggravante dell’articolo 7 del decreto legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito dalla legge 12 luglio 1991 n. 203”. Rinviandosi alla lettura dei motivi di appello, la procura generale rimarcava “inesattezze, errori logici e di motivazione nonché di valutazione nel merito”, avendo il tribunale disatteso i principi di diritto elaborati dalla giurisprudenza di legittimità sui requisiti integranti il delitto ex articolo 416-bis del codice penale, errando nella ricostruzione delle vicende che connotano il carattere mafioso dell’associazione attraverso una “atomizzazione o parcellizzazione delle evenienze probatorie” e nella valutazione del fenomeno definito “riserva di violenza”, scindendo “in due autonome bande l’unico organismo delinquenziale”. È facile intuire che si tratta di una complessa questione giuridica che, peraltro, si colloca dopo due importanti sentenze della Cassazione emesse in fase cautelare e la sentenza di primo grado che definiva il rito abbreviato in cui, invece, si riteneva fermamente la sussistenza del delitto di associazione mafiosa. Saranno certamente i successivi gradi di giudizio che consentiranno di verificare, a conclusione del processo, se la prospettazione dell’accusa troverà riscontro nelle decisioni che passeranno in giudicato e faranno poi giurisprudenza come autorevole precedente. La Commissione, tuttavia, nel doveroso rispetto del lavoro della magistratura - alla quale, esclusivamente, sono rimessi il vaglio sulla responsabilità penale dei singoli e la qualificazione giuridica dei fatti - è chiamata ad osservare i fenomeni da un più ampio profilo rispetto a quello strettamente giuridico, ed ad evitare analisi atomistiche, recanti il pericolo di sottovalutazioni politiche che richiedono poi interventi legislativi emergenziali a fronte di episodi criminali gravissimi. L’attuale qualificazione del reato in termini di associazione per delinquere non mafiosa, non solleva dalle preoccupazioni manifestate, sin dall’avvio della propria inchiesta, da questo organo parlamentare. Non può ignorarsi, infatti, che, comunque, è stata accertata una penetrante capacità di condizionamento di un gruppo criminale in varie articolazioni della pubblica amministrazione e dell’economia che ha tenuto in ostaggio per anni l'amministrazione capitolina. “Territorio”, questo, - fatto di aree di intervento più che di confini geografici - che l’organizzazione criminale ha occupato con metodi tali, mafiosi o meno che fossero, ma che hanno di fatto svuotato la res publica dalle basilari regole di funzionamento, aprendo il varco a interventi di deviazione dell’azione amministrativa determinati da intimidazioni o, comunque, da fenomeni corruttivi. Obiettivo delle associazioni criminali, siano esse di tipo mafioso o di tipo politico-affaristico, è proprio quello di disarticolare l’organizzazione amministrativa, neutralizzandone di fatto qualunque tipo di attività di prevenzione e di controllo. Allora, è pericoloso far passare come “semplice corruzione” condotte che si integrano a vicenda in modo silenzioso o comunque tacito, in quanto spesso fondate su assenza di reazione o su un consenso che possono essere indifferentemente frutto della convenienza, dell’assoggettamento o dell’omertà. Non sarà mafia, dunque, ma non è nemmeno solo corruzione. D’altro canto, lo Stato, dinanzi all’accertamento di una situazione di diffusa illegalità, non può fermarsi alla mancata presenza degli elementi di cui all’articolo 416-bis e a una sorta di compiacimento per il mancato scioglimento per mafia dell’ente, quasi in un atteggiamento autoassolutorio. Deve invece farsi carico del ripristino della legalità sino al raggiungimento dell’obiettivo di bonifica della macchina amministrativa, restituendo ai cittadini le proprie istituzioni, prive di vincoli criminali e collusivi. Le indagini della procura di Roma hanno fatto fanno emergere le responsabilità complessive delle classi dirigenti della capitale che, fino all’intervento della magistratura, non hanno dimostrato consapevolezza del fenomeno arrecando un grave danno alla vita dei cittadini per la mancata attività di prevenzione, in sede amministrativa, dei fenomeni criminali che emergono sempre più diffusamente. La Commissione aveva già avuto modo di censurare, nella propria relazione prima citata, questo fatalismo che “cela e alimenta l’incapacità di osservare e cogliere, per prevenirli, i fenomeni diffusi di malaffare che appestano gli stessi ambiti delle proprie competenze. Un fatalismo che diviene il comodo alibi per ignorare che una macchina amministrativa improntata al rispetto capillare delle regole è una fortezza contro qualunque insidia criminale”. Tale fatalismo rischia però di diventare ancora più insopportabile ex post, cioè dopo che tali fenomeni di mala gestio o corruttivi siano stati scoperti e individuati i responsabili che, però, per una legislazione assolutamente inappagante, continuano a far parte della stessa amministrazione, minando definitivamente il circuito democratico. Non è nemmeno consentito, alla luce della citata sentenza del tribunale di Roma, ritornare a quel recente passato in cui, nella capitale, afflitta sì da tante problematiche, la questione mafia va considerata irrilevante o, comunque di second’ordine. L’articolo 416-bis è nato dopo gli assassinii di Carlo Alberto dalla Chiesa e Pio La Torre, ma grazie al lavoro di quest’ultimo la legge, che ancor oggi porta il suo nome, seppe definire una fattispecie generale e astratta, come deve essere la legge, disancorata da coordinate di spazio, legate cioè a certe regioni, o di tempo, legate cioè a certe organizzazioni storicamente definite. La norma, infatti, prevede che il reato deve ravvisarsi anche con riguardo alle “altre associazioni, comunque localmente denominate anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso”. Anche il Parlamento, che con legge istituì già nel 1962 la commissione di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, nel corso di cinquant’anni ha definito la portata del fenomeno fino a richiedere di indagare sulle “caratteristiche economiche, sociali e culturali delle aree di origine e di espansione delle organizzazioni criminali” e persino ai processi di internazionalizzazione delle mafie e delle altre associazioni criminali, anche straniere. Perché l’associazione mafiosa possa definirsi mafiosa non è necessario, dunque, che sia un’articolazione di “cosa nostra”, una ndrina o un sodalizio comunque riconducibile ad un’associazione criminale di risalente tradizione, insistente su un territorio ove sia da tempo radicata. Non si vuole, con tali precisazioni, interferire con la vicenda di mafia capitale e sostituirsi a valutazioni proprie della magistratura. Si vuole invece porre l’accento su una questione culturale molto più ampia, che non riguarda l’autorità giudiziaria ma la cittadinanza nel suo complesso, questione che non sempre rende capaci di comprendere e avvertire le mafie e le loro evoluzioni. Già in Sicilia, sino alla sentenza del maxiprocesso, si metteva in dubbio l’esistenza di cosa nostra nonostante la sua pervasiva presenza si avvertisse in ogni angolo di strada. E proprio a Roma, qualche anno fa, si “graziava” la banda della Magliana ritenendola una semplice organizzazione criminale. Sono noti, anche oggi, i danni che ha provocato la più recente sottovalutazione e la rimozione del fenomeno mafioso in regioni come la Lombardia, il Piemonte, l'Emilia-Romagna o la Liguria. Anzi, il caso ligure è emblematico della percezione spesso distorta della situazione della criminalità organizzata nelle regioni diverse da quelle tradizionali e di come alcuni paradigmi politici, amministrativi e giudiziari, oltre a stereotipi sociali, richiedano un definitivo ribaltamento88. Continuare a pensare che, oggi, le mafie siano ancora solamente cosa nostra, la 'ndrangheta e la camorra, con l'aggiunta di qualche organizzazione nigeriana, albanese o cinese, sarebbe un errore grave che impedirebbe di comprendere in tempo, prima ancora che nelle aule giudiziarie, l'evoluzione dei sistemi criminali, anche di quelli tradizionali, la loro adattabilità e il mimetismo con cui sanno stare nel nostro tempo. Continuare a concentrarsi sulle mafie con la lupara ignorando la modernità con cui la criminalità organizzata cambia metodi e modi, significa non perseguire le modernizzate mafie storiche e anche fare crescere, silenziosamente, accanto ad esse, le mafie nuove. Giovanni Falcone sosteneva che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Adoperarsi perché arrivi presto la fine di cosa nostra, della ‘ndrangheta o della camorra è anche impegnarsi quotidianamente nel riconoscere le nuove forme criminali non appena e dovunque esse nascono, germogliando dallo stesso seme o da semi diversi, e sradicarle prontamente per impedire loro di svilupparsi.

La mafia di Ostia e le mafie pontine

Ostia

La complessità della criminalità organizzata nel Lazio era stata ben delineata, già nel corso dell’audizione del 12 febbraio 2014, dal procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone e dal procuratore aggiunto, Michele Prestipino Giarritta89. L’applicazione di metodi investigativi sperimentati con successo in contesti territoriali caratterizzati dallo stabile insediamento mafioso, come a Reggio Calabria, ha portato a risultati importanti, soprattutto ad Ostia, dove erano stati registrati sul litorale numerosi episodi di intimidazione, incendi di esercizi commerciali, danneggiamenti di veicoli, colpi di arma fuoco contro le serrande di locali e negozi a fronte di una diffusa omertà ud una bassissima propensione a denunciare gli atti intimidatori subiti. “Attraverso un paziente lavoro di rivisitazione di precedenti attività investigative, collegando eventi delittuosi che erano stati affrontati in un’ottica parcellizzata, e grazie al contributo fornito da vari collaboratori di giustizia, la DDA di Roma ha delineato l’esistenza di due distinti sodalizi, qualificati come mafiosi, dediti all’usura, alle estorsioni, al traffico di armi e di stupefacenti ed alla gestione e al controllo delle attività balneari di Ostia (operazione “Nuova Alba”). La prima associazione, facente capo alla famiglia Fasciani, è nata e si è costituita nel territorio del litorale, dove opera in alleanza con il gruppo degli Spada. L’altra, facente capo ai fratelli Triassi, costituisce una proiezione, in territorio laziale, della famiglia mafiosa agrigentina Cuntrera-Caruana”90.Il procuratore aggiunto Prestipino Giarritta ha specificato che le intimidazioni, la sequela di incendi e danneggiamenti verificatisi dal 2007 al 2012, erano finalizzate ad un riposizionamento delle gerarchie criminali ad Ostia ed alla scalata della famiglia Spada per il controllo delle attività illegali di Ostia ed in tale contesto era poi maturato il duplice omicidio di Galleoni Giovanni ed Antonini Francesco, indagini che, come si vedrà, hanno poi portato all’esecuzione, il 25 gennaio 2018, di ordinanze di custodia cautelare (operazione Eclissi) nei confronti dei componenti il clan Spada. La Commissione ha quindi prestato sin da subito particolare attenzione all’evoluzione della criminalità organizzata, anche di stampo mafioso, ad Ostia, acquisendo altresì le sentenze pronunciate dall’autorità giudiziaria ed i provvedimenti di sequestro e confisca emessi dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma. L’attenzione è proseguita con maggiore interesse subito dopo l’esecuzione delle misure cautelari dell’inchiesta “mondo di mezzo”91, e dopo l’emergere delle prime risultanze dell’attività della commissione di accesso ispettivo (“commissione Magno”), prontamente nominata il 15 dicembre 2014 dal prefetto di Roma, a seguito della delega conferita dal Ministro dell’interno. La relazione della commissione di accesso al Comune di Roma Capitale ha infatti subito evidenziato la particolare fragilità della macchina amministrativa di Ostia, la permeabilità del territorio agli interessi illeciti dei gruppi criminali, il condizionamento da parte dei clan dell’azione municipale, la diffusa assenza di legalità; tali elementi avevano quindi portato allo scioglimento del X municipio per infiltrazioni mafiose e alla nomina della commissione straordinaria presieduta dal prefetto Vulpiani per la gestione dell’ente. Come evidenziato nella “Relazione sulla situazione dei comuni sciolti per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso o sottoposti ad accesso ai sensi dell’articolo 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (…) in vista delle elezioni del 5 giugno 2016”92, alla cui lettura si rinvia, prima ancora dell’intervento della commissione di accesso e dunque della commissione straordinaria, il sindaco Ignazio Marino, subito dopo la prima ordinanza su mafia capitale, aveva nominato assessore alla legalità del comune di Roma il magistrato Alfonso Sabella, e dopo le dimissioni rassegnate dal presidente del X municipio di Roma, Tassone (poi risultato coinvolto nell’inchiesta e condannato in primo grado per corruzione), gli affidava anche l’incarico di delegato sul litorale di Ostia, con specifica competenza sulle spiagge, delega conservata fino alla data del 27 agosto 2015, quando il municipio di Ostia veniva sciolto per infiltrazioni mafiose. Anche il dottor Sabella è stato convocato in audizione il 19 novembre 2015, ed ha ampiamente riferito sulla situazione di sostanziale illegalità che aveva contraddistinto l’azione amministrativa del X municipio, poi evidenziata dall’inchiesta su mafia capitale, che era emersa, in tutta la sua gravità, già dai primi approfondimenti. Si evidenziava in tutti i settori ma in particolar modo in quello della gestione del litorale e delle concessioni balneari, che rappresentano il business economico più rilevante di Ostia e quindi preso di mira dagli interessi mafiosi, una gestione deficitaria ancor prima che corrotta, sicuramente non improntata ai principi di trasparenza, legalità e buon andamento della pubblica amministrazione. Il livello dei controlli era stato carente sotto ogni profilo: mai l’amministrazione era intervenuta per ristabilire la legalità, di fatto consentendo che gli interessi privati potessero sovrapporsi o addirittura sostituirsi all’interesse pubblico. In particolare, l’assessore pro tempore spiegava che, durante la giunta Alemanno, era stata attribuita al municipio di Ostia la competenza esclusiva per le concessioni sul litorale e per il verde che venivano così direttamente gestite dal municipio e, nello specifico, dall’unità organizzativa ambiente e litorale (UOAL). L’anomala attribuzione di tale competenze al municipio aveva determinato la giunta Marino ad approvare immediatamente una modifica dello statuto, così che ritornasse al comune di Roma la competenza sulle 71 concessioni insistenti sul lungomare. Ma l’iter amministrativo non era riuscito a concludersi (la delibera approvata dalla giunta ancora non era stata ratificata dal consiglio) a causa dell’intervenuto scioglimento dell’amministrazione capitolina per le rassegnate dimissioni di taluni consiglieri. Le verifiche condotte consentivano di affermare che la pur complessa gestione del litorale era stata condotta dal X municipio al di fuori di ogni regola: non si era mai proceduto alla revoca o alla pronuncia di decadenza delle concessioni nonostante le riscontrate violazioni anche per la presenza di innumerevoli abusi edilizi; non si era mai provveduto all’abbattimento dei manufatti abusivi realizzati sul litorale; non si erano mai applicate, né tanto più erano state fatte rispettare, le norme regolamentari pur esistenti che disciplinavano la materia. Sintomatica del livello di inefficienza amministrativa era la presenza, sul litorale di Ostia, del cosiddetto “lungomuro”, cioè uno sbarramento che impediva l’accesso libero alla spiaggia e la stessa visione del mare, realizzato in violazione delle norme di legge, delle previsioni del piano e delle stesse concessioni (che, in molti casi, già prescrivevano che la recinzione non dovesse essere realizzata in muratura). La situazione era stata tollerata per anni senza che mai l’amministrazione fosse intervenuta per ripristinare la legalità nonostante le proteste e le segnalazioni dello stato di degrado. Delle norme e dei regolamenti si era persa completamente memoria negli annali del comune di Roma, che dunque non erano state mai applicate e, di conseguenza, mai fatte rispettare, consentendo che l’accesso al mare venisse precluso in violazione di espresse e vigenti norme cogenti93. Invero l’amministrazione non aveva mai proceduto a dichiarare, nonostante l’evidenza di situazioni di illiceità, l’immediata decadenza delle concessioni e la conseguente revoca del titolo, trincerandosi dietro al fatto che non si poteva procedere fin quando non si fosse pronunciata l’amministrazione comunale sulle domande di condono edilizio nel frattempo presentate dai titolari delle concessioni. Motivazioni queste del tutto prive di fondamento giuridico, posto che mai l’amministrazione avrebbe potuto rilasciare una sanatoria edilizia in presenza di opere che abusivamente insistono su un’area demaniale ed in una zona vincolata. Lo stato di soggezione e di condizionamento dell’amministrazione del municipio da parte dei gruppi di potere locali, nonché l’assenza di capacità di reazione alle pressioni, avevano avvalorato il convincimento che ad “Ostia tutto fosse possibile”. Paradigmatiche, a tale proposito, erano apparse alcune vicende, riportate nella citata relazione (Doc. XXIII, n. 16) alla cui lettura si rimanda, come quella dell’avere tollerato che componenti della famiglia Spada, nota famiglia rom della zona già segnalata per comportamenti prevaricatori e metodi mafiosi, gestissero la palestra Femus sita in un immobile di proprietà del comune di Roma occupato in modo abusivo; o quella della “spiaggia delle suore” (dopo la revoca della concessione originariamente affidata alle suore, per il mancato pagamento del canone, la spiaggia era stata lasciata gestire da componenti del gruppo Triassi che vi avevano collocato una piattaforma e un chiosco abusivo); o, ancora, quella del Faber Beach (stabilimento gestito dai Fasciani sino all’intervenuto sequestro da parte dalla magistratura). Altrettanto significativa era la mancata esecuzione degli ordini di demolizione delle opere realizzate abusivamente nell’area di Castel Porziano, area della riserva naturalistica ceduta dalla Presidenza della Repubblica al comune di Roma e la vicenda delle “concessioni francobollo” (concessioni originariamente rilasciate per finalità particolari, come il rimessaggio o i servizi di gestione della spiaggia, denominate “francobollo” in quanto rappresentate da una piattaforma di 20 mq in cui poteva essere autorizzato un chioschetto per vendere bevande o altri servizi) abusivamente trasformate in concessioni balneari. Tra queste spiccava il famoso chiosco Hakuna Matata, situato all’interno di una piattaforma di proprietà della famiglia Balini, presidente del porto, gestita da Cleto Di Maria, pregiudicato coinvolto, anni prima, in un traffico di stupefacenti, arrestato in Brasile in quanto trovato a bordo di una nave che trasportava 200 kg di cocaina. Anche sul versante degli appalti pubblici si erano rilevate molteplici irregolarità, indicate nella citata relazione (doc. XXIII n. 16): lavori affidati con finte procedure negoziate in cui venivano invitate ditte selezionate, irregolarità nelle procedure di somma urgenza. Per ricondurre l’agire amministrativo ai canoni della correttezza, si era riorganizzato il municipio, procedendo alla sostituzione di tutti i dirigenti con la nomina di un nuovo direttore del municipio, di un nuovo direttore dell’UOA, di una nuova direttrice dei servizi sociali, mentre il direttore dell’ufficio tecnico era stato lasciato al suo posto in quanto sostituito da poco tempo. L’impegno dell’amministrazione a realizzare un sostanziale cambiamento aveva determinato la reazione di gruppi di interesse a che nulla fosse modificato e, proprio in quel periodo, si erano registrati vari gesti intimidatori (danneggiamento all’auto della dirigente del municipio, parcheggiata davanti all’edificio comunale; la direttrice dei servizi sociali aveva subito un tentativo di violenza sessuale; la direttrice dell’UOAL era stata fatta oggetto di pesanti minacce da parte di uno dei gestori dei chioschi abbattuti e di una minaccia indiretta che sarebbe arrivata da parte di uno dei Triassi). Il radicamento della cultura dell’illegalità nel X municipio, segnalato dal dott. Sabella specie in tema di balneazione, è stato direttamente constatato da questa Commissione soprattutto nelle audizioni svolte a Roma il 14 dicembre 2015 come seguito della missione ad Ostia della quale si dirà, nel cui ambito venivano ascoltati il presidente del sindacato italiano balneari Lazio, Fabrizio Fumagalli, il presidente dell’associazione Volare, don Franco De Donno, il referente per Roma dell’associazione Libera, Marco Genovese. Fabrizio Fumagalli, audito a Palazzo San Macuto il 14 dicembre 2015, quando il X municipio era già stato destinatario del provvedimento dissolutorio, premetteva di rappresentare il 30 per cento delle concessioni balneari ad Ostia e di svolgere onestamente il proprio lavoro, essendo la terza generazione ad occuparsi nella propria famiglia di concessioni balneari. Evidenziava poi, negando di avere subìto un incendio nel 2013 del suo stabilimento, di non avere mai riscontrato infiltrazioni di malavita nelle concessioni demaniali, dovendosi distinguere le irregolarità mafiose da quelle amministrative; precisava che nessuno degli iscritti al sindacato era titolare di concessioni francobollo; che Mauro Balini, imprenditore le cui azioni potevano non essere sempre condivisibili, aveva acquistato negli anni Ottanta stabilimenti balneari in crisi; che non aveva mai avuto rapporti con famiglie malavitose e che non aveva mai subìto minacce o pressioni, continuando a prospettare larvati dubbi sulla presenza della mafia ad Ostia e ribadiva la onestà sua e degli iscritti al suo sindacato. Di segno opposto, ma indicative del radicamento mafioso a Ostia, erano le dichiarazioni rese da don Franco De Donno, presidente dell’associazione Volare (ma anche responsabile della Caritas di Ostia e presidente del Centro per la vita). Egli ripercorreva la storia dello sportello di prevenzione all’usura e al sovra-indebitamento, nato nel 2002, dedicato all’ascolto di cittadini in difficoltà ed alla promozione della legalità, con formazione nelle scuole e conferenze nelle piazze. Nonostante l’impegno e l’opera di sensibilizzazione, la denuncia fatta, dodici anni prima, della presenza della mafia ad Ostia era caduta nel vuoto, avendo le autorità provinciali e regionali negato l’esistenza della mafia e la attività svolta aveva finito per produrre solo tre denunzie per usura, atteso che “il tipo di mafia che c’è a Ostia non è quello che c’è a Palermo. Avvolge come un serpente, stringe e poi stritola. Inoltre è sotterranea, nel senso che prende in considerazione soprattutto le grandi risorse commerciali di Ostia, dagli stabilimenti balneari alle altre realtà commerciali”. Sulla stessa scia si collocano le dichiarazioni rese da Marco Genovese, referente dell’associazione Libera per Roma che ricordava l’impegno a Ostia sin dal 2008/2009, quando non si parlava ancora della mafia sul litorale, nonostante fossero risapute le storie della banda della Magliana, il dominio sul territorio del clan dei Fasciani e le pressioni sui gestori delle concessioni balneari (con circa trenta attentati violenti o incendiari nei confronti di attività commerciali dal 2011 al 2015). Libera aveva inoltre sostenuto, su richiesta dell’amministrazione giudiziaria, l’azienda Faber Beach, sequestrata per bancarotta fraudolenta a soggetti riconducibili ai Fasciani nell’operazione “Tramonto” (da non confondersi con il Faber Village, sequestrato direttamente ai Fasciani). Ciò aveva determinato immediati attacchi sui blog e su altri social ed intimidazioni ai dipendenti ed analoghi attacchi si erano verificati per la partecipazione, come ATI, al bando del 2014 per i servizi connessi alla balneazione con risistemazione dei manufatti del lotto di arenile messo a gara. La Commissione parlamentare antimafia il 9 dicembre 2015 si recava in missione ad Ostia per analizzare l’evoluzione della situazione del X municipio dopo l’avvenuto commissariamento e pertanto audiva i componenti della commissione prefettizia (prefetto Domenico Vulpiani, viceprefetto Rosalba Scialla, dirigente Maurizio Alicandro), insediatasi a metà settembre 2015, nonché il direttore del X municipio, architetto Cinzia Esposito, e il comandante ad interim della Polizia municipale, Antonio di Maggio. I componenti della commissione rappresentavano le gravi criticità, anche sistematiche, del municipio e la condizione di isolamento – sia logistico che operativo – della direttrice, affermando che, stante il breve tempo trascorso dall’insediamento, non era stata completata l’acquisizione dei dati sul litorale e la ricostruzione delle vicende più gravi per meglio valutare le possibili soluzioni ed intraprendere un’azione efficace di ripristino della legalità dell’azione amministrativa. Il prefetto Vulpiani, in particolare, sottolineava l’opportunità di un ricambio complessivo della struttura amministrativa di Ostia, troppo legata al territorio, la carenza di posizioni organizzative, nonostante l’elevato numero di dipendenti e, soprattutto, segnalava le difficoltà gestionali addebitabili anche alla competenza concorrente di più enti che non consentiva piena autonomia decisionale su diversi aspetti94.


Il 9 marzo 2016 questa Commissione audiva ancora una volta la commissione prefettizia guidata da Vulpiani (accompagnata dall’ing. Prisco, dall’ing. De Luca Tupputi, responsabile dell’ufficio demanio del X municipio, dall’arch. Esposito, direttore del X municipio, dalla dott.ssa Daniela Santarelli, dirigente della società “Risorse per Roma”) anche per verificare se le criticità rappresentate il 9 dicembre 2015 fossero state superate, atteso che lo spaccato emerso dalle audizioni precedenti aveva evidenziato i limiti dell’autonomia e dei poteri della commissione straordinaria, e le difficoltà incontrate dai componenti che, dovendo svolgere contemporaneamente il loro lavoro ordinario, non potevano dedicarsi a tempo pieno alla gestione di un municipio con problemi complessi e che, per estensione e popolazione, era più grande di Reggio Calabria (230 mila abitanti censiti, 150 mila chilometri quadrati di territorio, di cui 14 di litorale). Il prefetto Vulpiani prospettava una situazione migliorata grazie all’intenso lavoro svolto per rilevare le criticità e trovare le relative soluzioni rilevando che era stata riscontrata una stratificazione di illiceità, di illegalità, di abusi consolidatasi nel tempo e che la commissione, fatta salva la trasmissione alla procura in presenza di ipotesi di reato, stava svolgendo il proprio compito, e cioè riqualificare le aree, eliminare gli abusi edilizi, controllare gli appalti e ricostruire un buon andamento amministrativo. A segnalare la perdurante gravità della situazione sul litorale di Ostia vi sono altresì gli esiti dell’attività investigativa svolta dalla direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma, compendiati nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, acquisita da questa Commissione, emessa dal GIP del tribunale di Roma in data 12 aprile 2016 a carico di dieci indagati riconducibili al clan Spada. Si tratta, in particolare, di risultanze che si pongono in perfetta continuità con quanto evidenziato nella sentenza di condanna n. 6846/15 emessa il 20 gennaio 2015 dal tribunale di Roma nei confronti di Triassi Vito + 18 in cui si era accertata l’operatività nel territorio di Ostia non solo di un’associazione criminale riconducibile a cosa nostra (e cioè alla cosca agrigentina Cuntrera-Caruana) ma anche di un’associazione autoctona di tipo mafioso facente capo alla famiglia dei Fasciani (a sua volta alleata con il clan Spada). Infatti gli episodi delittuosi da ultimo emersi (e cioè una serie di estorsioni aggravate dall’articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991 volte a gestire le assegnazioni delle case popolari, nonché il grave ed eclatante episodio della gambizzazione di Cardoni Massimo, cugino di Giovanni Galleoni, detto Baficchio, ucciso ad Ostia il 22 novembre 2011) consentono di affermare, innanzitutto, che la famiglia Spada è una realtà criminale emergente e attualmente dominante in quel territorio, sia per lo stato di detenzione dei principali componenti della famiglia Fasciani, sia per il ridimensionamento, realizzato con azioni di inaudita violenza, del gruppo criminale Cardoni/Galleoni (conosciuti come i Baficchio con riferimento al ruolo di vertice rivestito da Giovanni Galleoni), gruppo che, dopo l’uccisione di appartenenti alla banda della Magliana, aveva preso il loro posto, in Ostia, nel traffico di droga e nel racket dell’usura e dell’estorsione. Dopo la fine della fase di commissariamento del municipio e la conclusione delle consultazioni amministrative del 5 e 19 novembre 2017 – caratterizzate anche dalla nota e inquietante vicenda dell’aggressione di un giornalista della trasmissione Nemo di RAI Due allorquando questi stava provando a intervistare Roberto Spada (fratello di Carmine detto Romoletto, condannato in primo grado per estorsione aggravata ex articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991), sul presunto appoggio elettorale che questi avrebbe fornito a Casapound – questa Commissione ha ritenuto di svolgere ulteriori approfondimenti sul territorio lidense e, in data 5 dicembre 2017, nel corso di una missione a Ostia, ha proceduto all’audizione del prefetto di Roma, dott.ssa Paola Basilone, accompagnata dal questore di Roma, dott. Guido Marino, dal comandante provinciale dei Carabinieri, generale di brigata Antonio De Vita, dal comandante provinciale della Guardia di finanza, generale di brigata Cosimo Di Gesù e dal capo del centro operativo della DIA di Roma, colonnello Francesco Gosciu; nello stesso giorno, a Roma, la Commissione ha altresì proceduto ad audire il dott. Michele Prestipino Giarritta, procuratore della Repubblica aggiunto di Roma, e la prof.ssa Giuliana Di Pillo, appena eletta presidente del municipio X di Roma Capitale, accompagnata dal direttore del medesimo municipio, arch. Cinzia Esposito. Di indubbio rilievo sono apparse le dichiarazioni del dott. Prestipino Giarritta il quale, nel segnalare come i gruppi criminali operanti a Ostia (oltre ai noti clan Fasciani, Triassi e Spada, il magistrato indicava anche alcuni epigoni della banda della Magliana) fossero veri e propri sodalizi di tipo mafioso, ne illustrava le singolari peculiarità che non erano costituite solo dalla loro solida strutturazione e organizzazione, dal controllo, più o meno efficace, di sacche del territorio lidense e dalla commissione di delitti soprattutto in materia di stupefacenti, usura ed estorsione, ma andavano individuate anche e soprattutto nella loro capacità di relazionarsi con il mondo politico, amministrativo ed economico al fine di acquisire il controllo di attività imprenditoriali lecite dove investire il denaro ricavato dalle loro operazioni criminali e nella loro elevata capacità di creare consenso tra la cittadinanza, non solo attraverso la gestione illecita delle occupazioni delle case popolari del comune e dell’ATER (in alcuni casi anche con materiale e violento sfratto dei precedenti inquilini), ma anche mediante un sapiente uso della comunicazione. Il dott. Prestipino Giarritta si soffermava particolarmente su tale ultimo aspetto e, parlando espressamente di “comunicazione mafiosa”, teneva a ricordare un episodio, risalente al maggio 2015 e conseguente alla chiusura, disposta dall’assessore Sabella, della palestra originariamente gestita da Roberto Spada in locali di proprietà comunale, allorquando, attorno a quello stesso Roberto Spada – che successivamente, il 7 novembre 2017, si sarebbe poi reso protagonista della vile aggressione al giornalista di Nemo, consumata, peraltro, proprio all’ingresso della nuova palestra che questi aveva aperto a pochi metri di distanza dalla prima – si era creato un fronte molto ampio di consenso popolare reso esplicito da una manifestazione in piazza, con bambini e genitori, palesemente condivisa, anche tramite social network e blog, da vari esponenti della cosiddetta società civile di Ostia e da “protagonisti della politica locale”. Il tema della disinformazione e della delegittimazione dei soggetti che stavano provando a riportare legalità nel territorio di Ostia era stato del resto, come detto, già rappresentato a questa Commissione da numerosi degli auditi tra cui il comandante Di Maggio e il referente di Libera Marco Genovese i quali avevano segnalato le cosiddette fake news che presunte associazioni antimafia radicate sul litorale, taluna delle quali legate a Casapound, diffondevano a tale evidente scopo attraverso i “social”. Sul fronte delle attività economiche il dott. Prestipino Giarritta indicava non solo le indagini che avevano condotto all’individuazione di beni e imprese di effettiva pertinenza del clan Fasciani, ma anche le numerose emergenze investigative e processuali che facevano ritenere oltremodo diffuso a Ostia il delitto di fittizia intestazione di beni di cui all’articolo 12-quinquies della legge 7 agosto 1992 n. 356, reato spia dell’avvenuto controllo di attività economiche da parte delle associazioni di tipo mafioso e, a proposito, dal suo canto, il generale Cosimo Di Gesù, nel corso della sua audizione, teneva a precisare come, negli ultimi tre anni, ben il 20 per cento di tutti i sequestri di beni operati nell’intera provincia di Roma avesse riguardato proprio il territorio di Ostia che è solo un municipio di Roma Capitale. In relazione ai sequestri eseguiti, il dott. Prestipino Giarritta segnalava quello, per un valore stimato di 450 milioni di euro, disposto dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma (sia pur per un reato associativo finalizzato alla commissione di delitti contro il patrimonio e di bancarotta), operato nei confronti di Mauro Balini, il cosiddetto patron del porto turistico di Ostia, ed esponente di una nutrita famiglia di imprenditori assegnatari di numerose concessioni balneari ad Ostia. Com’è chiaramente emerso anche nel corso dei lavori della Commissione, il core business di Ostia è costituito proprio dalle attività concernenti la gestione del litorale e, in relazione a siffatto settore, il dott. Prestipino Giarritta teneva a ricordare la vicenda concernente l’ex direttore del municipio X, Aldo Papalini, che aveva di fatto “espropriato abusando dei suoi poteri un’attività economica di balneazione” che avrebbe poi affidato al clan Spada peraltro recandosi “plasticamente” sul lido accompagnato da uno degli esponenti del clan (e già Marco Genovese di Libera aveva ricordato le vicende del Faber beach e Faber village, gli innumerevoli attentati che avevano avuto ad oggetto stabilimenti e attività balneari, così come l’assessore Sabella aveva segnalato quella dell’Hakuna Matata gestito, per conto della famiglia Balini, dal narcotrafficante Cleto Di Maria o della cosiddetta spiaggia delle suore con il chiosco condotto da uno dei Triassi). Sul fronte delle concessioni balneari, onde rimuovere le obiettive e diffusissime illegalità che caratterizzano la gestione del litorale e che sono state ampiamente illustrate da numerosi degli auditi, la Commissione, anche a seguito dell’audizione del prefetto Basilone e della presidente Di Pillo, ha preso atto dell’imponente lavoro svolto dal prefetto Vulpiani che ha elaborato un PUA (Piano di utilizzazione degli arenili) i cui tempi di approvazione, però, risultano presumibilmente lunghi e vengono stimati, nella migliore delle ipotesi, in almeno un anno e mezzo e sempre laddove non vi siano i prevedibili ricorsi e sospensioni della giustizia amministrativa. Pur auspicandosi una rapida approvazione ed esecuzione del nuovo PUA, non si può, però, non rilevare95 che continuare a mantenere una situazione di sostanziale illegalità sul litorale romano per ancora parecchi anni e proprio sul fulcro dell’economia del municipio X, possa finire per vanificare quello stesso lavoro di risanamento svolto dalla medesima commissione presieduta dal prefetto Vulpiani in quel territorio, consolidare ulteriormente quel diffuso senso di impunità che sembra caratterizzare anche molte attività economiche di Ostia e, comunque, dare ulteriore spazio alla criminalità, anche se non soprattutto di tipo mafioso, per pianificare e realizzare interferenze nei relativi procedimenti amministrativi o nel controllo delle connesse iniziative imprenditoriali. Invero, come ha segnalato il prefetto Basilone e ha confermato l’arch. Esposito, solo su sette concessioni si sta procedendo per la immediata decadenza nonostante gli abusi accertati e idonei (almeno ex articolo 47, lett. f), del codice della navigazione) a determinare il provvedimento ablatorio, sembrano riguardare la quasi totalità dei 71 stabilimenti attualmente presenti sul litorale romano, per quanto si è appreso nel corso delle audizioni dello stesso prefetto Vulpiani del 9 dicembre 2015, e dell’assessore Sabella, dell’arch. Esposito e del comandante Di Maggio, che hanno variamente illustrato i numerosi abusi edilizi accertati, la non corrispondenza alla realtà di molte planimetrie con conseguente occupazione abusiva di consistenti tratti di arenile, l’inadempienza agli obblighi imposti dalle singole concessioni, il mancato rispetto delle normative statali e regionali in materia di recinzioni e accesso alla battigia, eccetera. Allo stesso modo questa Commissione deve purtroppo registrare le difficoltà materiali che il prefetto Basilone e il questore Marino hanno segnalato di incontrare al fine di intervenire tempestivamente per la regolarizzazione delle occupazioni degli immobili comunali e dell’ATER, ancorché, come è emerso dalle indagini della DDA di Roma (brevemente illustrate dal dott. Prestipino Giarritta durante la sua audizione), queste siano in gran parte gestite dai clan e dagli Spada in particolare. Dalle audizioni del questore, dei comandanti provinciali di Carabinieri e Guardia di finanza e del capo centro della Dia, nonostante il consistente impegno profuso dalle forze di polizia sul territorio di Ostia e i risultati positivi conseguiti anche dopo alcuni opportuni avvicendamenti ai vertici locali delle stesse (non può non segnalarsi, per esempio, come il precedente dirigente del commissariato di pubblica sicurezza di Ostia sia stato oggetto nel luglio 2016 di provvedimenti cautelari per corruzione in un contesto in cui sono coinvolte persone legate al clan Spada), è emersa una situazione inquietante anche sul piano degli attuali rapporti di forza tra gruppi criminali che avevano trovato, come ha riferito il dott. Prestipino Giarritta, un primo momento di equilibrio nel 2007, grazie alla mediazione del noto boss di Afragola Michele Senese, e che si erano consolidati, dopo il duplice omicidio di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini del 22 novembre 2011, allorquando il clan Spada, che lavorava “in piena sinergia criminale con i Fasciani”, aveva praticamente soppiantato gli epigoni della banda della Magliana nella gestione del traffico di stupefacenti e assunto il controllo di Nuova Ostia. Il ruolo criminale degli Spada, come si è già detto, è successivamente salito ancora di livello dopo l’esecuzione delle varie ordinanze di custodia cautelare in carcere e le condanne che hanno riguardato gli esponenti di spicco del clan Fasciani, ma i più recenti episodi verificatisi a Ostia cui hanno fatto cenno sia il generale De Vita sia il colonnello Gosciu, lasciano propendere per un’attuale “fluidità” dei rapporti di forza tra i clan, compreso quello dei Triassi che, negli ultimi anni, sembrava invece essere stato ridotto a una posizione marginale. L’ultimo sviluppo giudiziario è rappresentato dall’esecuzione, in data 25 gennaio, dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP presso il tribunale di Roma (doc. 1719.1) nei confronti di 32 soggetti, indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio, estorsione aggravata, detenzione e porto d’armi ed esplosivi, usura, incendio, danneggiamenti, reati contro la persona, traffico di sostanze stupefacenti ed intestazione fittizia di beni. In particolare le indagini svolte dalla direzione distrettuale antimafia della capitale, utilizzando anche intercettazioni, videoregistrazioni, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, compendiate nell’ordinanza, oltre ad evidenziare le attività criminali poste in essere dal clan Spada e la sua espansione ad Ostia, hanno consentito, di individuare in Spada Ottavio l’esecutore materiale e nei fratelli Carmine e Roberto i mandanti degli omicidi di Galleoni Giovanni e Antonini Francesco, avvenuti, come si è detto, il 22 novembre 2011, la struttura operativa del sodalizio mafioso ed il clima di omertà esistente sul territorio, come confermato dalle ricostruzioni di episodi delittuosi – due tentati omicidi ai danni di Spada Carmine ad Ostia - mai denunciati. Tra i destinatari dell’ordinanza vi è Spada Roberto, detenuto, autore dell’aggressione a testate al giornalista della RAI il 7 novembre 2017. Il GIP ha altresì disposto il sequestro preventivo di sei ditte esercenti l’attività di gioco e scommesse, di due forni per la panificazione, ubicati ad Ostia e Fiumicino, e di una decina di autovetture. Dall’ordinanza si evince altresì l’alleanza tra gli Spada ed i Fasciani, atteso che i primi hanno contribuito al sostegno economico del detenuto Carmine Fasciani, ristretto ad Opera (Mi) e sottoposto al regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario.

 

 

Mafie pontine

La provincia di Latina, per la sua posizione geografica compressa, a nord, fra la provincia di Roma e, a sud, fra le province di Napoli e Caserta, è stata individuata e eletta, a partire dagli anni Ottanta, come territorio per il rifugio e la latitanza dagli appartenenti ai clan camorristici che sfuggivano, nei momenti di maggiore fibrillazione della vita delle associazioni criminali, alle faide e alle vendette dei rivali e alla cattura da parte delle forze dell’ordine. Il contesto sociale e la realtà economica in forte espansione dell’area pontina, la grande attrattiva di investimento che offriva ed offre la costa e un tessuto produttivo florido hanno favorito un precoce radicamento delle associazioni criminali non solo campane ma anche siciliane e calabresi 96. L’interesse delle organizzazioni mafiose si è in particolare concentrato sulle attività collegate ai due grandi mercati ortofrutticoli, il mercato ortofrutticolo fondano (MOF) di Latina e il centro agroalimentare Roma (CAR) di Guidonia, sino alle importanti attività commerciali del litorale. Più recenti attività giudiziarie hanno documentato l'interesse dei sodalizi camorristici ad investire negli stabilimenti balneari, nelle attività ricettive del litorale e nel settore del turismo. L'analisi delle evidenze investigative sul territorio pontino, alcune delle quali trasfuse in provvedimenti giudiziari, hanno evidenziato altresì che gli investimenti si sono concentrati in particolare nel settore delle costruzioni e nel commercio all'ingrosso nonché quello al dettaglio, in particolare di autovetture, nell'attività di bar e ristorazione, nel settore delle onoranze funebri. Sono note le vicende che hanno acclarato il controllo del mercato ortofrutticolo di Fondi da parte della camorra, prima, e della ‘ndrangheta, poi, nonché i convergenti interessi di cosa nostra. Nella relazione sulla 'ndrangheta approvata dalla Commissione parlamentare antimafia della XV legislatura97, approvata il 19 febbraio 2008, la situazione fondana viene portata ad esempio per la particolare connotazione in cui la ‘ndrangheta si è venuta evidenziando anche in contesti diversi dal territorio di origine, registrandosi la sussistenza di vere e proprie joint-venture criminali, consistenti in accordi tra famiglie calabresi, di volta in volta alleate con cosche siciliane o campane. Allo stesso modo il procedimento cosiddetto “Damasco 2”, definito con sentenza definitiva il 4 settembre 2014, ha sancito il radicamento e l’operatività, fin dagli anni Novanta, a Fondi, sede del secondo mercato ortofrutticolo di Europa, del clan mafioso Tripodo-Trani, un’associazione che ha assunto “connotati di mafiosità in considerazione della sua stabile e perdurante operatività con metodi intimidatori, sin dai primi anni ‘90, in un territorio come quello di Fondi, in passato estraneo, per collocazione geografica, a vicende di criminalità organizzata e per questo più fragile ed esposto ad interventi e forzature esterne che, per il loro carattere infiltrante, hanno assunto con il tempo sempre maggiore caratura ed efficacia, con la finalità di commettere una serie indeterminata di delitti (traffico di droga, armi, usura, estorsioni) e di acquisire il controllo di interi settori di attività economiche anche grazie all’appoggio di fiancheggiatori esterni”98. L’ingerenza della criminalità si è estesa anche al tessuto sociale e politico dell’intero territorio. Come noto, già nell’anno 2005 era intervenuto lo scioglimento, ai sensi dell’articolo 143 del TUEL, del consiglio comunale di Nettuno99. Nel 2009, sono note le vicende relative allo scioglimento del comune di Fondi, poi evitato a seguito delle intervenute dimissioni del sindaco e della giunta comunale in carica100. Di recente, nel corso delle elezioni amministrative del 2016, un candidato sindaco al comune di Castelforte ha annunciato il suo ritiro dalla competizione elettorale, in seguito a una lettera minatoria ricevuta; un candidato sindaco del comune di Minturno era stato verosimilmente il destinatario di un attentato contro il palazzo ove ha sede il suo studio; colpi di pistola sono stati esplosi contro la casa di un ex assessore. A gennaio 2017 nel corso dell’indagine “Tiberio” è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare – poi riformata - nei confronti di 10 indagati, tra cui Armando Cusani, sindaco di Sperlonga ed ex presidente della provincia di Latina, per i reati di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta in relazione ad alcuni appalti pubblici. Per alcuni degli indagati è stato contestato anche il reato di corruzione. Il sud pontino appare sempre di più come l’avamposto di una sorta di grande camera di compensazione dei sistemi criminali. Tra Formia e Sperlonga investiva il re delle ecomafie, l'avvocato Cipriano Chianese ritenuto dalla DDA di Napoli la mente dei grandi traffici di rifiuti del cartello dei casalesi. Ingenti somme di denaro sono state sequestrate in pochi anni a pericolosi clan di camorra, come i Mallardo, gruppo che puntava alla provincia di Latina per riciclare e investire i proventi delle proprie attività illecite. Formia è stata definita la Las Vegas del sud pontino, in ragione dell’elevato numero di sale da gioco. In città risultano attive 16 sale da gioco, 32 esercizi commerciali in possesso di slot machine e video poker, con il rapporto all’incirca di una macchinetta ogni 70 abitanti. L’indagine della procura di Latina, più nota come sistema Formia, giunta alla fase dibattimentale ha visto all’esito dell’udienza preliminare il rinvio a giudizio nei confronti di 13 imputati, tra cui politici, amministratori e imprenditori, accusati a vario titolo di corruzione, concussione, abuso d’ufficio e falso. Al confine con la provincia di Latina, assai preoccupante è la situazione nei comuni di Nettuno e Anzio, nella parte meridionale della provincia di Roma. Le due città, con una presenza demografica ben superiore ai 100 mila abitanti, due porti, chilometri di spiaggia, in estate diventano succursale della capitale in termini di soggiorni balneari. Vi si registra una forte presenza di comunità calabresi. In una sentenza del 2015, il tribunale di Roma descrive il territorio come una roccaforte attiva da quasi mezzo secolo, centro logistico del traffico di cocaina, lo snodo che porta alle piazze della coca dei quartieri est di Roma, quelli delle “Torri”, borgate difficili dove lo spaccio delle sostanze stupefacenti è una delle poche leggi che tutti rispettano. La “’ndrangheta capitale” ha la sede principale in questi territori, tra il grattacielo “Scacciapensieri” e le spiagge confiscate, nelle strade che portano dal vecchio borgo marinaro di Nettuno alle strade desolate tra Lavinio, Anzio e Ardea. In questi territori opera in particolare una locale di ‘ndrangheta riferibile al clan Gallace, originario di Guardavalle in provincia di Catanzaro101. Il clan Gallace, insediato lì da almeno trent’anni, ha saputo intessere, negli anni, un reticolo di relazioni con esponenti della malavita locale sia nelle realtà di Anzio e Nettuno, sia nella realtà di Aprilia, sia nelle principali piazze di spaccio della capitale come San Basilio. Il più importante processo contro il clan Gallace, il cosiddetto procedimento Appia, si è celebrato con enormi difficoltà innanzi al tribunale di Velletri con un dibattimento, assai lungo, che si è concluso, sette anni dopo l’iniziale rinvio a giudizio, con pesanti condanne per il delitto di associazione di tipo mafioso e associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Allo stato è in corso il processo d’appello; gli imputati sono in libertà ad eccezione di quelli coinvolti in altri procedimenti penali. La consorteria criminale dei Gallace è arrivata a condizionare anche l’attività degli enti locali come attesta lo scioglimento per condizionamento da parte della criminalità organizzata, del consiglio comunale di Nettuno nel 2005. Il territorio compreso tra Anzio, Nettuno e Ardea risulta essere caratterizzato dal radicamento del clan calabrese dei Gallace “per effetto della presenza massiva e ramificata di numerose famiglie appartenenti al medesimo locale”102. Inoltre numerose indagini delle DDA di Roma, Milano, Catanzaro e Reggio Calabria hanno attestato l’operatività e la potenza del clan Gallace negli scenari criminali della Calabria, del Lazio e della Lombardia. A più riprese sono state segnalate all’attenzione della Commissione le criticità della situazione di Anzio, in particolare: la posizione di alcuni consiglieri comunali, tra questi in particolare quella di Pasquale Perronace, fratello di Nicola Perronace, pregiudicato, elemento di spicco del clan Gallace imputato per articolo 416-bis del codice penale, poi morto per cause naturali; i molteplici lavori assegnati senza gara alla società Centro servizi immobiliari di Domenico Perronace, nipote del consigliere comunale di maggioranza Pasquale Perronace e del defunto Nicola Perronace, da parte dell'amministrazione comunale di Anzio, l'ultimo dei quali nel 2016; le vicende interessate dal procedimento penale denominato "Mala Suerte", della procura di Velletri che nel maggio 2016 ha condotto all’arresto di diversi pregiudicati che operavano nella zona di Anzio, tra i quali spicca Roberto Madonna (già colpito da misure cautelari per estorsione aggravata, spaccio di droga ed altri gravi delitti), detto anche il “re di Lavinio”103.L’attenzione per la situazione di Anzio era emersa sia nel corso della prima missione a Latina del 12 dicembre 2014, sia successivamente nelle missioni a Roma del 30 maggio 2017 e a Ostia del 5 dicembre 2017, quest’ultima intervenuta all’indomani dell’esecuzione della misura cautelare, nell’ambito dell’operazione “Evergreen”, disposta a carico di Placidi Patrizio, ex assessore all’ambiente del comune di Anzio, del dirigente dell’ufficio ambiente Walter dell’Accio (il tribunale del riesame ha annullato la misura cautelare nei confronti del dirigente), del funzionario comunale Marco Folco e dell’imprenditore Romeo Caronti, in cui si riferisce altresì di un incontro tra Madaffari Giacomo, noto pregiudicato di origine calabrese già sottoposto a misura di prevenzione personale, e l’assessore Placidi avvenuto in maniera riservata e con l’utilizzo di appositi pizzini104. Nel complesso si può dire che nel territorio di Anzio e Nettuno ci si trova di fronte ad un quadro variegato e composito, dove logiche criminali, strutture mafiose tra loro indipendenti e variabili culturali si alternano e si mescolano in una pluralità di relazioni tutte meritevoli di ulteriori approfondimenti. In ragione della gravità dei fatti segnalati e alla preoccupazione che possa restarne compromessa l’attività amministrativa dell’ente, la Commissione ha accolto con interesse le comunicazioni rese dal prefetto di Roma in ordine allo svolgimento di un attento monitoraggio sulla situazione del comune di Anzio105, all’attenta valutazione della situazione e alla costante e continua collaborazione e allo scambio di informazioni con la procura, con la Polizia, i Carabinieri e la DIA. Alla luce del quadro d’insieme dei documenti e degli elementi di informazione acquisiti dalla Commissione nel corso dei lavori, nonché dalle risultanze del processo “Mala Suerte”, e dell’inchiesta “Evergreen”, appare pertanto auspicabile svolgere quanto prima una nuova valutazione, complessiva ed approfondita, della situazione della legalità nel comune di Anzio, al fine di verificare compiutamente la sussistenza degli elementi di legge per nominare una commissione d’accesso in seno al comune, ai sensi dell’articolo 143 del TUEL. Nelle province di Latina e Roma si rinvengono infatti gli indicatori sintomatici di un’ingombrante presenza di più di una enclave criminale, attestata dall’aumento dei reati spia, quali incendi, attentati e intimidazioni ai danni di commercianti, di imprenditori e di pubblici amministratori. Tuttavia, la Commissione, nel corso della propria attività, anche in occasione della ricordata missione svolta a Latina106, ha rilevato i sintomi di una preoccupante sottovalutazione degli effettivi rischi di quella che appare essere una vera e propria aggressione del territorio da parte della criminalità organizzata, riferita alla Commissione dal questore di Latina in questi termini: “La destinazione che quasi tutte le mafie operanti sul territorio hanno riservato a Latina è quella di un territorio dove si deve lavorare col malaffare e il riciclaggio. (…) Siamo molto attivi sul fronte delle misure patrimoniali di prevenzione. Nel solo 2015 l’ufficio che si occupa delle misure di prevenzione patrimoniale ha portato al sequestro di 230 milioni di euro, un dato importante (…). Il dramma – per questo parlerei quasi di una situazione di emergenza nazionale che deve riguardare l’assetto delle forze di polizia in provincia di Latina – è che la visione che ancora oggi si ha è quella di una provincia tranquilla perché inserita nel Lazio. Latina meriterebbe un’attenzione particolare sicuramente per un repentino approvvigionamento di risorse da destinare alla lotta della criminalità organizzata”107. Particolare allarme ha infatti destato l’intimidazione operata ai danni del giudice Aielli, presidente dei collegi penali che avevano celebrato i processi nei confronti di esponenti della criminalità organizzata del circondario, quali “Damasco 2” contro il clan Tripodo, e “Caronte” contro il clan Ciarelli-De Silvio. Come noto, il 19 novembre 2014, nella città di Latina erano stati appesi dei manifesti funebri che annunziavano le esequie del giudice Lucia Aielli. Una grave forma di intimidazione e di sfrontata arroganza, sintomatica della convinzione di esercitare in posizione di forza un vero controllo sulla città. Nelle province di Roma e Latina, in particolare nei comuni di Anzio, Aprilia e Pomezia, si registrano infine da anni, con preoccupante cadenza, attentati e atti intimidatori ai danni di commercianti, attività commerciali enti ed esponenti della pubblica amministrazione, non sempre denunciati. È segnalata nella provincia l’operatività di esponenti del clan Moccia, come confermano per altro anche recenti indagini della DDA di Napoli, o della famiglia catanese dei Fragalà, contigua al clan catanese dei Santapaola, quest’ultima nei comuni di Ardea e Pomezia, per lo più interessata al controllo dei traffici di stupefacenti. Nel capoluogo è stata segnalata la presenza di gruppi rom italiani come il clan Ciarelli - Di Silvio, imparentati con la potente famiglia Casamonica, principalmente dediti al compimento di delitti come l’estorsione, l’usura e il commercio di stupefacenti. Le indagini hanno fatto emergere, peraltro, anche i rapporti tra esponenti apicali della malavita organizzata di Latina e il presidente pro tempore dell’US Latina Calcio, Pasquale Maietta, eletto alla Camera dei deputati. Si trattava sia di inchieste volte al contrasto della criminalità organizzata, sia di indagini che disvelavano gravi delitti nel contesto della pubblica amministrazione.

 

 

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